Meloni e Al Sisi, quella stretta di mano che insabbia il caso Regeni

 

La “forte attenzione al caso di Giulio Regeni” relegata, non a caso, in coda al comunicato sull’incontro tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, è dunque proprio quello che sembrava. Poco meno di niente. Una frase di circostanza condita di ipocrisia. Un modo per allontanare almeno per qualche ore le critiche al disinteresse, neanche tanto nascosto, della premier per la terribile vicenda del giovane ricercatore, tant’è che, neanche nell’immediato della partenza per Sharm El-Sheikh, aveva avvertito, come sarebbe stato suo dovere, l’obbligo di confermare ai due genitori l’impegno del nuovo governo per arrivare alla condanna degli imputati. Per una madre, Paola, che il figlio torturato lo aveva riconosciuto “solo dalla punta del naso”, per un padre, Claudio che sta conducendo una battaglia che nessun genitore vorrebbe portare avanti, non c’è stato il tempo neanche per poche parole. Meglio così se dovevano essere solo una formalità. Certo è che Meloni ha perso, senza rendersene conto, l’occasione di dare una dimostrazione nei fatti e nelle parole che l’Italia, da lei governata, non è la repubblica delle banane come ha tenuto a comunicare con enfasi  alla nazione e al mondo.

Che ne sarà ora di Patrick Zaki?

Su Giulio Regeni, sulla vicenda di Patrick Zaki, il ragazzo egiziano studente a Bologna a cui con il contagocce viene centellinata la speranza di una libertà completa e della cittadinanza italiana, possibilità su cui Fratelli d’Italia non ha trovato di meglio che astenersi in Parlamento, con molta probabilità la presidente Meloni non avrà speso neanche le poche parole che sono state riferite. Se è vero, com’è vero,  che al Tribunale di Roma, è depositato un documento di cinque pagine in cui l’Egitto chiude a qualunque collaborazione per arrivare almeno ad un processo contro i quattro sotto inchiesta. Dopo oltre sei anni di falsità, bugie, depistaggi, ambigue promesse, dalla procura egiziana non arriverà più alcuna collaborazione ai magistrati italiani.

Il caso è chiuso per loro, archiviato. Nessun procedimento potrà più essere intentato contro gli imputati di cui le autorità egiziane hanno negato persino l’indirizzo di casa in modo che la giustizia italiana non potesse fare il suo corso, cosa impossibile senza la notifica degli atti agli imputati. Inutile la iniziativa della ministra della Giustizia nel governo precedente, Marta Cartabia, che aveva individuato come percorribile l’ipotesi della consegna degli atti nel luogo di lavoro senza ricevere neanche una risposta dalle autorità egiziane. Mentre il premier Draghi aveva deciso la costituzione di parte civile di Palazzo Chigi nel processo bloccato da più di due anni  proprio per le inadempienza egiziane. Al Cairo intanto i quattro sono stati prosciolti. E non possono essere di nuovo processati per lo stesso reato. Archiviazione irrevocabile. L’ipotesi di una riapertura passa per la stretta strada di un arbitrato internazionale perché l’Egitto avrebbe violato la convenzione Onu sulle torture. A chiederlo dovrebbe essere il ministro della giustizia e la presidenza del consiglio. In quella calorosa stretta di mano c’è il destino di questa possibilità.

La prima volta di un capo del governo in Egitto dopo il delitto Regeni

Dopo l’uccisione di Giulio Regeni nessun presidente del Consiglio si era recato in Egitto anche se incontri con Al Sisi ce ne erano stati nel corso di summit internazionali, del tipo di quello in cui Meloni ha avuto il suo lungo faccia a faccia con l’ospite cui non è sembrato vero di riallacciare ufficialmente i rapporti economici con l’Italia che, comunque, non erano mai stati sospesi del tutto. Ma sicuramente erano stati più difficili, sull’orlo della rottura in alcuni momenti. Il cuore dell’ora e più di confronto che ha segnato il disgelo sono stati i problemi legati all’approvvigionamento energetico, le fonti rinnovabili, l’immigrazione e la crisi climatica oltre ai milioni e milioni di euro di commesse che ha soddisfatto entrambi gli interlocutori. Un esordio internazionale vissuto tra strette di mano, anche inopportune, e sorrisi di circostanza. In questa situazione per un ragazzo massacrato i cui genitori e il Paese chiedono giustizia e verità, per un altro che vuole tornare alla sua vita di speranze e futuro, è davvero poco il tempo che resta da dedicare.