Monticchiello, nel teatro in piazza
la salvezza è nelle mani delle donne

“Ti piacciono ‘ste sdriscioline colorate cucite assieme?”. “Sì, so’ belle…”. “Eh, ricordati questo: so belle perché so’ cucite assieme, ma se viene la guerra, guarda che fa…”. Fa che le “sdriscioline” colorate si strappano, che il senso della pace viene distrutto, che il mondo precipita, che gli uomini e le donne si dividono, che il filo che unisce si perde e che la guerra entra anche dentro di noi. Sono le parole con cui all’inizio, sul palco nel centro storico di Monticchiello in provincia di Siena, la contadina Luciana cerca di spiegare a un bambino dove può finire il mondo, mentre altre donne sono intente a cucire tanti pezzi di stoffa per fare una grande bandiera della pace da portare in corteo fino a Siena.

Ultima chiamata per ritrovare il filo

Il nuovo spettacolo del Teatro povero, un’autodramma della gente di Monticchiello (diretto da Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli, in scena fino al 14 agosto), si intitola “Ultima chiamata” ed è la denuncia di un mondo che si sta sgretolando, che lentamente regredisce, che perde i contatti sociali, che vede minare pericolosamente il senso di comunità senza il quale siamo esseri persi. Uno contro l’altro, uno senza l’altro: individui come monadi che vagano, chiuse in se stesse. Per impedire che tutto questo accada e travolga le nostre speranze c’è una sola strada da percorrere: ritrovare il filo che ci tiene insieme. Anche se è nascosto, anche se è stato strappato. Ricucirlo con pazienza e con umiltà dovrebbe essere il nostro compito.

Lo spunto per questo viaggio dal passato al presente è offerto da un fatto realmente accaduto a Monticchiello e che potremmo definire la “guerra del telefono”. L’inizio è proprio questo: due scene sul palco, illuminate a turno. Da una parte la sezione comunista, dove su un trespolo è sistemato il telefono. Nero, di bachelite, con la cornetta e il disco per comporre i numeri. Dall’altra l’ufficio postale, dove il segretario della Democrazia cristiana ha convocato una riunione segretissima con il prefetto per decidere come contrastare quei “sovversivi” dei comunisti che sono riusciti ad avere l’unico apparecchio telefonico del paese. Su tutti all’improvviso, mentre il confronto si fa sempre più aspro, irrompe l’invasione sovietica dell’Ungheria. Siamo nel ’56, in un altro secolo. Serpeggia la paura che possa scoppiare la guerra e i comunisti del paese si preparano a organizzare una manifestazione per la pace.

La lezione della comunista Rosa

Gli uomini vanno a chiamare altri uomini per vedersi in sezione. Ma ora, al centro della scena, c’è Rosa, una comunista idealista, che ha pensieri chiari. È lei che guida le altre donne, le incita a cucire la grande bandiera da portare in piazza. Squilla il telefono in quella sezione dove ci sono solo donne che hanno timore a rispondere (“se poi ‘un capisco che mi dicono, che gli si racconta all’òmini?”, dice una di loro.). Rosa no, non ha paura: alza la cornetta e dall’altro capo del telefono c’è il partito di Roma che le indica la linea e quindi intima la sospensione della manifestazione. Rosa è energica, reagisce in malo modo a quella telefonata, maledice il suo interlocutore e tutti quelli di Roma che vogliono fermarli: “A noi la vostra violenza ci fa schifo, capito? Schifo!”. Ma nonostante tutto alla fine anche lei si piega alla ragion di partito e tutti i pezzi di stoffa vengono riposti dentro una valigia insieme al vestito che Rosa si toglie rimanendo in sottoveste. Sui muri delle case nella piazza-palcoscenico, scorrono le immagini della storia del mondo dopo il ‘56: la guerra in Vietnam, le stragi italiane, l’assassinio di Moro, Kennedy, Martin Luther King, Gorbaciov, i camion militari con i morti di Covid di Bergamo, la guerra in Ucraina… Tutti fatti che Rosa ha visto accadere durante la sua vita.

La scena cambia e siamo a oggi, con un passaggio di testimone tra nonna Rosa e la nipote Giada che eredita la valigia con dentro le pezze colorate e il vestito, che indossa subito. Siamo in un mondo dominato da un Direttore ragazzino che da uno schermo imbonisce uomini e donne, promette, favoleggia, incita, eccita e indica l’arrivo di una nuova era. Tutti, tranne Giada, lo acclamano in una enfasi populista che ricorda molto i giorni che abbiamo vissuto. Ma la promessa dura poco. Presto il mondo diventa desertificato, con gli uomini ridotti a stracci, che si accaparrano le mercanzie di un venditore ambulante (qui lo chiamano il “troccolone”). Un mondo austero senza tv, senza telefoni, senza giornali, con luce, acqua e gas razionati. Il popolo è disperso e ascolta attonito un “decisore” che comunica gli ordini da eseguire e i divieti da rispettare. Un popolo diviso, rancoroso, all’interno del quale serpeggiano istinti brutali e feroci e spinte a un giustizialismo di piazza che lascia interdetti. Un oggi drammatico, spaventoso.

La speranza racchiusa in una valigia del ’56

Poi, però, come per incanto, Giada apre la vecchia valigia del ‘56 e cerca di riportare in vita quelle passioni e quelle speranze che erano state travolte e soffocate. Dentro c’è una grande bandiera dai mille colori con la stessa scritta che voleva nonna Rosa: “Le donne di Monticchiello vogliono la terra no la guerra”. Tutti insieme – uomini, donne e bambini – la sistemano in alto, appesa al muro.

Buio. Applausi a scena aperta per questi bravi attori-abitanti che di generazione in generazione, dai nonni ai nipoti, tengono viva questa tradizione popolare tra timori, tremori e mille dubbi fino all’ultimo, fino al giorno della prima.

In poco più di un’ora anche quest’anno il Teatro povero riesce a stupire per la scelta del tema, per il coraggio con cui affronta momenti difficili (anche se c’è qualche piccolo scarto brusco nei passaggi da un tempo all’altro), per l’istinto visionario con il quale – anche grazie all’eredità lasciata dallo storico regista Andrea Cresti, morto l’anno scorso, al quale viene intitolata la sala del Teatrino della Compagnia- riesce a immaginare il mondo di domani portandosi dietro il mondo di ieri con le sue grandi passioni, con la sua grande umanità ma anche con tutti i suoi problemi drammatici e spesso irrisolti. Al centro, come sempre, la comunità che viene difesa e coltivata gelosamente. Quest’anno un ruolo decisivo lo hanno le donne. È solo grazie a loro, infatti, a nonna Rosa e alla nipote Giada e a tutte le altre che lavorano per costruire quella grande bandiera della pace, che il popolo ritrova la via della luce e non si perde nel buio della notte. Anche perché alla fine la guerra la fanno gli uomini, con la loro ferocia e il loro egoismo. Alle donne tocca sempre, in ogni momento della storia, riparare il danno, con pazienza e intelligenza.

Le foto che illustrano questo articolo sono di Emiliano Migliorucci