Morricone, l’uomo che è stato capace
di mettere in musica i nostri sogni

Quel giorno Gillo Pontecorvo saliva le scale di casa Morricone tutto felice e ringalluzzito. Si recava dal suo amico Ennio per lavorare alla colonna sonora di “La battaglia di Algeri”.

Gillo non sapeva né scrivere né leggere la musica, ma aveva orecchio, e fantasia. Nella sua testa, a volte anche prima di girare un film, nascevano piccole melodie che poi avrebbero fatto parte della colonna sonora: per lui questa “ispirazione” musicale era un segno quasi divino, la prova che il film stava venendo bene. Quel giorno, salendo quelle scale, Gillo fischiava. Aveva un motivetto in testa e lo zufolava tutto felice, impaziente di farlo sentire all’amico.

Morricone lo accolse sul pianerottolo. Saluti di rito, e poi Gillo partì in quarta: “Ennio, ho un’idea per la colonna sonora”. “Anch’io”, rispose il musicista, “vieni che te la faccio sentire”. Ennio si sedette al pianoforte e accennò la stessa melodia che Gillo aveva fischiettato sulle scale. Per il regista fu un’emozione fortissima, un’epifania, un momento di irripetibile serendipità: telepatia pura. In realtà, ovviamente, Morricone l’aveva sentito fischiare e, dotato com’era di un orecchio assoluto, l’aveva subito “acchiappato”. Ma non glielo disse. Gli fece credere, per anni, che era stata davvero una coincidenza di amorosi (e musicali) sensi. Poi glielo rivelò. Ed entrambi, Pontecorvo e Morricone, ci ridevano sopra di gusto.

Fra tutti i meravigliosi racconti che costellano l’irripetibile carriera di Ennio Morricone, scomparso a Roma all’età di 91 anni, questo ci è sempre sembrato il più bello: perché testimonia la diabolica capacità di Morricone di impossessarsi di un motivo e di renderlo anche più bello di quanto non sia, e perché rivela un suo lato nascosto, ignoto ai più. Il suo umorismo.

Ci vorrebbe Joan Baez!

Nella vita e sul lavoro Morricone aveva fama di arcigno. Chi ci ha lavorato lo racconta in modo diverso. Giuliano Montaldo, che salvo errori detiene il record di sue partiture – praticamente tutti i suoi film, tranne i primi due –, ne racconta un’altra. Mentre preparano Sacco e Vanzetti, concordano sul fatto che nel film ci vorrebbe una ballata, di quelle epiche, come le grandi canzoni di protesta di quegli anni (siamo nel 1971). E si dicono, con poca speranza: “Ci vorrebbe Joan Baez!”, ma Morricone subito aggiunge: “Sì, e chi ci arriva, a Joan Baez?”. Montaldo va in America in cerca di locations e finanziamenti e a New York, appena uscito dall’albergo, incontra per caso Furio Colombo, allora inviato RAI. Saluti, abbracci, “che ci fai qui?”, i soliti convenevoli. “Sto preparando un film su Sacco e Vanzetti – dice Montaldo – e mi piacerebbe tanto contattare Joan Baez, ma non ho la minima idea di come trovarla”. “Stasera viene a cena a casa mia”, gli risponde Colombo. Il regista risale in camera, dà a Colombo una copia in inglese della sceneggiatura; la mattina dopo Joan Baez lo chiama: “Ho letto, ci sto”. Montaldo torna a Roma e annuncia solenne a Morricone: “Abbiamo Joan Baez”. Morricone lì per lì non ci crede (“Me stai a pia’ per…?”), poi si mette al pentagramma e scrive due pezzi, “The Ballad of Sacco and Vanzetti” e la leggendaria “Here’s to You”.

Quando Joan Baez viene a Roma per registrarle resta di stucco: “Quest’uomo conosce la mia voce meglio di me, ha scritto esattamente le note alle quali riesco ad arrivare”.

Certo: Morricone non “arronzava”, come dicono a Roma, si era studiato le canzoni di Joan e sapeva esattamente cosa darle da cantare.

