Migranti, Pnrr, Ungheria: le materie su cui Meloni va allo scontro con l’Ue

Proviamo a tracciare un primo bilancio sull’atteggiamento del governo Meloni sull’Europa. Lo si può fare valutando, giorno per giorno, la linearità o il disallineamento del percorso europeo della Presidente del Consiglio e dei suoi ministri sulle questioni nell’agenda dell’Unione europea. Lo facciamo lasciando per ora da parte l’analisi delle convinzioni “confederali” della leader della destra italiana: quelle di un futuro dell’Europa in cui gli Stati nazionali avrebbero un ruolo prevalente ancor più invadente di quanto è avvenuto dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona tredici anni fa con il pre-potere del Consiglio europeo.

Il primo tema da analizzare è quello del governo dei flussi migratori su cui la campagna di disinformazione e di intossicazione dell’attuale ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del suo predecessore Matteo Salvini nel periodo del suo incarico (1° giugno 2018 – 5 settembre 2019) così come l’intervento di Giorgia Meloni al Rome Med Dialogues 2022 si è infranta contro i dati incontrovertibili delle organizzazioni internazionali ed europee, contro l’obbligo di salvare le vite umane nel Mediterraneo anche in collaborazione con le organizzazioni non governative.

Un’Italia disallineata

L’Italia si è disallineata rispetto alle posizioni di Francia, Germania e Spagna ma anche rispetto a quelle della Commissione europea e, naturalmente, della grande maggioranza del Parlamento europeo con l’eccezione dei gruppi politici dove siedono i parlamentari di Fratelli d’Italia e della Lega.

Sulla questione dei flussi migratori, del resto, il disallineamento non riguarda solo la dimensione europea ma eprime il distacco dall’idea di una civiltà che accoglie e non respinge, di una società che include e non esclude, di culture che si rispettano.

Il messaggio che Giorgia Meloni ha lanciato dal Rome Med Dialogues 2022, oltre alla ripetizione ossessiva del ruolo delle “nazioni”, è stato quello dei respingimenti e dei rimpatri in assenza di qualunque riferimento alle cause delle migrazioni ignorando nello stesso tempo la dimensione delle rotte migratorie che coinvolgono tutto il continente europeo in un quadro mondiale dove i popoli che trasmigrano (i déracinés) lo fanno in primo luogo all’interno dei propri paesi poi verso i paesi vicini quindi verso i paesi in via di sviluppo e solo in ultima istanza verso i paesi sviluppati.

La proposta di un finanziamento di 100 miliardi di euro lanciata da Antonio Tajani  in una intervista e ripresa da Giorgia Meloni come un “piano Mattei” (dal nome del fondatore dell’Eni Enrico Mattei, che prevedeva agli inizi degli anni ‘60 uno schema di cooperazione nel mercato petrolifero con un rapporto diretto fra paese produttore e paese consumatore e che dunque non ha nulla a che fare con l’attuale ed eventuale iniziativa italiana) andrebbe nella direzione dell’obiettivo dei respingimenti e dei rimpatri senza precisare se i finanziamenti sarebbero destinati ai paesi del Nord Africa che “accolgono” i migranti dall’Africa sub-sahariana o ai paesi di tutto il continente africano.

La somma indicata da Antonio Tajani non tiene del resto conto del fatto che l’Unione europea e i 27 paesi membri hanno speso nel 2021 settanta miliardi di euro in aiuti ai paesi in via di sviluppo, che questi aiuti corrispondono allo 0.49% de PIL globale dell’Unione europea (pari nel 2021 a 14.500 miliardi di euro), che si è deciso di aumentarli entro il 2030 fino allo 0.7% ancor al di sotto di quell’1% considerato come la soglia minima da raggiungere e che gli aiuti dovrebbero essere finalizzati allo sviluppo economico del continente e non a sostenere le azioni di repressione dei flussi migratori.

Ministri dell’interno e della giustizia a Bruxelles

Vedremo come si orienteranno i ministri dell’interno e della giustizia nella riunione dell’8 dicembre a Bruxelles, se ci saranno delle decisioni sulle proposte della Commissione europea che dovranno poi essere discusse e approvate dal Parlamento europeo e se Matteo Piantedosi potrà esprimere ancora una volta la sua “personale soddisfazione”.

Il secondo tema è quello del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), su cui si innesta la domanda di una sua revisione rivendicata da Giorgia Meloni durante la campagna che ha preceduto le elezioni legislative del 25 settembre e che è stata riproposta con linguaggio diverso da vari ministri italiani negli incontri a Roma con la missione della Commissione europea e a Bruxelles nelle riunioni ministeriali.

Foto di Pete Linforth da Pixabay

Il ministro dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha affermato ad esempio che “il PNRR era un piano fatto in fretta e in furia per spendere e, a volte, non per farlo bene. All’Europa chiediamo la possibilità di rimodulare le risorse e i tempi rispetto alle vere domande dei territori e delle imprese sapendo che modificare il PNRR era un tabù demagogico solo per la sinistra”.

