Meloni e l’immigrazione: nuovo asse con Londra, ma nessuna rottura con Budapest e Varsavia

Morto un asse se ne fa un altro. Polacchi e ungheresi si dissociano dal faticosissimo compromesso inseguito al vertice UE di Granada? Viktor Orbán dice addirittura che il suo paese è stato “stuprato” dalle decisioni prese a maggioranza – astenuti Austria, Cechia e Slovacchia – dal Consiglio europeo in merito al cosiddetto Piano sulle migrazioni e l’asilo? Non importa. Giorgia Meloni, che di quelle decisioni si dice “soddisfatta” (come fa sempre in tutte le occasioni europee anche quando la prendono a pesci in faccia), ha già trovato altre sponde. Una, soprattutto: Rishi Sunak. Insieme con il primo ministro britannico, il quale i “suoi” immigrati li sta trasferendo su una chiatta nel Mare del Nord in attesa di poterli spedire, lontani dagli occhi lontani dal cuore, in Rwanda o sull’isola di Ascension, la presidente del Consiglio italiana ha scritto un documento in cui sono fissate nero su bianco tutte le rigidità con cui andrebbero affrontati, secondo loro, i tanti e complicatissimi problemi dell’immigrazione. Non solo, ma ha messo su una specie di consiglio di gestione composto, oltre che da loro due, dal premier (dimissionario) dei Paesi Bassi Mark Rutte, dal capo del governo albanese Edi Rama, da Ursula von der Leyen e da Emmanuel Macron.

Lo strano sestetto si è riunito per affrontare il dossier emigrazione il giorno prima che cominciasse il Consiglio europeo vero e proprio e lo ha fatto nella cornice della cosiddetta Comunità politica europea (CPE), l’ibrida creatura voluta dal presidente francese che raggruppa con i 27 dell’Unione e tutti gli altri paesi del continente, Russia – s’intende – esclusa. Proprio la cornice istituzionale dell’iniziativa, spiega la presenza (decisa all’ultimo momento, pare) del presidente francese. E anche la malcelata irritazione con cui il fuoriprogramma è stato accolto dalla presidenza di turno spagnola del Consiglio.

Bloccare le partenze

Sul contenuto della riunione sull’immigrazione in sede CPE non è stato detto molto, anzi si è avuta la sensazione di un certo riserbo su alcune misure di collaborazione diciamo così di polizia in materia di contrasto all’immigrazione “illegale”, di lotta agli organizzatori dei traffici di esseri umani e di controllo sulle rotte, pare, anche, con un censimento satellitare delle imbarcazioni in metallo su cui navigano in modo sempre più prevalente i profughi nel Mediterraneo. È abbastanza evidente, comunque, che lo spirito dell’iniziativa obbedisce alla concezione del problema immigrazione secondo la quale il vero problema non è stabilire dei canali istituzionali per favorire l’immigrazione regolare con accordi e canali governati dagli stati e, sul fronte degli arrivi, distribuire nel modo più equo possibile i migranti approdati in Europa, quanto piuttosto quella di bloccare il traffico impedendo le partenze. Nell’illusione, oltretutto, espressa dai responsabili governativi italiani in modo quasi ossessivo, che per ottenere questo risultato basti distruggere le reti dei trafficanti, come se queste fossero la causa e non l’effetto della pressione migratoria.

È la logica del memorandum con la Tunisia, fortemente sostenuta da Meloni e alla quale si è in parte piegata la presidente della Commissione prestandosi alla sceneggiata della firma a Tunisi, con tutte le polemiche che il suo abuso di potere ha sollevato a Bruxelles e in diverse cancellerie europee. Il fallimento evidentissimo dell’accordo con il dittatore Saïed, come in passato quelli degli accordi con le fazioni libiche, sembra non aver proprio insegnato nulla.

Meloni e von der Leyen a Lampedusa

Questa impostazione con la quale all’appuntamento di Granada si è presentata l’Italia, che pure aveva chiesto e ottenuto che la questione immigrazione fosse messa al primo punto dell’ordine del giorno, ha condizionato i lavori preparatori e la discussione tra i leader. Sui limiti e sui difetti del piano presentato dalla Commissione ha scritto esaurientemente la senatrice Sandra Zampa su strisciarossa (leggi qui), ma va detto alla sua inadeguatezza hanno contribuito in misura notevole anche gli scrupoli dei governi intimiditi dalla concorrenza elettorale dell’estrema destra. È stato così per la Francia di Macron in passato ed è stato così anche per la Germania nel confronto con i partner a Granada a poche ore dal voto in Baviera e in Assia, dove domenica si teme (forse esagerando) una fiammata di Alternative für Deutschland, che sul rifiuto di profughi e stranieri costruisce il grosso dei suoi consensi. Così il cancelliere Olaf Scholz ha accettato di ritirare dalla parte del documento sul piano dedicata alle situazioni di crisi migratorie l’emendamento a difesa delle ONG, che comunque è stato recepito nei consideranda, provocando il fatuo giubilo di Meloni, e il suo colloquio a due con la presidente del Consiglio italiana è scivolato, ieri, su binari assolutamente tranquilli. Il che è già qualcosa dopo le cannonate dei giorni scorsi.

Meloni e gli amici in Polonia e Ungheria

Meloni e Orbán

Che ne sarà ora dei rapporti tra Meloni e i suoi amici a Varsavia e a Budapest? Se nel giudizio sui fatti politici valessero le regole della logica – cosa sempre meno vera, specialmente a Roma – dovrebbe funzionare il sillogismo: Meloni è “soddisfatta” del piano, Morawiecki e Orbán lo giudicano un obbrobrio se non uno “stupro”, quindi c’è una rottura. In realtà la leader della destra italiana non farà nulla per sancire questa rottura. Non solo continuando con l’artificio retorico di sostenere che poiché il problema non è distribuire i profughi ma non fare arrivare i migranti non è poi così grave se a Varsavia e a Budapest non vogliono saperne di prendersene e neppure di pagare per non prendersene (su questo il piano non la sostiene affatto perché pur con tutte le sue manchevolezze sulla necessità della solidarietà di tutti gli stati nell’accoglienza è abbastanza chiaro), ma soprattutto rinsaldando i legami ideologico-politici con i regimi della cosiddetta “democrazia illiberale”. A cominciare dalla concezione in base alla quale se si ha il consenso della maggioranza dell’elettorato (o di quelli che vanno davvero a votare) si ha il diritto di prendersi tutto il potere e modificare gli assetti costituzionali per proseguire con la pretesa che il diritto nazionale sia preminente su quello comunitario. Concezione che prima o poi innescherà una crisi potenzialmente devastante.