L’autore di musica contemporanea

Avrete notato che, in questo caso, abbiamo parlato di CANZONI. Morricone era diplomato in tromba al Conservatorio di Santa Cecilia, era allievo di Goffredo Petrassi, per il proprio gusto affiancava alla musica per film una produzione di musica da camera rigorosamente contemporanea, assai ostica all’ascolto. Ma quando si trattava di arrangiare o scrivere “canzonette” non lo batteva nessuno. Pochi ricordano che ha arrangiato per la RCA tutte le prime canzoni di Gianni Morandi, come “In ginocchio da te”; che nel 2009, per un disco antologico, ha riarrangiato “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni; o che ha scritto, su testo di Maurizio Costanzo, la splendida “Se telefonando” incisa da Mina, un pezzo senza ritornello, costruito su un crescendo pazzesco come la mitica “White Rabbit” dei Jefferson Airplane.

Tutti invece sanno che i rockettari lo adoravano: da Bruce Springsteen ai Clash, dai Dire Straits ai Babe Ruth, in tanti hanno usato le sue musiche per aprire i concerti. E nell’amore dei musicisti rock per Morricone, era Sergio Leone a fare da tramite. Facile a spiegarsi: i western, e successivamente “C’era una volta in America” (ma molto meno dei western…), sono i film con i quali Morricone è penetrato irresistibilmente nell’immaginario americano. Leone rinnovò un genere che negli USA stava lentamente tramontando. E il suo binomio con Morricone ha stregato intere generazioni di cinefili e di rockettari.

È dai western, ad esempio, che nasce l’ossessione di Quentin Tarantino per Morricone. Un’ossessione che il musicista non capiva fino in fondo, e sulla quale scherzava: “Mi chiede sempre di fargli le colonne sonore, e quando gli dico che non posso, prende miei vecchi pezzi e li infila nei film!”. Questa era una pratica che Morricone non amava: l’uso della musica pre-esistente (canzoni, o pezzi classici) non gli piaceva. Alla fine ha ceduto per “The Hateful Eight”, ma in modo quanto meno bizzarro. Per quel film Morricone ha scritto meno di venti minuti di musica originale, e ha poi passato a Tarantino alcuni temi non utilizzati per il vecchio film di John Carpenter “La cosa”. Il regista – trattandosi di un western – sperava forse di avere brani “alla Sergio Leone”, invece Morricone gli ha spedito un pezzo quasi atonale, “alla Petrassi”, che a quel punto Tarantino non poteva non utilizzare.

Finalmente l’Oscar

Con questa colonna sonora così “avara”, e così insolita, Morricone ha finalmente vinto l’Oscar che gli era sempre sfuggito per partiture ben più memorabili.

Il database cinematografico più utilizzato online, www.imdb.com, assegna a Morricone ben 520 colonne sonore. Ricordarle tutte è ovviamente impossibile. Oltre ai citati, i registi fondamentali nella sua carriera sono Giuseppe Tornatore, Dario Argento, Brian DePalma, Carlo Verdone, Bernardo Bertolucci, Silvano Agosti e tanti, tantissimi altri. Ma se dovessimo isolare UNA colonna sonora che ha dato molte marce in più a un film citeremmo quella di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Quel tema così inquietante è strutturato su un tappeto di archi molto sinistro nel quale entrano strumenti alquanto strani: il mandolino pizzicato che suona la melodia, i fagotti, un pianoforte volutamente scordato e, idea geniale se mai ce ne fu una, lo scacciapensieri o marranzano che dir si voglia! Fu quell’ascolto che spinse Stanley Kubrick, non uno qualsiasi, a contattare Morricone per chiedergli di musicare “Arancia meccanica”. “Voleva qualcosa di simile a ‘Indagine’ – raccontava Morricone – e io di solito detesto direttive di quel tipo, ma avrei ceduto, perché era Kubrick. Eravamo d’accordo anche sul compenso: 15 milioni di lire, poca roba per una produzione di quel livello. Il progetto sfumò per una telefonata di Leone: gli spiegò che ero ancora impegnato con ‘Giù la testa!’…”. Immaginare cosa sarebbe stato “Arancia meccanica” con le musiche originali di Ennio Morricone è un esercizio affascinante ma sterile. La storia ci dice “solo” che, non potendo avere Morricone, Kubrick decise di usare famosi brani di musica classica (Beethoven, Rossini, Purcell) a volte originali, a volte rielaborati da Walter Carlos con l’allora mitico “Moog”, il sintetizzatore elettronico che da pochissimi anni spopolava nella musica rock-progressive.

Ne uscì una colonna sonora perfetta per il futuro vicino e distopico che Kubrick aveva immaginato, ma il rimpianto – di Morricone e nostro – rimane.

 

Leggi anche:

Quella straordinaria lezione di composizione bevendo un caffè di Franco Fabbri