Da parte sua, il ministro per gli affari europei, Raffaele Fitto, ha detto che il governo Meloni sta “definendo gli obiettivi al 31 dicembre e dall’altra sta lavorando ad una visione strategica di carattere generale sull’intero programma immaginando implementazioni dello stesso programma in base ai nuovi scenari”.

Di fronte a queste dichiarazioni, la Commissione europea e in particolare il commissario all’economia Paolo Gentiloni hanno ribadito che la sola rimodulazione possibile è quella legata al raggiungimento degli obiettivi del REPowerEU per conseguire il risparmio energetico, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e l’accelerazione verso l’energia pulita sapendo che non è previsto alcuno slittamento al di là del 31 dicembre 2026 e che l’attuazione delle riforme nazionali non discende da rigide regole europee ma dal rapporto di causa ed effetto  fra le riforme da una parte e la capacità di un paese di rilanciare la propria economia e di essere resiliente.

Queste riforme, come ci ha ricordato Romano Prodi qualche giorno fa, riguardano fra i capitoli più importanti i servizi pubblici locali ed il sistema giudiziario, l’eliminazione del lavoro nero, un progetto comprensivo di digitalizzazione e la lotta all’evasione fiscale sapendo che “gli interlocutori europei non sono soddisfatti su come si sta camminando in queste direzioni”.

I paesi europei che hanno presentato alla Commissione europea i loro piani di ripresa e di resilienza (PNRR) pagano del resto le conseguenze della decisione collettiva presa nel luglio 2020 (presidente del Consiglio Giuseppe Conte, n.d.r.,) nella quale venne accontanata la proposta europea di un piano – e non di un fondo – che avrebbe dovuto essere implementato per due terzi attraverso beni pubblici europei con una gestione diretta europea.

Essi lo hanno sostituito con un piano o meglio con un fondo che sarà implementato solo attraverso beni pubblici nazionali con una gestione nazionale indiretta, cosicché i meriti della ripresa e della resilienza saranno attribuiti ad ogni governo nazionale. Insomma, potrebbe accadere che il fallimento di un piano venga pagato dal governo incapace di rispettare tempi e modi delle riforme e però poi a pagare le conseguenze del fallimento sarà  tutto il programma europeo.

Quel che sta avvenendo in questi mesi in materia di costi dell’energia, di ostacoli per il passaggio all’energia pulita, di lotta al cambiamento climatico dopo lo stallo della COP27, di aiuti per la ricostruzione dell’Ucraina (che ha richiesto l’attivazione di un nuovo debito pubblico europeo), di governo dei flussi migratori, della implementazione di una effettiva autonomia strategica nel settore dell’intelligenza artificiale attraverso accordi di partenariato con i paesi che possiedono le materie prime che mancano all’Europa, di creazione di una unione della salute, di politiche coerenti con l’obiettivo della biodiversità, dello sviluppo di una politica industriale europea a partire dal ruolo centrale delle piccole e medie imprese insieme alla rete degli attori dell’economia sociale, tutto questo rilancia la necessità di un piano per beni pubblici europei.

Essi richiedono un rafforzamento della capacità di governo a livello europeo con un’azione convergente di alcuni paesi come la Francia, la Spagna e l’Italia in cui l’interesse nazionale coincide con quello europeo.

Proprio nel momento in cui era indispensabile una più forte intesa fra questi tre paesi per rispondere alle incertezze e alle pulsioni nazionaliste di Berlino, si sono interrotti il dialogo e l’intesa fra Roma e Parigi ad un anno esatto dalla firma del Trattato del Quirinale.

Il terzo tema è quello della difesa dello stato di diritto e cioè della legalità, della certezza del diritto, della prevenzione dell’abuso del potere, dell’uguaglianza davanti alla legge e della non discriminazione, dell’accesso alla giustizia e dunque della indipedenza della magistratura.

Affermare che le sanzioni contro paesi come l’Ungheria e la Polonia, che violano lo stato diritto, consistano nel congelare fondi europei che sono finanziati da tutti i cittadini europei sia una “barbarie” – come ha affermato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini da giovane militante nel Fronte della Gioventù – significa disconoscere e disprezzare i valori comuni su cui si fonda l’Unione europea.

Il disallineamento del governo Meloni dall’Unione europea non nasce certo dalla dichiarazione di  Procaccini ma dal fatto ben più grave del voto dei parlamentari europei di Fratelli d’Italia (insieme con quelli del partito Diritto e Giustizia al governo in Polonia) e della Lega (insieme a quelli del Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia) contro la risoluzione del Parlamento europeo che chiede il congelamento di quei fondi.

Il disallineamento è provocato ancora di più dal fatto che il governo italiano si prepara ad impedire questa decisione nel Consiglio dei ministri dell’economia e delle finanze in programma oggi, a cui parteciperà Giancarlo Giorgetti, contribuendo alla formazione di una futura minoranza di blocco con Polonia, Ungheria e Svezia. Questo con la complicità della presidenza ceca del Consiglio che – così pare – sarebbe orientata a non mettere ai voti la decisione.

Il disallineamento del governo Meloni dall’Unione europea rappresenta un grave danno per l’Italia e contribuisce al rallentamento del processo decisionale europeo nel momento in cui le vecchie e nuove emergenze esigono maggiore efficacia e determinazione.