Migranti in Val di Susa, solo i volontari evitano la strage sulle Alpi

Storie di frontiere e attraversamenti, storie di persone e di stereotipi che vanno a gambe all’aria, di gente che cammina e che a volte resta: Piero Gorza, antropologo politico e referente per il Piemonte di Medu (Medici per i Diritti Umani), nel corso dei suoi studi in America latina, Balcani e Africa, ha visto confini naturali e culturali, ha analizzato politiche di esclusione e arroccamenti identitari. Ricerche che lo hanno condotto, oggi, all’impegno diretto al fianco dei migranti, quelli che, attraverso la rotta balcanica, sono giunti al confine italo francese e tentano l’ennesimo attraversamento.

A Oulx, in Val di Susa, dove vive, sono attivi due rifugi, Fraternità Massi, nei pressi della stazione ferroviaria, che ospita i migranti nelle ore notturne, riservando loro stanze, bagno e cucina, e una ex Casa cantoniera occupata e autogestita, aperta 24 ore su 24. Piero Gorza collabora con entrambi, come tanti altri volontari, perché, soprattutto in inverno, la temperatura da quelle parti scende anche a – 15 o – 20, con un metro e mezzo di neve, e, se finora non si sono verificate tragedie, lo si deve solo all’opera instancabile del volontariato, dell’associazionismo locale e degli attivisti. Si raccolgono giacche a vento, scarponi adatti alla montagna, si offre un pasto caldo, un letto, ascolto, si curano le loro ferite.

“Non diciamo il sentiero da seguire, ma cosa evitare di fare, perché la montagna in questi mesi è particolarmente insidiosa. Quest’inverno è stata soccorsa una donna incita all’ottavo mese a 2200 metri di altitudine – racconta Piero e, mentre lo fa, la voce gli si incupisce –. Sapessi quante famiglie con bambini, minori non accompagnati, donne sole, che arrivano qui dopo aver viaggiando per anni, anche 5 o 6… Una volta in Italia provenienti dalla Slovenia, nell’arco di ventiquattrore sono già al confine ovest. Quelli che riescono ad arrivare, spesso rimangono vittime di respingimenti ‘illegittimi’, vengono rimandati indietro con in mano un foglio prestampato, di cui non decifrano i segni. E questo accade nonostante le interpellanze, le denunce, le condanne”.

Migranti sulla rotta nord ovest, foto Piero Gorza

Gorza ci rimanda, quindi, all’ultimo rapporto di Medu sulla rotta nord ovest delle Alpi. Apprendiamo che tra settembre e dicembre da Oulx siano transitate più di 4700 persone, arrivate in condizioni estreme, fiaccate dalla rotta balcanica, dal gelo invernale, dalle violenze subite, dai respingimenti forzati. “A ciò si aggiungono l’aumento dei controlli, i frequenti episodi di intimidazione e criminalizzazione dei soccorritori e la prassi della polizia di frontiera francese di respingere i migranti in modo sistematico senza permettere loro di presentare domanda di asilo, di richiedere protezione in quanto minori o di accedere a un soccorso medico”, si legge nel rapporto.

Sul versante francese, al Refuge Solidaire di Briançon, arriva chi è riuscito a passare “dopo ore di marcia nella neve a temperature rigidissime, spesso in condizioni di ipotermia o con inizio di congelamento agli arti. La rete dei maradeurs, i soccorritori volontari che tentano di recuperare i dispersi in montagna, conta più di 200 persone”.

Ma condizioni critiche vive anche il sistema di accoglienza sul versante italiano: il citato Rifugio Fraternità Massi mette a disposizione una quarantina di posti letto a chi è stato respinto dal Monginevro o dal Frejus e accompagnato dalla polizia o dalla Croce Rossa. Dalla casa cantoniera autogestita, invece, sono transitate finora più di 3500 persone e, nonostante riesca a far fronte all’emergenza in modo complementare al Rifugio, rischia di essere sgomberata e di lasciare quindi sulla strada migliaia di migranti in transito. Per scongiurarne la chiusura, è stata lanciata dai volontari dell’Alta Valle di Susa anche una raccolta di firme on line, perché, come ha lasciato intendere Piero Gorza, di fronte alle ingiustizie e al bisogno, bisogna mantenere vivo ciò che unisce, piuttosto che rimarcare le differenze e le specificità.

