E sull’eredità del fascismo: un’abiura tardiva e a metà

La ormai celeberrima dichiarazione trilingue della Meloni, accolta con espressioni di meraviglia e di compiacimento, bisognerebbe di qualche aggiunta per essere credibile. L’aspirante signora di Palazzo Chigi avrebbe ad esempio potuto far risuonare in tante lingue e magari anche in italiano (perché i nostri nostalgici potessero intendere) “Viva il 25 Aprile” (persino il suo alleato Silvio Berlusconi s’era presentato una volta ad una celebrazione della Liberazione: è vero che per lui una cosa vale l’altra e Alcide Cervi è ancora tra noi) oppure “Viva la Costituzione”. Invece si è limitata a questa considerazione: “La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni ormai, condannando senza ambiguità la soppressione della democrazia e le infami leggi contro gli ebrei”.

Se andasse a piazzale Loreto…

Il fascismo, quello di Mussolini, della guerra, delle deportazioni, delle condanne degli oppositori, consegnato alla storia è nei fatti, nella sconfitta di quasi ottant’anni fa. Il resto sono quelle cose che non si possono non dire: la soppressione della democrazia, le infami leggi razziali. Mostrasse la Meloni il suo novello convincimento con un gesto. Si rechi a Milano, ad esempio, visto che siamo nei giorni giusti della ricorrenza, a deporre un mazzo di fiori là dove vennero assassinati i quindici martiri di Piazzale Loreto, ricordi lo sconcio che venne compiuto di quei poveri corpi, oppure si presenti alla Stazione Centrale, superi le porte del Memoriale della Shoah e magari provi a sostare davanti ad uno di quei carri bestiame che condussero centinaia e centinaia di cittadini italiani alla morte nei campi di sterminio nazisti. Immagino sia troppo chiedere alla Meloni, in nome della democrazia e contro ogni forma di soppressione della libertà, di andare a Roma, in un luogo più vicino a lei, a deporre un mazzo di rose rosse sulla tomba di Antonio Gramsci, o su quella, un poco più lontana, a Fratta Polesine, di Giacomo Matteotti, messi a tacere dalla barbarie fascista. Ricordiamo a Giorgia, che uno dei suoi predecessori, Giorgio Almirante, non rinunciò a rendere il proprio saluto ad un fiero avversario, Enrico Berlinguer.

giorgia meloni

Una fiamma di troppo nel simbolo

Accontentiamoci. Però la candidata premier faccia in modo che il “fascismo consegnato alla storia” non continui ad affiorare, come succede dagli anni Cinquanta, sotto le diverse spoglie del neofascismo e soprattutto non giunga là, a minare le radici stesse della nostra vicenda repubblicana. Cominci con una mossa assi semplice, cancelli la “fiamma” dal suo simbolo elettorale, la “fiamma” invenzione dei reduci della repubblichina nera di Salò, adottata dal Movimento sociale italiano, il Msi di Giorgio Almirante e di altri figuri del passato regime, cancellata da Berlusconi quando indusse Fini a presentarsi nel “Popolo della libertà”, gelosamente conservata da Pino Rauti e dai suoi accoliti, riconquistata dalla Meloni, proprio Giorgia, quando nacque Fratelli d’Italia, nel 2013: eccola la fiamma tricolore sotto la scritta, in campo blu, “Fratelli d’Italia”. Si capisce che Giorgia, donna, madre, sorella, eccetera eccetera, ci tiene. Faccia uno sforzo e ci tolga di mezzo quel simbolo che sarebbe bene consegnare appunto alla storia, quella peggiore del nostro paese. Giorgia sa però che così potrebbe scontentare gli amici fidati, quelli della destra destra, senza cipria, che non nascondono le loro preferenze e che si sentono, grazie alle circostanze, vicini alla rivincita. Che direbbero quelli di Casa Pound o di Forza Nuova di fronte ad una autentica “abiura”, non solo elettorale, sbandierata per tranquillizzare il fronte europeo o americano più che l’elettorato italiano?

