Meloni e Salvini: le firme sull’appello dei partiti di destra mostrano qual è la loro idea di Europa

Che fine ha fatto Mischaël Modrikamen? Solo chi ha buona memoria sa di chi si parla. Il 22 settembre del 2018 era alla destra di Giorgia Meloni in una turbolenta conferenza stampa sul palco di Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia. Alla sinistra della leader di FdI c’era Steve Bannon, del quale invece sappiamo che fine abbia fatto: è in libertà provvisoria nella contea di Washington e gli pende sul capo l’accusa di aver ostacolato la giustizia nelle indagini sull’assalto dei trumpisti a Capitol Hill. In carcere c’è già stato, condannato per aver truffato migliaia di dollari ai gonzi che avevano aderito a un crowfunding per costruire pezzi di muro al confine col Messico e da allora – era l’agosto del 2020 – i “grandi amici italiani” (parole sue) Matteo Salvini e Giorgia Meloni fanno come se non avessero mai sentito il suo nome.

Bannon e l’avvocato Modrikamen

Da destra, Bannon, Meloni, Modrikamen

Ma torniamo a Modrikamen, l’avvocato belga diventato ricco patrocinando clienti delle grandi banche d’affari, fondatore di un Parti Populaire (da non confondere con il PPE) esistente solo sulle carte di un notaio di Bruxelles e, soprattutto, era all’epoca della sua comparsata ad Atreju animatore di The Movement, l’ambiziosissimo progetto di unificare tutte le destre populiste europee ideato insieme con Bannon, dopo l’innamoramento (ideologico) fulminante con l’autoproclamato guru di Donald Trump che era alla ricerca di una resurrezione politica nella vecchia Europa dopo che The Donald lo aveva cacciato in malo modo dalla sua corte.

Tutto lascia pensare che di quella conferenza stampa romana, stretta tra il guru americano e il guretto brussellese, la Giorgia Meloni di oggi cancellerebbe volentieri il ricordo e anche le foto e i commenti entusiastici, suoi e dei suoi sodali, che circolano ancora impietosamente in rete. Sembra passato un secolo e invece sono, in fondo, solo quattro anni.

The Movement e l’Europa delle nazioni

La missione unificatrice di The Movement avrebbe dovuto culminare in una clamorosa affermazione populista alle elezioni europee del maggio 2019 che avrebbe posto le premesse di una controriforma continentale basata sulla cosiddetta “Europa delle Nazioni” con un presidente europeo eletto direttamente dai cittadini e un programma antiglobalista. Il primo passo avrebbe dovuto essere la fusione dei due gruppi di estrema destra esistenti nel Parlamento europeo: all’epoca Identità e Democrazia (componenti principali Lega italiana e Front national francese) e Conservatori e Riformisti Europei (usciti per la Brexit i conservatori britannici, i polacchi del PiS, gli spagnoli di Vox e Fratelli d’Italia più altri minori).

Né l’avvocato belga né il maneggione americano avevano considerato, però, una circostanza: il populismo di destra è anche, inevitabilmente, nazionalista, per cui l’idea di mettere tutti insieme in una internazionale è impresa ardua, diciamo pure impossibile. Se ne ebbe una dimostrazione eclatante il giorno in cui Salvini si recò in Polonia, accolto con scostante freddezza da Jarosław Kaczyński e dagli altri capi del PiS, molto infastiditi dalla passione dell’italiano per Vladimir Putin (la scena si sarebbe ripetuta, ancora più imbarazzante, con il sindaco di Przemysl all’inizio dell’invasione russa).ù

L’assalto populista fa flop

Sia come sia, la prospettiva della Grande Alleanza populista e antiglobalista già un paio di settimane dopo e un tourbillon di inutili visite di Modrikamen nelle varie capitali europee era caduta nel nulla. I due gruppi al Parlamento europeo non si unificarono, i vari partiti nei vari paesi si presentarono agli elettori ciascuno per sé e, nonostante una ragguardevole raccolta di voti di Matteo Salvini, l’assalto populista rimase una pia illusione.

