Metti che si ribelli
lo scrivano Conte

In risposta ad un’inserzione, un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio. Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby. Dopo pochi cenni sulle sue qualifiche, lo assunsi, lieto d’aver nel mio corpo di copisti un uomo dall’aspetto così singolarmente composto che, pensai, avrebbe potuto influire in modo benefico sull’indole caotica di Turkey, nonché su quella impetuosa di Nippers.

Porte pieghevoli di vetro molato dividevano i miei locali in due zone, una delle quali era occupata dai miei scrivani, l’altra da me medesimo. In conformità col mio umore, a volte spalancavo tali porte, oppure le richiudevo. Stabilii di assegnare a Bartleby un angolino presso i battenti pieghevoli, ma sul mio lato, così da aver quell’uomo tranquillo a portata di mano, nel caso si presentasse qualche necessità di minor conto. Collocai il suo scrittoio accanto ad una piccola finestra su quel lato della stanza, finestra che all’origine s’apriva su una veduta laterale di certi scuri cortili e muri in mattone. A tre piedi dai vetri della finestra trovavasi un muro e, da molto in alto, scendeva la luce, filtrando tra due alti edifici come da una piccola apertura in una cupola. A rendere tale sistemazione vieppiù soddisfacente, procurai un alto e verde paravento, che poteva tutt’affatto riparare Bartleby dai miei sguardi, quantunque senza allontanarlo dalla mia voce.

All’inizio Bartleby svolse una straordinaria quantità di lavoro scritturale. Quasi fosse da lungo tempo affamato d’alcunché da copiare, egli pareva pascersi con ingordigia dei miei documenti. Non si concedeva pausa per la digestione. Si dava da fare notte e dì, copiando sia con la luce del sole che al lume di candela. Mi sarei senz’altro compiaciuto di tanta solerzia, fosse egli stato allegramente operoso. Invece continuava a scrivere in silenzio, con moto scialbo e meccanico.

Parte inevitabile del lavoro d’uno scrivano è, ben s’intende, la verifica dell’accuratezza delle sue copie, parola per parola. Ove vi siano due o più scrivani in un ufficio, essi s’assistono l’un l’altro in tale esame, l’uno leggendo la copia, l’altro controllando l’originale. È questo un lavoro molto insipido, tedioso e letargico. Non ho difficoltà a immaginare che, per qualche indole sanguigna, esso sarebbe affatto intollerabile.

Talora, nell’urgenza del lavoro, avevo l’abitudine di prestare il mio aiuto nell’esame di qualche breve documento. Una tra le mie mire, nel collocare Bartleby a portata di mano dietro il paravento, era di ricorrere ai suoi servigi in simili banali evenienze. Credo fu il terzo giorno dacché egli era con me, il primo nel quale fosse sorta la necessità di fargli esaminare le sue scritture, che, avendo io premura di sbrigare una faccenda che m’impegnava al momento, bruscamente detti una voce a Bartleby. Posta la fretta e la mia naturale attesa d’immediata obbedienza, sedevo col capo chino sul documento originale posto sul mio scrittoio, e la mano destra obliquamente protesa a porgere in modo un po’ nervoso la copia, così che, appena emerso dal suo riparo, Bartleby potesse afferrarla e procedere all’opera senza indugio.

In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby, con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no”.

Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. Lì per lì mi accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avesse del tutto frainteso ciò ch’io intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giuste la medesima risposta dianzi udita: “Avrei preferenza di no”.

“Preferenza di no?” gli feci eco, alzandomi in grande eccitazione, e attraversando la stanza d’un balzo. “Come sarebbe a dire? Cosa vi prende? Voglio che m’aiutiate ad esaminar codesto foglio, prendetelo,” e glielo gettai.

“Avrei preferenza di no”, diss’egli.

(Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, 1853)