Migranti, le altre ragioni della fuga

“Vivere alla fine dei tempi” come direbbe Zizek comporta la rassegnazione oppure lo sforzo della riconfigurazione in un altrove da dove arrivano echi di benessere, di salvezza, di rinascita. Questo sforzo porta milioni di donne, uomini e bambini ad allontanarsi verso l’ignoto, entrando in un’identità semplificata, generica, sommaria: quella del migrante.

Solo una distinzione viene tollerata nel mondo dei ricchi. Il rifugiato dal migrante economico, dando al primo la legittimità del viaggio e al secondo la indegnità della fuga per fame. Tutti vendono cara la pelle, ma solo i primi si possono salvare, mentre i secondi vanno rispediti nelle galere libiche, nei campi profughi, o, nella nuova versione di Trump, in gabbie oltre il confine, dove separare le madri dai figli, disintegrare intere famiglie.

Puzza di ignobile il mondo dei ricchi. E puzza di quell’indistinto che riconduce e mortifica in un solo nome, quello di migrante, milioni di racconti, di storie di vita e di persone soggette a tante forme di aggressione. Il clima impazzito, un ambiente predato e affamato, le guerre.

Le migrazioni sono un esodo che avviene per molteplici cause, tutte accomunate dalla dissoluzione di intere popolazioni costrette a disintegrarsi o a fuggire. La retorica delle “ondate”, utilizzata ciclicamente nella narrazione mediatica dei flussi migratori diretti verso l’Europa e connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, nasconde, dunque, una realtà ben più complessa.

Chi ricorda el Niño? Un’anomalia climatica che ha avuto nel 2015 effetti devastanti, con fortissime alluvioni in Sud America, e gravissime siccità in altre aree del mondo che già vivevano in grande precarietà, come il Corno d’Africa (in particolare l’Etiopia), aumentando l’insicurezza alimentare, la malnutrizione, la morte di migliaia di capi di bestiame, la diffusione di epidemie.

Con gli attuali trend di aumento delle emissioni di gas serra e la crescita conseguente delle temperature medie globali, sono gravissime le conseguenze generate dai cambiamenti climatici, soprattutto sui Paesi più vulnerabili. Ed è la regione equatoriale la più colpita, quella che subirà un maggiore riscaldamento, un più forte innalzamento del livello del mare, e un rischio più alto di aridità e siccità. Alluvioni da una parte, scarsità d’acqua dall’altra. E popolazioni costrette a spostarsi alla ricerca di un altrove, non in segno di fallimento della capacità di adattarsi, ma dell’unico modo per far fronte a impatti, minacce e stravolgimenti legati alla degradazione ambientale. Stravolgimenti le cui conseguenze sono ignote all’esperienza umana abituata ad avere dai sistemi naturali “eco servizi” gratuiti come acqua, cibo, combustibili.

Assicurare ai migranti uno status che riconosca la gravità della minaccia rappresentata dagli impatti del cambiamento climatico, è quindi indispensabile e urgente. I cambiamenti climatici colpiscono anche tutte le attività economiche, a partire dall’agricoltura. Un aspetto della realtà siriana, per esempio, che viene ignorato ma che è importante nel racconto della migrazione dalla Siria, Paese in guerra è che già nel 2010, come riporta il New York Times, la situazione dell’agricoltura siriana è al collasso, con i vecchi sistemi di irrigazione crollati, le falde acquifere a secco e centinaia di villaggi abbandonati, i terreni agricoli diventati deserto e gli animali da pascolo morenti. Una crisi a cui il regime siriano non sa rispondere, aggravando la situazione. Le risorse idriche del Paese si sono dimezzate nel giro di pochi anni, con conseguenze dirette sulle produzioni agricole. Questa situazione ha portato le popolazioni agricole dell’interno, sunnite, a spostarsi verso la costa, dominata dalla minoranza alauita, vicina ad Assad, acutizzando il conflitto.

Negli ultimi anni, in tutto il mondo, si è registrato un aumento di episodi di violenza legati alle risorse idriche. E un interessante studio pubblicato dalla una rivista scientifica americana ha dimostrato con dati precisi il ruolo determinante della siccità come fattore accelerante dei conflitti. Tutto ciò determina per intere comunità l’impossibilità di continuare a trovare sul proprio territorio le risorse per una vita sicura e dignitosa e quindi la necessità di migrare per sopravvivere. Si parla in questi casi di migranti o rifugiati climatici. Ma le migrazioni ambientali non sono tutte legate agli effetti dei cambiamenti climatici. Un’altra gran parte di persone e comunità sono spinte a fuggire dalle proprie case a causa degli effetti negativi delle aggressioni umane sugli ecosistemi.

Tutto il continente africano e vaste regioni dell’Asia e dell’America latina subiscono lo sfruttamento massiccio delle proprie risorse naturali con impatti ambientali devastanti. Ciò è particolarmente evidente in Africa subsahariana, dove più della metà della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno e le ricchezze sembrano rivoltarsi contro i paesi e le persone che le detengono. Grandi progetti minerari come diamanti, rame, cobalto, platino del centro Africa, o attività di esplorazioni e sfruttamento di idrocarburi, soprattutto il petrolio in Libia, Nigeria, Angola. Milioni di tonnellate di cui l’Africa consuma solo il 3,7% del petrolio mondiale. Anche la costruzione di enormi dighe e infrastrutture di trasporto come autostrade e ferrovie rappresenta uno stress ambientale tale da motivare o costringere intere comunità ad abbandonare un territorio. Lo stesso può dirsi di pratiche agricole non sostenibili come le monocolture, che comportano la distruzione dei suoli, o l’introduzione di specie animali e vegetali che modificano in modo irreparabile l’equilibrio di ecosistemi fragili.

Tutti, migranti ambientali climatici e non climatici condividono almeno una condizione: fuggono dagli effetti della distruzione o degradazione dell’ambiente in cui vivono. Ricercare la causa ci rimanda, come a un gioco dell’oca, proprio a quei Paesi del mondo, meta agognata delle grandi migrazioni di questo periodo. Perché gli investimenti per attività a più alto impatto ambientale nascono in capo ai governi più ricchi, finalizzati alla loro crescita economica e propongono un modello i cui primi beneficiari sono le grandi imprese multinazionali che ciucciano inesorabilmente tutte le risorse naturali minacciando ecosistemi che sono habitat di comunità dipendenti da quelle risorse naturali sia per i bisogni primari sia per la conservazione della cultura e dell’identità dei luoghi. Tantissimi sono gli esempi. Da noi si chiamano “politiche di sviluppo” ma mettono in ginocchio intere popolazioni dal continente africano, all’Asia, al Sudamerica e generano conflitti socio-ambientali di cui vediamo e viviamo gli effetti. Ma nelle nostre società avanzate in cui si macinano storie e persone in un nanosecondo, in cui le politiche rifuggono l’analisi, i trattati condensano e semplificano e i mezzi di comunicazione veicolano solo slogan, le storie e le persone vengono raggruppate e raggrumate in categorie senza senso. E su queste si norma e si legifera.