Monticchiello, bomba o non bomba
ci si salva sempre se si lotta insieme

Eccoli qui, tutti sul palco, uno accanto all’altro, orgogliosi del loro essere comunità, del sentirsi ciascuno un pezzo di una bella storia che va avanti da oltre cinquant’anni. Eccoli qui, dopo due bufere che li hanno sconvolti: la pandemia, che ha reso difficile la costruzione del loro teatro fatto di confronti, di relazioni, di vicinanza di corpi e poi la morte del regista Andrea Cresti, uno degli ideatori di questa compagnia composta di attori-abitanti, che ha guidato la loro avventura per diversi decenni e che ha lasciato rimpianti, nostalgie e purtroppo anche qualche amarezza.

Una difficile ripresa dopo le bufere

Non era facile per il Teatro Povero di Monticchiello riprendere la navigazione dopo due esperienze così laceranti. Eppure vecchi, giovani e giovanissimi attori ci sono riusciti mettendo in scena uno spettacolo che, come sempre, è lo specchio delle loro vite. Uno spettacolo a cui hanno lavorato per mesi in assemblea cambiando, limando, correggendo, aggiungendo in un grande e sempre sorprendente lavoro di regia collettiva. “Dal momento della stampa a quello della prima rappresentazione, il copione potrà subire variazioni anche significative”, avvertono subito affinché lo spettatore sappia dentro quale teatro sta per entrare.

La scena si svolge al centro del piccolo paese della Val d’Orcia, un pugno di case circondato dalle mura medievali a due passi da Pienza, con la vallata che corre fino all’Amiata sullo sfondo della porta d’ingresso. Hanno cominciato il 31 luglio, andranno avanti fino al 15 agosto, ogni sera. E ogni sera gli attori dismettono i loro panni di abitanti, di lavoratori, di bambini e salgono sul palco conducendo per mano lo spettatore in un viaggio nella memoria, tra il passato e il futuro, tra i drammi di oggi, le certezze di ieri e le speranze di domani. Con la passione civile che non si spegne mai e che, anche di fronte al problema più grande e apparentemente irrisolvibile, è la chiave per uscirne tutti insieme.

Quanti inneschi ci sono nel mondo?

Quest’anno sono gli Inneschi (questo è il titolo dello spettacolo al quale hanno lavorato, insieme agli abitanti, Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni) a mettere a dura prova la comunità. Il principale pericolo sta nella cantina della casa di Cosimo: una bomba, scoperta per caso mentre si scava cercando i resti di una vecchia chiesa. “’Ho detto che io ‘n casa ‘un ci rientro…’Un ci rientro fino a quando chella roba ‘un l’hanno portata via…”, dice nonna Lidia (madre di Cosimo) alla nipote Annalisa che la invita a rientrare. Così, attorno a quell’ordigno – ogivale, strano in quella forma, forse di tipo sperimentale, una cosa mai vista a detta degli artificieri interpellati – si consumano le paure, le speranze, persino gli interessi e qualche tentativo di speculazione del piccolo paese travolto da una cosa più grande che mette terrore.

Tornano alla mente le bombe della guerra, il rumore degli aerei che rompono l’aria, le esplosioni che fanno saltare case e persone. Ognuno ha la sua storia di dolori antichi che ancora preme nel cuore. E la bomba diventa il pretesto per vecchi e nuovi conflitti, per vecchie e nuove rivendicazioni. Con i più giovani che guardano preoccupati i cambiamenti climatici e le storture del consumismo e del mondo di oggi nel quale non riescono a trovare un posto e accusano i più anziani di aver lasciato loro in eredità un mezzo disastro. E gli anziani, quasi disturbati dai salti e dai giochi dei bambini, che tentano, a volte goffamente, di difendersi.

Il problema, come sempre, è in che modo uscire da quell’incubo e come salvarsi. Sfruttando l’occasione economica che quell’ordigno può offrire, come suggerisce il magnate americano Berton chiamato dal sindaco, con un bel B&b, cioè borgo e bomba? Inseguendo le visioni a tratti stralunate di Matteo, il figlio di Cosimo e nipote di Lidia, che vede angeli, luci e cerca un’esperienza mistica che lo faccia sentire in pace con il mondo? Oppure infine ritrovando il filo della comunità, la forza di una passione che unisce, il coraggio di impegnarsi per “non salvà solo voi stessi ma per salvà tutti”?

Ci si salva insieme e non da soli

La risposta è nel finale corale, che non sveliamo nei particolari, tra i medici Usca che intervengono per una segnalazione di contagio da Covid, i bambini che corrono trasportati dalla loro spensieratezza e dalla loro voglia di futuro, i partigiani che, in un flashback, appaiono coi loro fazzoletti rossi a portare la libertà e Lidia che torna bambina e tra una bomba (vera) e l’altra cerca di trovare se stessa nel mondo che cade giù.

E’ quasi un passaggio di testimone accompagnato da un canto: “O ragazza dalle guance di pesca / o ragazza dalle guance di aurora / io spero che a narrarti riesca / la mia vita all’età che tu hai ora…”. Il buio chiude la scena. Applausi, intensi.

Dopo più di cinquant’anni il Teatro povero di Monticchiello riesce ancora a stupire con il suo semplice ma straordinario messaggio comunitario. Viene alla mente la frase che amava dire Enrico Berlinguer: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”. E il filo conduttore di questa eccezionale esperienza di autodramma collettivo è proprio in questa consapevolezza, attraverso la quale si può riuscire a costruire un “noi” che è più forte di tanti “io”. E’ vero, nello spettacolo forse c’è qualche piccola stonatura, forse anche qualche ritmo imperfetto, ma la grandezza di questo teatro sta proprio in questo, in un copione che può cambiare fino all’ultimo e negli attori che portano in scena le parole, a volte spezzate, della loro (e della nostra) vita quotidiana.

 

 

Teatro povero

Monticchiello (Siena) Piazza della Commenda

Alle ore 21.30 fino al 15 agosto

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