Temo che non ci si possa attendere altro dalla Meloni oltre quella frase di circostanza. Però c’è qualcosa che non torna. Perché, se a criminalizzare il comunismo (quello italiano, quello che ha contribuito a cacciare i fascisti e i nazisti, che ha voluto la Costituzione, che non ha mai attentato alle libertà democratiche, che ha dato molto nella sconfitta del terrorismo) già ci pensano quelli di sinistra, ultimi i Richetti e i Bonaccini, dopo gli ex, politici e giornalisti, quelli di destra che pretendono di rappresentare una cultura democratica e liberale, per quanto nel solco del conservatorismo, qualche passetto dovrebbero pur compierlo.

Rodolfo Graziani

Quel vergognoso monumento a Graziani

arebbe giusto comunque mostrarsi “accoglienti” e cogliere con autentica gioia (alla maniera di Calenda) ogni sussulto “antifascista” della Meloni e poterla archiviare come “ex fascista”, ritrovarsi una volta tanto sulla stessa sponda di Renzi quando sentenzia che è un errore “dire che la Meloni è fascista”. Però quando ci si ricorda di certe cose… gli italiani hanno scarsa memoria e forse non ricordano l’inchiesta di Fanpage, che raccontava come il partito di Giorgia pulluli di fascisti o neofascisti in cerca di finanziamenti, tra i quali quel Jonghi Lavarini, non a caso denominato “barone nero”, e non ricordano come Giorgia, donna e madre, si tenga in casa il cognato, Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera, sponsor dello scandaloso monumento che in un paesino del Lazio, Affile, è ancora in piedi, dedicato alla memoria di Rodolfo Graziani, il macellaio del Fezzan, la regione della Libia i cui abitanti furono portati tutti a morire in campo di concentramento, il “vicerè” d’Abissinia che fece usare i gas asfissianti contro gli etiopi, quello che ordinò a Debra Libanos la peggiore strage di civili – preti, pellegrini e seminaristi copti – della storia coloniale italiana, il capo delle Forze Armate asservite ai nazisti nella Repubblica di Salò. Quando il monumento, finanziato dalla giunta laziale di Renata Polverini, venne inaugurato, il cognato Lollobrigida, colto dall’emozione, spiegò che “per noi della valle dell’Aniene l’affetto per il generale Graziani è stato sempre un punto di riferimento”.

Per rispettare però il senso dell’accorato invito di Renzi con Calenda, tralasciando queste storie di fascismo risorgente, di passioni per le fiamme tricolori e per il generale criminale, di Casa Pound, si dovrebbe infine andare ai contenuti del programma della Meloni, quelli che sono stati enunciati due giorni fa e ampiamente documentati. Ho letto, titolo per titolo, i quindici capitoli in otto pagine. Confesso: non saprei che dire se non che ci sta tutto di tutto, dall’alleanza atlantica alle borse di studio universitarie per meriti sportivi. Il punto centrale potrebbe essere quello relativo al presidenzialismo: cavallo di battaglia della Meloni e sogno, ormai proibito, del Berlusconi. Cioè: giochiamoci la Costituzione.

La promessa che più mi ha depresso sta all’inizio, “Difesa e promozione delle radici e identità storiche e culturali classiche e giudaico-cristiane dell’Europa”: ancora qui siamo, alle presunzioni identitarie da salvaguardare a colpi di filo spinato (vedi paragrafo immigrazione). Naturalmente compaiono, lungo la strada del prevedibile, la “separazione delle carriere” e la “riforma del Csm”. Mi sono risollevato lo spirito quando, poco più avanti, ho letto di altri progetti, tipo: “Innalzamento del limite all’uso del denaro contante”, “Valorizzare la Bellezza dell’Italia nella sua immagine riconosciuta nel mondo”, “Potenziamento della rete dell’alta velocità per collegare tutto il territorio nazionale dal Nord alla Sicilia, realizzando il ponte sullo Stretto… Potenziamento e sviluppo delle infrastrutture digitali ed estensione della banda larga”. E infine: “Tutela della nautica e delle imprese balneari: 8000 km di litorale, 300.000 addetti del settore, un patrimonio che va tutelato”. La Meloni non dimentica nessuno: doppiamente tutelati (occhio almeno alle ripetizioni) quelli dei bagni possono dormire tranquilli. Quindi, se son voti, voteranno.