L’ex casa cantoniera che oggi rischia lo sgombero

Medu chiede pertanto “la massima collaborazione tra volontari, associazioni ed istituzioni nel predisporre con urgenza un piano di accoglienza rispettoso dei diritti umani delle persone in cammino e dei loro bisogni sanitari in una situazione di gravissima emergenza; il potenziamento delle strutture di accoglienza a bassa soglia esistenti e l’apertura del rifugio Fraternità Massi-Talità Kum di Oulx 24 ore su 24; di evitare lo sgombero della casa autogestita, che causerebbe pericolose situazioni di sovraffollamento nell’unico rifugio rimanente o che, vista la limitata capienza dello stesso e l’apertura solo serale e notturna, lascerebbe in strada donne, uomini e bambini, mettendo a rischio la loro incolumità; l’allestimento di un presidio medico accessibile a tutti i migranti, indipendentemente dallo status giuridico, che fornisca assistenza medica di base, ma anche, data la composizione dei flussi, un’attenzione ginecologica e pediatrica; un’informazione puntuale sia riguardo i pericoli derivanti dall’attraversamento della frontiera e la richiesta di soccorso sia in merito all’accesso alla protezione internazionale”. Chiede, in poche parole, che vengano rispettati i trattati e le convenzioni, chiede che la politica si assuma, come dovrebbe, il suo carico di responsabilità, evitando di lasciarlo unicamente e colpevolmente sulle spalle di singoli e associazioni.

Se tra il 2017 e il 2019 i migranti provenivano maggiormente dai paesi subsahariani, nel 2020 quasi tutti dalla rotta balcanica e, secondo il rapporto, nei mesi di riferimento, dall’Afghanistan il 44%, dall’Iran il 23%, dall’Algeria l’8%, solo in minima percentuale dalla rotta del Mediterraneo centrale. Gli algerini, per evitare la Libia e i continui naufragi, vanno in Turchia, poi in Grecia, quindi attraversano i Balcani. Vengono superati anche 10 confini, ma quel limite che divide è una invenzione prettamente storica, politica. “Prendiamo i valligiani della Val di Susa e quelli del corrispondente versante francese. In realtà, si somigliano molto, allevano gli stessi animali, producono lo stesso formaggio, un tempo hanno condiviso la stessa storia. La frontiera non è qualcosa di naturale, è una costruzione umana escludente”.

Ma la critica all’idea di frontiera per Piero Gorza si estende anche alle frontiere interne “quelle appiccicate alla pelle dei migranti, – afferma – che li trasforma in numeri, dati buoni per le prefetture, e non semplicemente persone. Empatia significa proprio stare al loro fianco, con coraggio. Non solo umanitarismo, ma il pensare contemporaneamente a un’altra geografia, senza stati nazionali, senza confini replicabili e produttori di disuguaglianze e catene”.

E’, questa, una visione politica, altra, ma politica. Come la solidarietà che manifesta facendo un tratto del cammino con chi arriva da così lontano, da quei mondi così interessanti per un antropologo come lui, diversi, eppure simili al nostro. “Nulla di eccezionale – replica – i volontari non potrebbero fare altro”. Sarà così. Ma i legami che si creano in poche ore, il tempo di una sosta, spesso diventano solidi, come testimoniano i messaggi e le foto che riceve da chi è riuscito nell’impresa. Gruppi di famiglia, bambini a scuola o in un parco giochi, con un fondo di nostalgia nello sguardo, perché, quando parti, lasci sempre qualcuno indietro, nella casa di origine, lungo la rotta. Nessuna frontiera, purtroppo è cosa facile.