Meloni sposa i falangisti, in Ue vuole un fronte sovranista

Giorgia Meloni spera che alle prossime elezioni in Spagna vinca Vox. Niente di sorprendente: la simpatia politica della leader della destra-destra italiana per il partito falangista spagnolo è nota ed è stata immortalata in un video che ha esaltato i suoi fan e fatto venire i brividi a chi non la ama: “Yo soy Giorgia” e tutto quel che seguiva.

Ma se non deve stupire, la dichiarazione d’amore falangista della candidata alla guida del governo di Roma dovrebbe indurre però a qualche preoccupata riflessione sui possibili sviluppi d’una vittoria della destra in Italia. Proprio mentre Meloni ieri si augurava di far da “apripista” al successo dei suoi camerati (nel senso proprio del termine), a Bruxelles gli uffici del Consiglio europeo rendevano noto che dalla Commissione è arrivata formalmente la richiesta di bloccare i fondi al governo ungherese. Si tratta della prima conseguenza pratica del voto con cui il Parlamento europeo ha condannato a larghissima maggioranza le pratiche illiberali del regime di Viktor Orbán,

al quale è andato invece nell’aula di Strasburgo il sostegno, dichiarato e soddisfatto, degli eurodeputati di Fratelli d’Italia e della Lega. Il Consiglio dovrà votare il blocco con una maggioranza qualificata (due terzi dei paesi membri e almeno il 62% dell’intera popolazione dell’Unione) e dovrà farlo entro un mese. Trenta giorni sono pochi, specie per i parametri della politica italiana, per cui è probabile che la decisione arriverà prima che a Roma si sia formato il governo sostenuto dalla maggioranza uscita dalle urne di domenica prossima: la posizione italiana sulle sanzioni ad Orbán perciò sarà decisa, presumibilmente, dal governo Draghi ancora in esercizio. Ma il problema si porrà comunque in altre occasioni simili nel futuro. Per esempio, come vedremo fra un po’, se uguale sorte dovesse toccare ad altri governi sovranisti, come, pour cause, quello polacco. Come voterebbe un eventuale – per carità: eventualissimo – governo italiano della destra-destra?

Rivalsa delle nazioni

La questione è tutt’altro che teorica. In realtà, a dispetto di tutti quelli che vanno sostenendo che nella politica degli stati membri e nelle istituzioni dell’Unione esistono argini insuperabili al sovranismo dichiarato e praticato da Meloni, Salvini & company, molti segnali indicano che si sta formando un fronte il cui obiettivo, solo in parte dichiarato, è proprio quello di rompere i meccanismi che garantiscono il progresso dell’integrazione comunitaria in nome di una rivalsa delle sovranità nazionali. Gli strumenti fondamentali di questo disegno sono la difesa ad oltranza del voto all’unanimità (in sostanza un potere di veto a disposizione dei governi nazionali) e la dottrina secondo la quale il diritto nazionale è prevalente su quello comunitario. Con la Lega e il rassemblement di Marine Le Pen un po’ malconci, la guida di questo revanscismo nazionalistico è stata assunta da altri: il partito di regime ungherese, il Fidesz, il PiS polacco, Vox in Spagna e le new entries dei paesi nordici di cui il prossimo, probabile, governo ultraconservatore appoggiato dagli estremisti Sverigedemokraterna potrebbe essere la punta di lancia. La leader di Fratelli d’Italia pare proprio aspirare a prendere la testa di questo movimento di revanche di spiriti nazionalisti.

Ci riuscirà? Vedremo. Quel che è certo è che a dispetto delle ossessivamente ripetute rassicurazioni sull’”europeismo” suo e dei suoi, coniugato sempre con un altrettanto ferreo “atlantismo”, Meloni ha costruito il proprio sistema di alleanze su tre forze politiche molto meno propense a dichiararsi europeiste, fosse pure solo per dovere di etichetta. Una è quella di Orbán, dei rapporti della nostra con il quale s’è abbondantemente parlato in questi ultimi giorni, le altre due sono i polacchi del PiS e, per l’appunto, Vox, che costituiscono insieme con Fratelli d’Italia il grosso del gruppo parlamentare e del partito dei Conservatori e Riformisti (sic) europei, del quale Meloni stessa da due anni è presidente, in attesa che si aggiunga anche, con le prossime elezioni europee, una più consistente pattuglia svedese. Nella sua strategia di autoraffigurazione moderata e ragionevole, la leader di FdI ripete continuamente di essere a capo di un partito “conservatore”. In realtà, come si può leggere in un articolo di strisciarossa di qualche tempo fa (https://www.strisciarossa.it/gli-alleati-conservatori-di-meloni-in-europa-una-scombinata-comitiva-di-estremisti-di-destra/) dopo la dipartita dei tories britannici in seguito alla Brexit, quel partito e quel gruppo dei valori del moderatismo conservatore non hanno proprio nulla. Se un confronto del genere avesse un qualche senso, si potrebbe anche dire che rispetto a loro appaiono perfino più moderati i leghisti italiani e i lepenisti francesi che militano nell’altro gruppo della destra estrema a Strasburgo: quelli di Identità e Democrazia (sic).

