Meno male che c’è il Papa a ricordare che la corsa al riarmo riporta indietro il mondo

Quella di papa Francesco è l’unica voce forte, coraggiosa e libera che si è levata contro la follia della guerra in corso in Ucraina. L’unica leadership morale e politica credibile, autorevole, coerente. Tutto il resto è grigio conformismo e resa culturale alla logica della guerra.
Una voce forte perché, pur nel tono mite da tango liso, chiama le cose col loro nome, senza giri di parole come si conviene nelle ore drammatiche: “… il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”. Così ha detto papa Francesco. Nessuna concessione al “né, né”. L’unica parte da cui stare è quella degli innocenti civili e l’unica parte da avversare è quella dei potenti che ovunque usano il mondo per la loro fame di potere.

L’unica voce libera

Una voce coraggiosa perché non teme lo stigma che viene apposto al pensiero laterale rispetto al mainstream. Una voce libera mentre nessuna parte politica, nessun altro leader riesce a prescindere dalle proprie convenienze immediate quando parla della guerra in questi giorni. In Italia si pensa alla propria posizione nel o fuori dal governo in vista delle elezioni; si parla di guerra e si pensa ai like sul prossimo post con foto accanto ai primi profughi ucraini (ma se ne guardava bene dall’avvicinarsi a profughi siriani solo qualche mese fa). Nessuno è abbastanza libero per parlare (e soprattutto fare qualcosa) per le vittime della guerra ucraine e russe.

Così, tutti in fila per tre a votare un ingiustificato, anche sul piano militare, investimento pubblico fino al 2% del PIL per nuove armi da diffondere nel mondo nei prossimi anni e preparare così nuove guerre. Perché quell’aumento, che il Parlamento ha disciplinatamente e irresponsabilmente votato (salvo 19 voti contrari), non serve per un sistema di difesa europeo, ancora lontano da venire concretamente concepito, bensì ad esportare nuovi sistemi d’arma in nuovi potenziali o attivi focolai di guerra (ve ne sono oltre 30 oggi nel mondo).

Di nuovo l’unica voce che si è levata – alta, limpida, netta – fuori dal coro è stata quella del papa: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. Pazzia!”. Vergogna, pazzia: sono parole inusuali per un pontefice. Vuol dire che un segno si è passato, quello della decenza. Ma Francesco non si è limitato ad una condanna morale, non scontata ma plausibile per il capo della Chiesta univresale. Ha colto la radice dell’errore nella decisione del Parlamento e ha indicato un’altra strada per la risoluzione dei conflitti. “La vera risposta – ha detto – non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”.

Ora che papa Francesco ha sdoganato autorevolmente la possibilità di un pensiero diverso, vedo che qualcuno si sveglia dal colpevole torpore. Dopo aver votato l’ordine e la disciplina alla Camera appena qualche giorno fa, Giuseppe Conte sembra averci ripensato. Ma se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare, come diceva quello. Vediamo se reggerà al primo stormir di fronde governative.

Intanto conviene chiarire che, per quanto l’aumento al 2% del PIL fosse già contenuto in un accordo del 2006 fra i Ministri della Difesa dei paesi Nato e confermato dal vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles, dove si era specificato che il 20% della spesa doveva essere dedicata a nuovi sistemi d’arma, con questo voto in Parlamento si compie un salto di qualità. In primo luogo si dà una motivazione specifica di tipo militare per questa crescita della spesa, cogliendo l’occasione della guerra in Ucraina (e, dunque, di una opinione pubblica più disponibile ad accettare un incremento di spesa calcolato nell’ordine di 13 miliardi l’anno). Allo stesso tempo però questa decisione si allontana da vere motivazioni di sicurezza, collegando l’incremento di spesa (variabile) della spesa pubblica ad un parametro che comprende la produzione di ricchezza privata (PIL), indipendentemente da una valutazione delle effettive esigenze della spesa militare.

Il circolo vizioso della produzione di armi

Si afferma che l’aggressione russa all’Ucraina ha compattato l’Europa spingendola finalmente a costruire una difesa comune, ma questo progetto oggi non esiste. Viene stabilito un aumento di spesa militare senza che la Ue abbia neppure abbozzato un progetto concreto di difesa comune, tanto meno averlo approvato dagli Stati membri. Si tratta, nella sostanza, di un regalo generoso a scatola chiusa alle industrie del settore militare. Una scelta che alimenta un circuito economico sempre più incardinato sulla produzione bellica. Di cui, oltre alle industrie produttrici, beneficieranno gli istituti finanziari. Perché l’industria delle armi è un ottimo cliente della finanza in quanto offre garanzia di solvibilità essendo finanziata (e, in casi come Leonardo e Fincantieri, anche partecipate) dallo Stato. Anche su questo papa Francesco era stato chiaro nella sua enciclica Laudato si’, da tutti richiamata ma credo da pochi letta davvero.

Nell’argomentare che degrado ambientale e degrado umano ed etico sono intimamente connessi, Francesco ripudiava la guerra come sempre dannosa per ambiente e vita, chiamando in causa la politica: “Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo… Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?”. Nel 2015 era già molto chiaro cosa stesse succedendo in Ucraina. Nel 2014 Mosca aveva già annesso la Crimea e i separatisti filorussi sostenuti da Mosca avevano già sconvolto il Donbass. Allora era necessario e urgente intervenire con la forza di sanzioni economiche verso la Russia. Ma non conveniva perché essa è un mercato (anche di armi, vedi Fincantieri) importante per l’Occidente; perché materie prime e gas erano irrinunciabili per l’Europa e l’Occidente; perché i legami economici e finanziari con la Russia di Putin, già tiranno allora, erano troppo forti. Così oggi si coglie l’occasione dell’aggressione russa all’Ucraina per un altro favore all’industria degli armamenti e non certo per aiutare gli ucraini. Anzi, caso mai per sottrarre risorse pubbliche all’investimento civile per l’accoglienza, la cooperazione e la pace.

Sempre papa Francesco, commentando il voto per l’aumento della spesa militare italiana in un’udienza con la Ong “Ho avuto sete” diceva: “A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado nel pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre”. Ecco perché papa Francesco è un leader credibile: dice ciò che pensa, fa quel che dice, pensa ciò che fa. Per lo stesso motivo la politica italiana, tutta, ha perso credibilità e autorevolezza.