Miles Davis, in un documentario
vita, suoni e miracoli di un genio del jazz

Fra i suoi documentari musicali, in particolare quelli dedicati al jazz, Netflix ha cominciato a proporre in questo periodo la visione di “Birth Of The Cool”, dedicato alla figura di Miles Davis. Lo dico subito: magnifico, emozionante, toccante, drammatico ed esaltante allo stesso tempo. Come un racconto su Frida Khalo, su Leonard Cohen, su Ingrid Bergman, su Federico Fellini, e così proseguendo, da una parabola umana ed artistica irripetibile all’altra.

Le due Americhe di Miles

Quando si finisce di guardarlo ci si chiede quanto sia stato bravo il regista Stanley Nelson nel reperire, ricucire, assemblare, montare questo materiale insieme alla tanta musica; e lo è stato, indubbiamente. Ma poi viene fuori che le ragioni di questa profondità, di questa atmosfera, di questo spessore stanno tutte dentro di lui, Miles Dewey Davis, nato nel 1926 e morto nel 1991, in due punti lontani della sua America. Quella che lo accolse negli anni ’30 intrisa di un razzismo inevitabile e crescente, che lo vide volare via ancora giovane, già popolare e scontrosa star del jazz, forse l’unica vera star al di fuori del mondo del rock. Quell’America che cominciò a stargli stretta già negli anni ’50, soprattutto per un certo suo provincialismo e per quell’insopportabile intolleranza verso gli afro americani, che lui rifiutava di capire e che orgogliosamente combatteva, soprattutto dopo essersi reso conto che l’Europa era differente, più libera e meglio disposta all’innovazione nella musica, meno affaristica e tanto più sensibile.
Dopo essere stato, giovanissimo, nella stessa band in cui suonavano Dizzy Gillespie e Charlie Parker, altri giganti, dopo aver partecipato all’evoluzione di nuovi stili nel jazz ed avere inciso, con altri grandi jazzisti, il sunnominato “Birth Of The Cool”, Miles finì a Parigi, dove cominciò a familiarizzare con un mondo diverso ed assai attraente per lui, anche in virtù della breve e intensissima storia d’amore con Juliette Greco, diva del periodo. Il successivo inevitabile ritorno in patria lo fece precipitare nella disperazione e nelle spirali della tossicodipendenza.

Quella pietra miliare di “Kind of Blue”

Queste vicende sono descritte nel film con grande intensità, nell’alternarsi di immagini anche inedite, di eccellenti stralci musicali, di testimonianze di amici e compagni di musica, della sua voce roca, immediatamente riconoscibile. Via via che la storia scorre, dalla pietra miliare di “Kind Of Blue” all’incontro con John Coltrane e Bill Evans, dal sodalizio con Gil Evans e la sua orchestra (i due Evans, tutti e due bianchi ed assoluti geni musicali, cosa di cui Miles fra il serio ed il faceto sembrava non rendersi conto: come possono essere bianchi e sentire così tanto il jazz?) al quintetto con Wayne Shorter ed Herbie Hancock, ci rendiamo conto di che cosa quest’uomo abbia creato nel mondo del jazz, di quanto la storia di questa musica sia andata per circa 40 anni a braccetto con lui, con le sue idee e con i suoi capricci, con la sua carismatica autorevolezza e con la sua scontrosità. Ogni cosa inscindibile dall’altra, altrimenti non sarebbe Miles. E le sue storie d’amore, raccontate con passione e senza nascondere nulla.

Dopo gli amori francesi, arrivati quando già Miles era sposato e padre, quello travolgente e glamour con Frances (eleganti, belli, mondani e di successo fino a quando Miles non costrinse la sua donna ad abbandonare la carriera e a fare la donna di casa con i suoi figli) finito quando lui divenne per lei insostenibile. Più avanti, nella maturità dedicata alla svolta musicale elettrica e premonitrice dei nuovi volti del jazz, quello con Cicely Tyson, magnificamente fotografata sulla cover di “Sorcerer”. E poi le immagini, i filmati, la musica, che ancora ci raccontano di una vita che correva veloce fra esaltazione e depressione, cadute e risalite, ma sempre costellata di opere musicali che lasciavano il segno. E tutte realizzate con uno stuolo di musicisti che sarebbe inutile nominare: tutti i più grandi sono passati nel gruppo di Miles, hanno imparato da lui, lo hanno anche subìto, ma ne sono rimasti marchiati ed hanno portato avanti la sua eredità. E lui, nei suoi ultimi dieci anni, fisicamente acciaccato e claudicante, ma sempre più stravagantemente elegante, serioso e poco socievole sul palco, tanto da dare quasi sempre le spalle al pubblico.

Gesto che risultava spocchioso, ma nascondeva riservatezza e serietà di applicazione, attenzione per i musicisti e compenetrazione nell’opera presentata. I grandi sono spesso così: Nina Simone, Frank Zappa, Van Morrison, James Brown insegnano. E poi l’ultimo periodo, ancora dei lavori nuovi, mai banali, gli ultimi concerti (a Roma il 23 luglio del 1991 eravamo in tanti, prima di lui Pat Metheny, Miles sempre carismatico ma molto molto indebolito). Poi la fine, in California.

Per conoscere tutta la sua storia bisogna leggere Quincy Troope o qualche altro attento biografo. Ma “Birth of The Cool” è un gran bel lavoro. Realizzato con un magnifico equilibrio fra immagini, parole e musica.

Per saperne quanto basta su Davis (per chi non lo conoscesse bene) o per vivere un’emozione ricordando tappe fondamentali della sua storia (per chi sa già tutto) queste quasi due ore sono una bella emozione. Cui andrebbe dato seguito ascoltando qualcuno dei suoi indimenticabili dischi:
Birth Of The Cool
Cookin’
Round About Midnight
Miles Ahead
Ascenseur pour L’Echafaud
Milestones
Kind of Blue
Nefertiti
In a Silent Way
Bitches Brew
On the Corner
Tutu
Amandla