Milano non ama
il populismo straccione
Sala bis al primo turno?

Sondaggio vuole che a Milano il sindaco Sala verrà riconfermato. La speranza è che succeda al primo turno, perché non si trascini avanti una campagna elettorale scialba, triste, villana, per colpa, come non abbiamo timore  di dire e di ripetere, di un competitore che finora è riuscito solo nell’impresa di offrire un contributo straordinario all’immagine degradata della politica. Luca Bernardo, pediatra, candidato dalle destre quasi all’ultimo, quasi a sua insaputa, dopo una catena di rinunce, di rifiuti, di bocciature, esordì spiegando che girava armato in corsia, reparto pediatria, perché di notte temeva aggressioni, quando un giornale rivelò la sua vocazione di pistolero. L’altro giorno, sulla scia del suo temperamento, definì “pistola” coloro che avrebbero votato per Sala, dove “pistola” sta, a informazione dei non milanesi, per stupidotto, ingenuo, boccalone, eccetera eccetera. Rispose a Sala, che lo accusava di volgarità, chiarendo che “pistola” sta nel linguaggio del “volgo” e che lui si batteva dalla parte del “volgo”, cioè del “popolo”, dimostrando così una scarsa attitudine alla lettura del dizionario e alla comprensione delle etimologie, confermando, forse inconsciamente, l’attitudine di questa destra a un populismo straccione, al qualunquismo, alla protesta senza costrutto. Così un giorno ha promesso che avrebbe abolito le piste ciclabili, un altro che avrebbe cancellato i divieti di circolazione dei mezzi inquinanti, un altro ancora ha affrontato la questione dello stadio sostenendo che Inter e Milan si sarebbero dovuti costruire il loro e che il Comune si sarebbe dovuto tenere il suo, il Meazza, restaurandolo a spese proprie, perché diventasse lo stadio della Nazionale, dove si sarebbero dovute disputare tutte le partite della Nazionale di calcio, con quale gigantesca spesa per l’amministrazione comunale e con quale soddisfazione delle altre città della penisola (Roma, Napoli, Firenze, Torino, eccetera eccetera) ciascuno può immaginare. Ovviamente non ha trascurato i mantra-argomenti di ogni campagna elettorale: la sicurezza, l’immigrazione, le periferie, i trasporti, le case popolari (in quest’ultima circostanza spalleggiato da Matteo Salvini, che a Milano in un comizio volante ha attribuito la responsabilità del degrado del celebre “quadrilatero di piazza Selinunte”, celebre dopo l’esibizione del rapper Neima Ezza e dei suoi trecento fans, al Comune di Sala, mentre quelle case sono tutte dell’Aler, cioè della Regione, governata da anni dalle destre e per ultimo dal tandem Fontana-Moratti).

Lasciamo Bernardo alla sua corsia e ai suoi perplessi sponsor: la settimana scorsa ha dovuto minacciare la rinuncia, se non gli avessero rimesso al più presto i centomila euro garantiti per la campagna elettorale.

Se l’oracolo sondaggista non verrà smentito, Sala si troverà nella condizione favorevole ma assai complicata di un impegno pluriennale, ma comunque a termine, libero quindi dall’ansia di un voto futuro, e alle prese con i soldi del Pnrr, con i soldi dell’Europa, strumento di grandi realizzazioni, ma anche boccone d’oro per mafie e camorre d’ogni genere, tra spinte contrastanti, la sfida ambientale (il sindaco si è convertito, come è noto, al partito verde) e sfide immobiliari (tra aree dismesse, edifici da recuperare, stadio e conseguente possibile ridisegno di un intero quartiere), tra la qualità della vita per tutti (suo, da tempo, lo slogan “città a 15 minuti”, cioè moltiplicazione di servizi e di lavoro a portata di pedone) e una forbice che si è allargata, nello slancio economico degli ultimi anni frenato ma non fermato dal Covid. Le critiche a Sala, manager efficiente (come dimostrò il successo dell’Expo), rigoroso antifascista (ancora una occasione di scontro con Bernardo per un’altra uscita del pediatra: “Io non distinguo persone tra fascisti e antifascisti”), personalità attrattiva, potrebbero essere tante e potrebbero in larga parte rispecchiare la realtà di una città che è andata avanti, promossa tra le capitali europee, dinamica, ricca, persino più bella, che ha lasciato però indietro troppi e che ha lasciato aperte troppe ferite. Cinque anni e i soldi del Pnrr potrebbero aiutare a rimediare, a correggere, a rilanciare, sposando un’idea diversa di città e forse a questa idea diversa di città si riferisce il sindaco quando parla e scrive e promette che Milano dovrà essere “laboratorio e campo privilegiato della transizione ecologica”, cioè di “un nuovo modello di sviluppo”. Molto dipenderà da Sala stesso, molto dalla sua giunta, molto dal peso delle otto liste (condite alcune dai riciclati di varie stagioni e maggioranze) che compongono la sua coalizione (e quindi dal peso che saprà esercitare il Pd, peso che, volendo, potrebbe essere determinante, il trenta per cento dei voti alle consultazioni precedenti). In gioco entreranno altre imprevedibili condizioni: l’andamento dell’economia, le scadenze politiche, il ruolo della Regione (elezioni tra due anni)…

Oltre che per il sindaco, si voterà anche per i municipi, nove, ciascuno una media città di duecentomila abitanti, scarse disponibilità, scarse competenze, divisioni interne da teatrino televisivo, ma una possibilità di pressione politica, purché si sappiano coltivare idee, visioni generali, purché si sappia interloquire con la cittadinanza non solo a proposito di strisce pedonali (indispensabili) o di aree giochi (altrettanto indispensabili).

Non vorrei trascurare un altro possibile protagonista di una battaglia per una “Milano sempre più Milano” (slogan del sindaco) e cioè l’unica forza politica organizzata presente in città, l’unica visibile in questa campagna, l’unica che abbia tentato anche nei suoi circoli di ragionare sulle voci di un programma. Scrivo del Partito democratico, una forza che può valere purché non si identifichi con l’amministrazione, non si ritagli sul profilo dei suoi assessori, che rivendichi una propria autonomia. Mi riferisco soprattutto al partito di “periferie”, di strade ai margini, tutto sommato più vivace e più interessante, viste la sua vicinanza con i problemi concreti, la conoscenza, l’esperienza, la continuità dell’osservazione. Più voci alternative, voci forti, ambizione per i progetti, combattività, cominciando da quei luoghi di confine, cancellati dalla mappa dei poteri deboli, troppo deboli e troppo lontani dalle “stanze dei bottoni”, municipi, associazioni, circoli, persino chiese. Poi un orizzonte cui mirare, sollevando lo sguardo dalla punta dei piedi. Non vale la rassegnazione: “Tanto non ci ascoltano”. Provare e riprovare, con l’intelligenza che non manca, per non rassegnarsi prigionieri degli “ordini superiori”.

Ultima nota. Secondo gli stessi sondaggi, solo la metà degli elettori infilerà la scheda nell’urna… L’altra metà andrà al mare. Ma chi sono i no-voto? Immobili, ignari, inconsapevoli, sfiduciati, disillusi, incazzati, protestatari, qualunquisti, poveri e meno poveri… quanti aggettivi per definirli… Oggetto di studio per antropologi, sociologi, politologi. Come è successo? E’ da anni che si va avanti così. Non so se sia consentito tornare a Gramsci: “Odio gli indifferenti…”. No, non si può odiare una truppa conquistata dal consumismo, devastata dalla comunicazione televisiva e online,vittime del proprio spicciolo e modesto egoismo.