Mio caro ciclista rassegnati
Roma non ti vuole bene

Da una parte c’è un pedalare romano che va, cresce in ogni sua dimensione, aggrega e se ne frega: è quello visto, per esempio alla Granfondo Campagnolo, 120 km da Caracalla ai Castelli e ritorno, una corsa agonistica e no a pagamento (65 € l’iscrizione), nata un po’ sulla scia del defunto Gran premio delle Nazioni, trofeo d’antan per dilettanti e professionisti.

Dall’altra c’è un pedale ugualmente romano che arranca in miasmi e scarichi automobilistici e nella rete stracciata della mobilità cittadina: una gimcana quotidiana per chi, diversamente dai partecipanti alle tante competizioni in calendario, pensa, a Roma, di usare la bicicletta per qualsivoglia spostamento, lavoro compreso. In mezzo ci sono la volontà di affrancarsi dal sistema inaffidabile di trasporti pubblici e traffico di superficie e la non volontà della mano pubblica – o incapacità ma il risultato non cambia – di mettere in essere una trama di piste ciclabili vere, collegate tra loro, ciclabilmente funzionali (non fossi, scalini, attraversamenti da o la va o la spacca, curve cieche e altre nefandezze).

La Granfondo fa cassetta, la ciclabilità quotidiana costa. L’una dà lustro immediato  anche per via della partecipazione internazionale, come del resto hanno ormai dimostrato le maratone podistiche, la seconda è di lungo fiato e non è detto che chi ci metta mano ne possa poi riscuotere l’eventuale merito. Meglio così, evidentemente ragionano gli attuali amministratori, non fare nulla o al massimo, come in via Andrea Doria, dipingerla sul marciapiede, la pista, ché farla di sana pianta diventerebbe un problema.

Quel che ne esce è insomma un panorama desolante nel quale sopravvive il pedalatore, una sorta di irriducibile a due ruote che spesso paga sulla pelle la propria indipendenza mobile, langue il business ciclistico comunque capace di sfornare novità come la bici elettrica, si sfalda la fiducia nei governanti che proprio sulle piccole cose potrebbe fare leva.

Eppure è dai tempi del Rutelli uno, anni ’90’, che, sull’esempio di molti paesi e del nord Italia, le piste ciclabili sono entrate nell’agenda pubblica: quella di ponte Milvio e l’argine del Tevere, oggi mesto capitolo del degrado difficilmente reversibile della città perennemente invasa dalla vegetazione come una giungla tropicale, e le altre diedero il la a quella che sembrò la prima pietra di una vera rivoluzione motoria favorita dal clima, dai progressi tecnici delle due ruote, dalla coscienza ecologica che stava prendendo piede. Qualche passo avanti c’è stato, qualche spazio in più è stato riservato ai bikers, un sindaco è stato preso a lungo in giro per la sua passione per le rastrelliere di ormeggio delle biciclette medesime, le botteghe specializzate sono cresciute e hanno riempito la città di bici di ogni marca e misura e finalità, un altro sindaco ha forse salvato in qualche modo la faccia solo per aver asfaltato la ciclabile dentro il Tevere, quella sulla banchina destra.

Certo i due, Marino, che ha anche aperto alle due ruote, sua passione, i Fori Imperiali, e Alemanno, l’asfaltatore, non sono paragonabili sul piano della visione della mobilità su ruote né su quella dell’argine all’inquinamento urbano, ma a modo loro avevano capito che quello era un settore sul quale impegnare attenzioni, energie e risorse. Niente a che vedere con i silenzi e i ritardi attuali: freni che portano direttamente al più rapido dei degradi. La pista di Tor di Valle ancorché oggetto di progetti di là da venire tipo lo stadio della Roma, corre, ancora sull’argine del fiume, tra detriti, baracche, immondizie e telecamere vandalizzate e perciò inutili. Insomma una discarica abusiva peraltro facilmente raggiungibile deviando dal traffico e facilitata dall’isolamento e qualche volta persino dagli sporadici interventi di bonifica che restituiscono all’umanità che si è appropriata di quei territori la libertà di smaltimento oltre a quella di riciclo on the road.

Si dirà che in centro le cose vanno ben diversamente e che è semmai l’inciviltà automobilistica a fare danni, che le piste riservate alle bici sono considerate parcheggi, che la precedenza c’è l’ha il più grosso è via così… Ma ancora una volta c’è da ricordare che se la bici a Roma ha conquistato nel tempo il diritto a circolare e farsi rispettare un po’ di più il merito è soprattutto di quelli che quotidianamente si gettano nel traffico e nel singhiozzo delle ciclabili con una buona dose di stoicismo e con la convinzione di essere sulla strada giusta.