Mettiamo un punto fermo nella pandemia: i vaccini sono beni comuni

Dei vaccini si continuerà a parlare (e scrivere) ancora per molti mesi. Peccato che nel frattempo crescano confusione, segnali contraddittori, conflitti politico-commerciali che rischiano di sguarnire, indebolire, quella che dovrebbe essere la prima linea di una guerra, quella contro la pandemia da COVID 19, tuttora lontana dall’essere vinta.

La salute è un bene comune, lo dice la Costituzione italiana, ma anche la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea.

La cura della salute, la sanità, sono beni comuni. Noi italiani, in particolare, lo sappiamo perché abbiamo un Servizio Sanitario Nazionale che, nonostante limiti e difetti, garantisce a condizioni di assoluta parità per tutti i cittadini, prestazioni sanitarie di eccellenza nel settore pubblico (è vero, c’è anche un settore privato largamente finanziato da risorse pubbliche verso il quale si possono e si devono fare rilievi di vario tipo).

I vaccini, e non solo quello per il COVID 19, devono essere considerati un bene comune. Tutti hanno diritto (direi anche l’obbligo) di essere vaccinati nelle migliori condizioni possibili.

Il dilemma su brevetti e proprietà intellettuale

La proprietà intellettuale dei vaccini contro questa pandemia attualmente non è un bene pubblico, anche se le industrie di Big Pharma hanno (stanno) usufruendo largamente di soldi pubblici. In Usa attraverso finanziamenti diretti, l’UE l’ha fatto con il programma di pre-acquisti, gli Advanced Purchase Agreements, per centinaia di milioni di dosi dalle compagnie Pfizer, AstraZeneca, Moderna, Johnson&Johnson).

La proposta del Presidente Biden, di qualche giorno fa, di sospendere la proprietà intellettuale dei vaccini ha un valore politico eccezionale, che rimane tale nonostante i silenzi e le perplessità che sono seguiti al suo annuncio, sia negli Stati Uniti che in Europa. Rompe schemi e apre prospettive molto interessanti, specialmente se di questo si parla nella patria del libero mercato.

Nell’Unione europea si è reagito con posizionamenti diversi e, come è successo altre volte in questi anni, la posizione più prudente è stata quella di Angela Merkel. Da parte sua, Mario Draghi non ha fatto mancare apprezzamenti alla proposta di Biden ma ha aperto anche lui una interlocuzione improntata ad un maggiore realismo.

Draghi e la rimozione del blocco all’export

Parlando alla Camera mercoledì scorso, lo stesso Draghi ha sottolineato due cose importanti. “Prima di arrivare ad una liberalizzazione dei brevetti è meglio rimuovere il blocco dell’export che Usa e GB tengono, aumentare la produzione e individuare nuovi siti anche nei paesi poveri”. Ed ha aggiunto che “…la liberalizzazione di per sé non assicura la produzione dei vaccini. La produzione di questi vaccini – soprattutto quelli di nuova generazione… quelli basati sulla tecnica mRNA – è complessa perché richiede tecnologia, specializzazione, organizzazione. Non è facilmente replicabile anche disponendo del brevetto… (e) non garantisce di per sé gli standard qualitativi necessari e dunque la sicurezza dei vaccini”.

Torneremo più avanti sul tema. In effetti, non basta liberalizzare la proprietà dei vaccini senza poter disporre delle infrastrutture materiali per produrli. Questo è il punto.

C’è un nervo scoperto in Europa in questo campo. Lo aveva notato recentemente il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman, sul New York Times, che si era giustamente interrogato sulle capacità del modello europeo di tutela della salute.

Anche Carlo Cottarelli ha spiegato come stiano andando le cose in questa vicenda (scelta, approvvigionamento e inciampi come per AstraZeneca compresi). “I Paesi membri hanno interesse a usare le istituzioni comunitarie più che come vero centro decisionale come parafulmine quando le cose vanno male”. Non si poteva dire meglio.

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Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

No, l’Europa non è franata

Occorre sgombrare il campo dall’ennesima fakenews ricorrente su una Europa impreparata, incapace di reggere la concorrenza di altri paesi, appesantita da meccanismi decisionali complessi. In questo caso non è accettabile che si dica che è franata l’Europa. È franata la non Europa. E questo per la semplice ragione che gli Stati membri non hanno voluto conferire alle istituzioni sovranazionali nessun potere in materia di sanità. L’UE, non essendoci una base giuridica nei Trattati, non si è potuta occupare con regole comunitarie della pandemia. C’è stato soltanto un coordinamento, più o meno efficace. Di sicuro poco incisivo rispetto alle complicazioni insorte nelle ultime settimane. La Commissione europea ha agito come agenzia tecnica, a nome e per conto dei governi nazionali. Ha stilato contratti, ma l’ha fatto con l’assistenza (e il controllo) dei rappresentanti di sette governi europei (tra cui quello italiano).

