Morti sul lavoro, strage infinita e dimenticata

Danni collaterali. Questo sono diventati i morti sul lavoro, effetti indesiderati di una pallida ripresa economica, un tributo sull’altare del Pil che deve crescere per il bene di (quasi) tutti e perché accada si tagliano i costi, del lavoro innanzitutto.

Non ci si indigna se un operaio la sera non torna a casa. Un misto di assuefazione e rassegnazione accompagna le segnalazioni di incidenti che fanno poco notizia a meno che non si muoia a grappoli come sta accadendo in queste settimane. Sei morti in sei giorni, anche a Pasqua, ed ecco che la strage afona ritrova voce e titoli sui media.
Per sentire la politica, invece, si deve aspettare ancora: la sicurezza sul lavoro non è un tema da campagna elettorale (vuoi mettere l’appeal della guerra agli immigrati o quella ai vitalizi?) e ora che le urne si sono chiuse il gran parlare si è spostato sulla formazione di un governo, pure necessario, e sulla spartizione ad ampio raggio di incarichi e poltrone degna della Prima Repubblica.

Eppure l’Osservatorio di Bologna, che da dieci anni monitora gli infortuni sul lavoro, ha contato 155 morti dall’inizio dell’anno, una cifra che forse a consuntivo sarà diversa da quella dell’Inail, ma l’Osservatorio tiene a precisare che nel suo conto ci sono “ tutti quelli che muoiono lavorando, qualsiasi lavoro svolgano, e non ci interessa – si legge sul sito – se dispongono di assicurazioni diverse da quelle dell’Inail o non ne hanno nessuna”. A proposito, i lavoratori assicurati presso l’Inail sono circa 16 milioni, i lavoratori registrati all’Inps sono 23 milioni: pur considerando che alcune categorie hanno diverse forme di assicurazione lo scarto è tale da ipotizzare milioni di persone prive di assicurazione contro gli infortuni! Tornando a questi: nei primi tre mesi del 2017 i morti furono 113, 1380 in tutto il 2017 (1115 per l’Inail in aumento dell’1,1% sul 2016).

Ce n’è abbastanza perché l’argomento diventi una priorità per governo e opposizione. Il silenzio, la colpevole indifferenza che accompagna la strage è un’offesa alle vittime e alle loro famiglie. Le dichiarazioni di cordoglio affidate a qualche tweet o a post su Facebook sono urticanti se non seguite da interventi concreti. Qui non siamo di fronte all’inedito, il campo di azione è noto da tempo, sotto accusa è la catena di appalti e subappalti, l’esternalizzazione di servizi che spesso rende impossibile risalire ai responsabili della sicurezza (e dell’insicurezza). E si sa anche che la precarizzazione galoppante del lavoro impedisce l’acquisizione di esperienze e competenze complice la rotazione degli impieghi e delle mansioni. Senza contare che la formazione dei lavoratori in fatto di prevenzione, risibile e spesso fittizia, diventa un costo superfluo se a dover essere formati sono i contratti a termine, va da sé che non si fa.

Politici e amministratori dovrebbero inoltre verificare se è cambiato qualcosa da quando, nel 2016, l’Ucimu (l’unione dei costruttori di macchinari) denunciò l’elevato grado di obsolescenza dei macchinari e impianti destinati alla produzione, lasciati invecchiare dalle imprese che, colpite dalla crisi, non li rinnovavano né provvedevano alla manutenzione. Sono serviti a qualcosa gli incentivi del governo Renzi destinati al rinnovo o, come spesso accade, hanno preso altre vie? Ancora: è una fatalità l’alta percentuale di over 60 che muore nei cantieri? Questo dato va considerato un effetto collaterale della sostenibilità del sistema previdenziale? Infine i controlli: a farli sono 3500 tra ispettori, carabinieri e affini a fronte di 4,4 milioni di imprese! A causa del blocco del turn-over in dieci anni gli ispettori delle Asl che erano 5mila sono stati dimezzati. Eppure ormai da qualche decennio la tendenza è chiara e stabile: su tre aziende ispezionate, due sono irregolari. Le lasciamo fare?

Questo è il quadro ed è arcinoto, ora l’auspicio è che la politica accorci la distanza siderale con il Paese reale, con le persone e le famiglie, e agisca per fermare la strage.