Come si difendono le istituzioni di Bruxelles?

Come si difendono le istituzioni europee da quello che si delinea ormai come un chiaro e compiuto disegno di revanche nazionalistica poggiata su concezioni ideologiche e pratiche politiche che gli stessi guru del sovranismo ungherese, sulla scorta dei loro maestri russi, chiamano “democrazia illiberale”: limitazioni delle libertà fondamentali di parola e di stampa, controllo della magistratura, repressione dei diritti civili e via elencando? Delle sanzioni contro il regime di Orbán si è già detto. Ma sul fronte dei “ribelli” alla sovranità e al diritto europei non c’è solo l’Ungheria. L’assalto più duro in realtà è venuto da un altro paese: la Polonia che in fatto di colpi assestati allo stato di diritto non è certo da meno. Fino alle discriminazioni più odiose, come la tolleranza verso la creazione di “zone lbgtq-free” e la pratica abolizione del diritto delle donne all’aborto. È stata la Corte costituzionale polacca, addomesticata ad arte dal governo con una serie di nomine che la Corte di giustizia europea ha giudicato assolutamente illegittime, a compiere l’atto più eversivo dell’ordine europeo con una sentenza in cui si afferma la preminenza del diritto nazionale polacco su quello comunitario. Mentre quella sentenza fece rumore, al punto che i media europei parlarono di una possibile Polexit, è passato quasi del tutto sotto silenzio il fatto che in Italia Giorgia Meloni e il suo partito abbiano sostenuto la stessa tesi, aggravata anzi dal fatto che la preminenza del diritto nazionale sarebbe stata affermata non da una sentenza come quella polacca, ma da una revisione costituzionale dell’articolo 11 e altri due della Carta che i deputati di FdI hanno presentato alla Camera.

Il primo ministro polacco Morawiecki

Disattenzioni della politica italiana. Che fanno il paio, però, con quelle della Commissione di Bruxelles. Dal 2017 al febbraio del 2022 l’esecutivo comunitario guidato da Ursula von der Leyen ha rivolto una quantità di raccomandazioni e aperto una quantità di procedure di infrazione per le quali la Polonia versa ancor oggi a Bruxelles ogni giorno un milione di euro al giorno e alla fine, poiché il governo di Varsavia non pagava le multe, ha minacciato il blocco dei 35,4 miliardi di fondi europei del Pnrr. Poi però c’è stata l’invasione russa dell’Ucraina, la Polonia è diventata agli occhi degli europei e soprattutto degli americani la punta di lancia dello schieramento NATO, il paese che ha accolto più profughi dall’Ucraina (purché avessero la pelle bianca e fossero cristiani) e Bruxelles ha fatto la pace con Varsavia. Al premier Mateusz Morawiecki è bastato rimangiarsi l’intenzione di creare una specie di supercommissione che avrebbe sindacato sui giudici e la minaccia del blocco è stata ritirata il primo giugno scorso.

Compromesso poco onorevole

Un compromesso poco onorevole. Che, oltretutto, potrebbe non servire a nulla perché i contrasti paiono destinati a riproporsi presto. I dirigenti del PiS continuano a sostenere con toni veementi che la Commissione non ha il diritto di “interferire” con le decisioni sovrane del governo polacco. Così il 9 giugno il Parlamento europeo ha votato una risoluzione in cui critica duramente la Commissione per aver soprasseduto al blocco dei fondi e impegna il Consiglio a ripristinarlo finché la Polonia non si adeguerà al meccanismo di condizionalità dello stato di diritto, quello stabilito a suo tempo da Commissione e Consiglio per consentire l’erogazione dei fondi.

Si tratta dello stesso scenario che ha visto la condanna dell’Ungheria (anche i voti sono stati più o meno gli stessi: più di 400 a favore), ma si tratta di vedere se nei confronti della Polonia Commissione e Consiglio adotteranno la stessa fermezza dimostrata verso Orbán. Il quale – a dimostrazione del fatto che la fermezza paga – è stato costretto a rimangiarsi i toni sprezzanti con cui aveva definito “una barzelletta” il voto del parlamento e, senza ridere più, ad annunciare che il suo governo “studierà” una serie di atti legislativi per venire incontro alle richieste di Bruxelles. Staremo a vedere. Come staremo a vedere quanto è forte il fronte neosovranista al quale, insieme con i suoi alleati spagnoli, polacchi, ungheresi e forse domani svedesi, potrebbe aggiungersi l’Italia se la destra-destra dovesse conquistare il governo. E l’Italia, con tutto il rispetto, non è l’Ungheria né la Polonia, ma un grande paese tra i fondatori dell’Europa. Il tradimento dei princìpi su cui si fonda l’Unione europea sarebbe un pericolo molto serio, di cui gli elettori dovrebbero essere consapevoli.

 

 

 

 

Meloni sposa i falangisti di Vox