Mondiali e ipocrisia. Il diktat della Fifa e il coraggio di chi si ribella

Inaugurando questi Mondiali che di desertico hanno anche molte coscienze, il presidente della Fifa Gianni Infantino ha sfoderato un discorso dagli accenti kennediani: «Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento un lavoratore migrante». Però, che respiro umanistico, avrà pensato qualche innocente, destinato a rimanere presto deluso.

La Fifa vieta l’arcobaleno

Poche ore sono state sufficienti per svelare quanto di tartufesco, ipocrita e strumentale c’era nelle parole del capo del calcio mondiale, perché davanti all’ipotesi che il capitano dell’Inghilterra Harry Kane mettesse al braccio, come promesso, la fascia multicolore col simbolo “One love”, chiaro messaggio contro qualsiasi ghettizzazione sessuale, la Fifa ha estratto il cartellino giallo: l’unica fascia lecita è quella preconfezionata dalla Federazione con la scritta “No discrimination”, altrimenti si rischiano ammonizioni ed espulsioni. Un avvertimento rivolto pure a Danimarca, Galles, Belgio, Germania, Svizzera e Olanda che avevano mostrato l’intenzione di esibire l’arcobaleno della libertà. 

Lo spettacolo continua, fioccano i gol, il rullo compressore dei miliardi spesi dal Qatar (200) e degli oltre 4 che incasserà la Fifa (tra diritti tv, sponsor, marketing, biglietti) permette solo uno slogan anodino, generico, buono, anzi troppo buono, per tutti gli Stati e i regimi. Chiunque può aderire al messaggio antidiscriminatorio, anche un ultrà che si becca il daspo – divieto di assistere alle partite -, anche un qatarino o un saudita che, con l’ombrello di un Corano piegato a una concezione ormai inammissibile dei rapporti uomo-donna vessa moglie e figlia: “che diamine, dovete rispettare il mio modo di pensare e di vivere”.

Il coraggio dei calciatori iraniani

Il mood falsissimo dell’abbraccio fra i popoli in nome del pallone e della diversità, del rispetto, si era già tradotto in una stucchevole sviolinata in malafede e in mondovisione alla cerimonia d’apertura nello stadio Al Khor, con Morgan Freeman e lo youtuber disabile Ghanim al Mufta a celebrare un incontro di anime che doveva valere per tutti gli abitanti del pianeta.

In controtendenza, un gesto pesante e di forte valenza schiettamente politica (la Fifa e Infantino non lo sanno, ma i diritti umani sono una faccenda politica, quindi basta col celebrare il football solo se è depurato e asettico, privo di qualsiasi pensiero libero) lo hanno sfoderato i giocatori della Nazionale iraniana prima del match contro l’Inghilterra, restando tutti muti – capitano Ehsan Hajsafi compreso – mentre l’inno nazionale veniva diffuso dagli altoparlanti del Khalifa International Stadium. Non pochi di loro nei giorni scorsi avevano apertamente appoggiato le vaste proteste di popolo contro il regime dispotico e repressivo degli ayatollah, la squadra unita ha ribadito il concetto. Questo è coraggio, vero.

In Iran si persegue anche il dissenso dei calciatori

La maggioranza dei nazionali iraniani gioca all’estero ma il portiere Beiranvand, per dirne uno, gioca in patria, nel Persepolis. Il regime comunque saprebbe come colpire se non i calciatori, le loro famiglie. Tra i calciatori del Team Melli (il soprannome della nazionale di Teheran) forse solo l’attaccante Taremi,  che gioca nel Porto, ha lo status della stella internazionale e però tanto tranquillo non deve stare neppure lui, al pari di Sardar Azmoun, che gioca in Germania nel Bayer Leverkusen e in un post su Instagram ha condannato i crimini del potere teocratico.

La macchina poliziesca del regime a ottobre non si è fermata davanti ad Ali Daei, cinquantatreenne gloria della nazionale (149 presenze) e miglior goleador iraniano di sempre. Leggenda sì, ma esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti del regime gli è costato il carcere.

Chissà  se Khalid Salman, ex calciatore  e ambasciatore del Mondiale che aveva definito l’omosessualità una malattia mentale, si è sentito turbato davanti alla provocatoria foto dei Maneskin in reggicalze durante la premiazione degli American Music Awards a Los Angeles. Nel bene e nel male è l’Occidente, bellezza.