Monticchiello, la ricerca del nuovo sulle note del “valzer di mezzanotte”

Ma alla fine, quel valzer nel cuore della notte ballato dai due giovani sposi,  è un addio al vecchio mondo o l’inizio del nuovo? La zattera buttata all’aria è un segno di ribellione impotente di chi non sa più in che cosa credere o la cosciente rivolta contro l’ingiustizia e quindi l’inizio di una nuova storia? E la battaglia dei confetti è solo la ripetizione di una vecchia usanza contadina oppure la messa in scena di una sorta di guerra civile in un’Italia divisa, impaurita e rancorosa?

Anche quest’anno lo spettacolo del Teatro povero di Monticchiello non si rifugia nei luoghi comuni, nei cliché che fanno dormire sonni tranquilli. Non regala certezze, non rassicura. Anzi, il contrario: lo spettatore lascia la bellissima piazza della Commenda, sotto una luna piccola che fa capolino, con la testa piena di domande su questo brutto mondo, sulle nostre impotenze, sulla politica malata, sulla sinistra disfatta, su quello che eravamo e non siamo più. Sul senso di comunità travolto dalla globalizzazione e dalla prepotenza dei tanti “io” che stanno soffocando il “noi” e ci lasciano soli e fragili a difenderci dai troppi mostri che abbiamo creato. Chi si siede davanti al palco sul quale recitano agli attori-abitanti di Monticchiello sa che ogni spettacolo è un incastro di suggestioni, un sentiero di indizi, un rimando di scene e contro-scene che alla fine compongono un quadro dalle tante sfaccettature. Sa che deve pensare, oltre che guardare.

La cinquantaduesima edizione del Teatro povero conferma questa impronta visionaria del regista Andrea Cresti (coadiuvato da Gianpiero Giglioni e da Manfredi Rutelli) e la sua capacità di entrare dentro le viscere di una società in declino. In questo senso Valzer di mezzanotte accentua – a volte forse in modo troppo artificioso – il contrasto tra il mondo di ieri e quello di oggi, tra la genuina semplicità di un passato contadino che, seppur segnato dalla povertà, rendeva solidi i legami sociali e familiari e una modernità che parcellizza il lavoro, riduce l’uomo a una macchina che consuma oppure lo rende vittima di un qualche algoritmo manovrato dalle ”teste di rete”. 

Appaiono, queste strane creature, sullo sfondo a confondere ancora di più le acque di quel gruppo di persone sedute ai tavoli di un ristorante, invitate a festeggiare la fine della crisi. Parlano un linguaggio incomprensibile, le teste di rete, e hanno un capo grande che ondeggia su un corpo che sembra una molla. Restano lì in alto mentre di sotto si litiga e ci si divide. Parla un linguaggio chiaro invece chi rappresenta il potere del profitto e trova il modo di rendere sempre più precario il lavoro. Eccolo “mister Tony”, imprenditore di successo senza scrupoli, che cerca di convincere che va tutto bene, la crisi è alle spalle, siamo usciti dal tunnel, il futuro è nelle nostre mani. Il segreto, spiega, è nei nuovi contratti di lavoro. Contratti di quindici minuti, di dodici, il tempo per i camerieri del ristorante di apparecchiare e sparecchiare. I più fortunati, grazie agli incentivi fiscali, potranno persino avere un contratto a tempo indeterminato di 59 minuti. Al resto penseranno i robot, persino alla preparazione dei cibi. “È il dinamismo, la flessibilità che ci orienta”, spiega con piglio decisionista Mr. Tony. 

Ma è proprio questo fantastico mondo ingiusto, decantato da chi detiene il potere dei soldi, a convincere che è il momento di spezzare l’incantesimo. Bisogna ribellarsi al dominio della finanza ma anche all’illusione che un algoritmo o un clic sulla rete possano risolvere i nostri problemi. Bisogna convincere anche i bambini, chiusi nei loro smartphone davanti agli adulti, che la vita non è tutta in quelle scatolette che amplificano le solitudini. E mentre Gosto –  il contadino che come in un controcanto festeggia nello stesso luogo il matrimonio della figlia – rievoca un mondo nel quale si aveva in tasca “la tessera del partito e chella del sindacato” ed erano tante le volte che “semo iti in piazza” e “si metteva ‘ndel pagliaio la bandiera della pace”, i naufraghi del mondo in declino, dopo aver litigato al grido di viva l’Italia e viva l’Europa tirandosi i confetti tricolore, si stringono su una zattera e cercano un porto dove ricominciare. 

Ma quel porto non è così lontano. È dentro loro stessi, nella loro voglia di ribellarsi e di inventare un nuovo viaggio e quindi una nuova vita. “Noi bisogna rialzare la testa”, urla Daniele cercando di convincere gli altri. Perché la terra si conquista, aggiunge Albo, non si compra. È il vento della rivolta che soffia e potrebbe concedere una nuova speranza. Sul finale, le note di un valzer accompagnano il ballo dei due giovani sposi che portano un po’ di leggerezza. È il valzer di mezzanotte. Forse sono le note che accompagnano la fine del giorno. O forse preannunciano una nuova alba. 

Foto di Enzo Puglisi