Di Francorov – http://it.wikipedia.org/wiki/File:Certosa_di_Trisulti.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22575102

Bannon si dedicò con un altro fedelissimo, l’inglese Benjamin Harnwell, al progetto di fare della Certosa di Trisulti, strappata in modo truffaldino alle distrazioni dell’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, una specie di università europea del sovranismo. Quando la rivolta delle popolazioni della zona e la giustizia italiana affondarono il progetto scomparve dall’Italia e poche settimane dopo ricomparve in un carcere americano. Di Modrikamen nulla si seppe più e poco sostennero, con i cronisti che qualche volta li evocavano, di averne mai saputo sia Salvini che Giorgia Meloni. Smemoratezze.

Il progetto di The Movement, però, non era proprio morto e sepolto. Tra le carte che circolano in Rete c’è infatti un documento comune in cui sedici leader della destra europea offrono all’opinione pubblica continentale la propria concezione del presente, del futuro e, con una certa disinvoltura storica, anche del passato dell’Europa.

L’Appello per il Futuro d’Europa

Ora, attenzione alle date. Il progetto The Movement risale a quattro anni fa. Sono pochi, anche se la Giorgia Meloni di oggi, in versione “siamo pronti per governare”, può cercare di farlo considerare un reperto archeologico d’un’altra epoca, relegata alla storia dalle conclamate nuove consapevolezze internazionali ed europeiste del suo partito. Ma l’”Appello per il Futuro dell’Europa” firmato da lei e da Salvini insieme con i leader di sedici partiti della destra-destra, tra cui alcuni sono al governo come l’ungherese Fidesz e il polacco PiS, oppure fanno o hanno fatto parte di maggioranze di paesi importanti, come la FPÖ austriaca o il Vlaams Belang belga, è stato diffuso all’inizio del luglio 2021: quattordici mesi fa. Come dire: l’altro ieri.

Allora bisogna leggerlo con attenzione, questo documento (Ue, Lega e FdI firmano la carta dei valori dei sovranisti europei: “No a super Stato, rispettare la libertà delle nazioni” ) per farsi un’idea della concezione che i suoi firmatari hanno dell’Unione europea e del suo destino.

Revisione del passato. E per il futuro…

Innanzitutto, il passato. “La turbolenta storia dell’Europa, soprattutto nel secolo scorso, è caratterizzata da molte avversità. Nazioni che difendevano la propria sovranità ed integrità territoriale dagli aggressori hanno sofferto oltre l’umana immaginazione. Dopo la seconda guerra mondial, alcuni paesi europei hanno dovuto lottare con il dominio del totalitarismo sovietico per decenni, prima di riconquistare l’indipendenza”. Insomma, tra le “turbolenze” del Novecento i leader della destra europea annoverano il comunismo imposto dai sovietici, ma non il nazismo, il fascismo, l’Olocausto, i campi di sterminio, le guerre di aggressione, la privazione delle libertà politiche, il terrore delle dittature…

Dopo questo inizio rivelatore del sentiment di chi scrive, l’appello riconosce, bontà sua, che l’integrazione europea e l’appartenenza dei paesi alla Nato hanno contribuito a mantenere la pace, creare comprensione reciproca e buone relazioni tra gli stati. E però “l’uso delle strutture politiche e delle leggi per creare un superstato europeo” testimonierebbe la volontà di ricorrere alla “pericolosa e invasiva ingegneria sociale del passato (sic), situazione che deve indurre ad una legittima resistenza”. Infatti, “l’iperattivismo moralista che abbiamo visto negli ultimi anni nelle istituzioni dell’UE” avrebbe portato “allo sviluppo di una pericolosa tendenza ad imporre un monopolio ideologico”. La cooperazione delle nazioni, invece, “dovrebbe essere basata sulle tradizioni, il rispetto della cultura e della storia degli stati europei, sul rispetto dell’eredità giudaico-cristiana dell’Europa”.

All’Europa “indebite cessioni di sovranità”

Il richiamo all’eredità giudaico-cristiana è un must nelle argomentazioni della destra, così come la famiglia (quella tradizionale, beninteso), che è “l’unità fondamentale delle nostre nazioni” e l’unico argine contro la crisi demografica e quindi la sana risposta all’immigrazione di massa.

