Sindaco di Milano,
l’usato sicuro
di Salvini non funziona

Albertini ha fatto il bis, rifiutando per la seconda volta, su consiglio della moglie e dei sondaggi, non fidandosi dei suoi sponsor e delle loro solenni promesse, fiutando i malumori di alcuni (a partire da Berlusconi), la candidatura a sindaco di Milano. Così la marcia della destra “nazional lombarda milanese” s’è interrotta di nuovo. Mercoledì pomeriggio i cosiddetti vertici dei partiti alleati si misureranno, cercando un accordo, che non riguarda ovviamente solo Milano, ma anche Roma e pure Torino. L’accordo dovranno firmarlo, ma si intuisce il braccio di ferro: un sindaco, a Milano o a Roma, vale più di un ministero. Chi rinuncerebbe a metterci il timbro?

E la destra sta a guardare

La scelta di Salvini di puntare sull’usato sicuro evidentemente non premia: non solo Albertini, ma anche Bertolaso per la capitale si sarebbe negato (dicono che abbia in testa solo Pfizer e AstraZeneca). Mesi fa, al disastro vaccinazioni, combinato da Fontana, il capo della Lega aveva giocato la carta Moratti. Gli era andata bene. La Moratti aveva accettato, ma non rischiava nulla: niente elezioni, niente confronti, solo una investitura. La poltrona e l’ufficio adeguatamente rinnovato erano due certezze. Può essere poi che la Moratti sia destinata a rimpiazzare Fontana al prossimo voto regionale e in questo caso il gioco potrebbe farsi duro, sempre che i concittadini lombardi non abbiano la memoria corta e dimentichino a colpi di propaganda i disastri della sanità.

Milano di destra resta in attesa. Si sono letti nomi nel passato, prima che Salvini riesumasse Albertini: Simone Crolla, manager; Luigi Santa Maria, avvocato; Roberto Rasia del Polo, direttore comunicazione del gruppo Pellegrini (l’ex presidente dell’Inter) ed ex specialista di motori per Radio24, eccetera eccetera. Sconosciuti. L’unico nome rimasto in ballo è quello di Maurizio Lupi, ciellino, compagno di merende e di maratone di Formigoni, ex ministro, assessore proprio con Albertini, mediamente giovane (61 anni). Piace a Berlusconi, che ha appena lasciato la suite dell’ospedale San Raffaele e che quindi si farà sentire. Ma Lupi non convince: i sondaggi lo darebbero nettamente sconfitto (secondo una media grossolana non arriverebbe al quaranta per cento).

Albertini, ritirandosi, non ha voluto negare il proprio contributo al toto candidature e ha pronunciato il nome di Fabio Minoli, ex deputato di Forza Italia, fondatore dei club azzurri, già direttore delle relazioni esterne di Confindustria ed ora, con il medesimo incarico, alla Bayer. Un uomo d’impresa, sopra le parti, come lo ha presentato Albertini. C’è da credere che Salvini e la Meloni non abbiano fatto salti di gioia. Albertini, per farsi perdonare, non s’è risparmiato: potrebbe guidare una propria lista cattura voti, potrebbe entrare in consiglio comunale, potrebbe persino scegliersi il posto di vicesindaco, un posto che non chiede troppo impegno e che non gli guasterebbe i rapporti con la moglie “nell’ultimo quarto della vita”.

Dopo il no di Albertini si spera nel miracolo

Per ora è silenzio, un silenzio che dà in senso della confusione e di uno stato temporaneo di “non belligeranza”. Dal cappello magico qualche cosa salterà fuori.  Come capitò proprio con Albertini, che era in fondo noto solo tra i metalmeccanici (era stato dal 1996 presidente di Federmeccanica). Albertini però vinse, prima contro Aldo Fumagalli (lui pure imprenditore) per l’Ulivo, cinque anni dopo a spese di Sandro Antoniazzi, sindacalista, per il centrosinistra. L’eredità del “sindaco in mutande” (di cachemire, naturalmente, per conto di Valentino) fu raccolta dalla Moratti, che si trovò a guidare fiaccolate anti immigrati e a gestire la prima fase organizzativa dell’Expo, rischiando il fallimento, in lite perenne con Formigoni per questioni di nomine. Poi fu la volta di Giuliano Pisapia e dopo Pisapia ecco Sala, un altro manager con il merito di aver guidato l’Expo ad un successo internazionale.

Quell’area che fa riferimento al centro sinistra o alla sinistra “radicale” di candidati ne avrà due: il sindaco uscente, neo affiliato dei Verdi europei, con il totale appoggio del Pd, e Gabriele Mariani, ingegnere civile e architetto. Non mancheranno i Cinquestelle, ragionevolmente divisi.

L’ultima casella che conta dovrà dunque riempirla la destra. Cioè dovranno riempirla Salvini e la Meloni e magari Tajani per conto di Berlusconi, perché la destra cittadina all’opposizione non ha saputo esprimere nulla. Segno di una crisi in una città che sentimenti di una destra leghista- populista- qualunquista non ha mai negato, legando i grandi affari ai malumori dei ceti sociali popolari. Da tempo si dice che la sinistra vince in centro e la destra in periferia, che cioè la sinistra trova i voti dentro una società colta, garantita, con aspirazioni di modernità. In parte è vero: alle ultime consultazioni cinque municipi su nove finirono in mano alla destra e tra i quattro di sinistra balzò all’occhio quello del centro storico. In verità il disegno dei “municipi”, spicchi di città distribuiti tra zone semicentrali e periferiche, non consentirebbe schematismi.

Le carte di Sala, l’incognita astensionismo

Ma sono altri i numeri che dovrebbero far riflettere destra e sinistra: ad esempio che nel 2016 al primo turno si sia presentato solo il 54,65 per cento degli aventi diritto al voto, al secondo turno meno ancora, cioè il 51,65 per cento. La disaffezione è palese. Ma questo riguarda tutto il paese. Invece esistono questioni che riguardano proprio Milano, che con Pisapia e Sala è diventata più ricca, più accogliente, con una dotazione di servizi che eguaglia quella delle più note città europee, persino più bella (grazie anche ai nuovi grattacieli e ai nuovi spazi verdi). Restano su tutte però due questioni: quella del lavoro, complice anche la pandemia, e quella delle periferie, agitata da qualsiasi candidato fino alla vigilia delle elezioni e poi per lo più dimenticata. Due nuove linee di metropolitana, una inaugurata da Pisapia, l’altra che sarà ultimata con Sala, sempre che venga rieletto, hanno indotto processi positivi di riqualificazione urbana. I progetti di recupero degli ex scali ferroviari potrebbero produrre altri benefici. E’ chiaro che attorno a lavoro e a periferie si gioca il progresso della città, che è ricchezza, ma anche solidarietà, identità, vicinanza, contro quelle dinamiche, da cultura ultraliberista, amata dalla destra, che rischiano solo di produrre nuove diseguaglianze, nuove tensioni. La forbice a Milano non si è ristretta, se pure nella condizione di un benessere diffuso. Alla amministrazione di Beppe Sala si possono rivolgere molte critiche. Ma dall’altra parte è solo il deserto.