E dire che, come ha ricordato il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, l’UE è stata in grado nel passato di dotarsi di una politica comune sulla sicurezza alimentare e la tutela della salute degli animali (sì, proprio così!) dopo la crisi della “mucca pazza”. Insomma l’Europa di Bruxelles fa quello che gli viene consentito dai Trattati e da quanta sovranità decidono di condividere gli Stati membri. Questo è lo stato delle cose che, ovviamente, tutti ci auguriamo possa cambiare.

La complessa filiera industriale dei vaccini

E torniamo ai vaccini. Un anno fa, dopo lo scoppio della pandemia, nessuno pensava che avremmo avuto a disposizione, e già da alcuni mesi, diversi vaccini per la cura del COVID 19. Un miracolo della ricerca e della scienza. Abbiamo però anche scoperto che per produrre un vaccino non basta una ben attrezzata casa farmaceutica con i suoi ricercatori. Ci vuole una complicata filiera industriale, ci vogliono sino a 300 enzimi (da reperire in chissà quali parti del mondo), ci vogliono i bio-generatori (non qualsiasi, ma quelli per questi vaccini), c’è, parola nuova almeno per me, la fase dell’infialettatura per miliardi di dosi, poi la distribuzione (stoccaggio, catena del freddo, e così via).

L’esistenza di questa filiera industriale (l’Italia è uno dei paesi con una attrezzata industria farmaceutica) spiega perché l’UE e i suoi Stati membri, pur non possedendo nessuno dei 4 vaccini in uso (BioNTech è una consociata tedesca della casa madre americana Pfizer), ne abbiano tuttavia esportate ben 200 su 400 milioni di dosi prodotte e di cui, udite udite, 28 milioni in Gran Bretagna, 75 milioni in Giappone e così via. Vaccini “prodotti” all’interno dei 27 stati membri ed esportati.

La Commissione europea sì è forse fidata troppo degli accordi con le stesse aziende con le quali hanno negoziato Usa e Regno Unito? Si è trattato comunque di acquisti al “buio”. E i contratti erano “aperti” al punto che, in questi giorni, la Commissione ha potuto annunciare che da giugno in poi rinuncerà a proseguire gli acquisti di AstraZeneca vista la chiara difficoltà di questa azienda di mantenere gli impegni contrattuali. La domanda, molto semplice, da porsi dovrebbe essere: starebbero andando meglio le cose se ciascun paese europeo avesse tentato di fare per conto suo? E con quali garanzie su un futuro che si annuncia ancora più complicato? Dov’è il problema? È la globalizzazione, bellezza!… verrebbe da dire.

Con i suoi difetti, ovviamente. Per esempio con catene di valore così allungate che a noi europei fecero scoprire che non producevamo mascherine perché di scarsissima resa commerciale. Oppure, come sta succedendo in India, per esempio, che si può inventare un vaccino ma non avere a disposizione la filiera lunghissima e sofisticata per la produzione di miliardi di dosi.

Che deve fare dunque l’Unione europea?

Certo, è opportuno lanciarsi nella prospettiva di una valorizzazione pubblica, bene comune appunto, di farmaci e risorse fondamentali per la vita umana (lo stesso discorso per esempio si sta facendo per l’acqua). Al tempo stesso, però, per non cedere solo alla retorica dei buoni propositi, bisogna dotarsi di una Politica industriale comune della sanità. Partendo da quanto si sta già facendo. La Task force europea guidata dal commissario Thierry Breton sta accelerando il negoziato per la creazione di alcune decine di impianti industriali in vari paesi (tra cui l’Italia) che permetteranno direttamente o sulla base di licenze delle case farmaceutiche di recuperare il gap produttivo tra la scoperta, la validazione dei vaccini e la loro produzione.

Sviluppo della ricerca e di future applicazioni

Dotarsi cioè, insieme allo sviluppo della ricerca e di future applicazioni, della strumentazione per accorciare quelle catene di produzione e garantire vaccini e altri beni comuni per la tutela della salute per sé stessa e per le popolazioni del resto del mondo che ne hanno bisogno, a condizioni favorevoli che tengano conto delle possibilità di ciascun paese. Avendo l’accortezza, in questo come in altri casi, di non limitarsi a controllare la concorrenza interna al mercato unico, ma di pensare a “campioni europei” sui quali concentrare grandi investimenti a dimensione sovranazionale.

In sostanza, per la salvaguardia di salute e benessere dei cittadini europei e, con loro di quello delle altre parti del mondo più bisognose, abbiamo bisogno di una Europa della sanità che ancora non c’è nei Trattati. Questa dovrebbe essere una delle prime riforme istituzionali da avviare.

Di cambiamenti nel modo di essere dell’Unione europea s’è parlato molto il 9 maggio, giornata dell’Europa, da Strasburgo dov’è stata lanciata la Conferenza sul Futuro dell’Europa con interventi di Macron, Sassoli, Ursula von der Leyen e il premier portoghese Costa.

Vedremo adesso quali sviluppi potranno aprirsi a partire da una partecipazione attiva e consapevole dei cittadini europei, così com’è previsto, alla Conferenza.
https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20210414IPR02003/conferenza-sul-futuro-dell-europa-lancio-della-piattaforma-multilingue-digitale