Finora siamo restati nella vaghezza dei princìpi generali, ma il documento a questo punto affronta di petto due questioni che hanno un preciso e immediato risvolto politico.

La prima: “I limiti delle competenze dell’Unione sono fissati dal principio di attribuzione: tutte le competenze non conferite all’Unione stessa appartengono agli stati membri, nel rispetto del principio di sussidiarietà”. Ma negli ultimi decenni “queste delimitazioni si sono spostate significativamente a svantaggio degli stati” e gli effetti di queste indebite cessioni di sovranità vanno corretti per affermare “un insieme di competenze inviolabili degli stati membri dell’Unione europea e un meccanismo appropriato per la loro protezione, con la partecipazione delle corti costituzionali nazionali o di organismi equivalenti”.

Quando l’appello è stato diffuso, nel luglio dell’anno scorso, la Corte costituzionale polacca, opportunamente “addomesticata” dal governo di Varsavia con l’immissione di giudici amici giudicata dalla Corte di Giustizia europea una grave violazione del principio di separatezza tra le istituzioni dello stato, aveva appena licenziato una sentenza clamorosa nella quale si affermava la superiorità della legislazione nazionale polacca su quella europea.

L’iniziativa della  Corte di Varsavia ha provocato una dura reazione della Commissione e del Parlamento europeo che a un certo punto ha portato addirittura alla sospensione del versamento alla Polonia dei fondi del Next Generation EU. Il principio della preminenza del diritto nazionale, infatti, sovverte tutto l’edificio dell’integrazione europea: se venisse adottato coerentemente porterebbe infatti allo sfascio degli istituti e delle politiche di fondo dell’Unione. Diventerebbe insostenibile persino il funzionamento del mercato unico delle merci.

La questione del voto all’unanimità

Meloni e BannonLa seconda questione politica riguarda i meccanismi di formazione delle decisioni. Come è noto, c’è da anni una forte tendenza a realizzare una riforma dei Trattati UE che elimini l’obbligo della unanimità dei voti per le decisioni del Consiglio. L’obbligo, attualmente, configura l’esistenza di un vero e proprio diritto di veto degli stati membri. L’appello dei leader della destra, invece, afferma che “il consenso” (unanime, s’intende) deve “rimanere il mezzo fondamentale per raggiungere una posizione comune nell’Unione” giacché i tentativi di “aggirare questa procedura o le idee sulla sua abolizione minacciano di escludere alcuni paesi dall’influenza sul processo decisionale e di trasformare l’Unione in una forma speciale di oligarchia”. Facendo sembiante di difendere i diritti dei “piccoli” stati, insomma, i leader della destra rivendicano il mantenimento sic et simpliciter di una procedura che taglia ogni possibilità futura di procedere sulla strada della integrazione.

L’Italia appoggerà le posizioni polacche?

Tanto Giorgia Meloni quanto Matteo Salvini hanno messo la loro firma sotto le intenzioni politiche affermate così chiaramente dall’appello. D’altra parte, la prima all’inizio della campagna elettorale ha detto apertamente di condividere, in fatto di sovranità, le posizioni del governo polacco e con il PiS Forza d’Italia forma nel gruppo al parlamento europeo una sorta di diarchia. Tutti e due, poi, sono fieri sostenitori della “democrazia illiberale” di Viktor Orbán, che del diritto di veto garantito dal principio dell’unanimità ha fatto e fa un uso molto disinvolto, anche per sostenere le propensioni filo-Putin del suo regime.

Per certi versi, l’adesione a questa sorta di Internazionale dei sovranisti è più pericolosa delle mene antieuropee tramate a suo tempo insieme con il truffatore Bannon e l’oscuro avvocato belga. Il che non toglie che anche su quegli impicci sarebbe bene che i due dioscuri dell’estrema destra italiana facessero chiarezza. Un governo italiano schierato a Bruxelles sulle posizioni “polacche” sarebbe un problema molto grosso. In primo luogo per i nostri interessi nazionali.