Meloni con Ursula, Salvini con Marine, la giornata delle passerelle mette in piazza la lacerazione

“Grazie per la passerella” si è sentito gridare da una signora all’indirizzo di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen mentre, al termine di una visita di tre ore scarse, le due si avviavano verso l’aereo che le avrebbe portate via dal disastro umano di Lampedusa. Nessuno invece – ci mancherebbe – ha avuto da ridire alcunché a Marine Le Pen e Matteo Salvini, protagonisti sul pratone di Pontida di un’altra meno movimentata comparsata pubblica ad uso di militanti di bocca buona, stampa e tv assetate d’immagini. L’impressione, al termine della giornata, è che le due signore siano state esibite come armi contundenti nello scontro in atto – sempre più chiaro sempre meno gentile – tra i due protagonisti di una destra lacerata che ormai guarda alle elezioni europee di giugno (nove mesi: il tempo di una gravidanza) come se fossero domenica prossima.

C’è da dire che nel confronto, inevitabile, tra quello che è successo nell’isola in mezzo al mare e quello che si è visto nell’afoso fondovalle bergamasco la presidente della Commissione europea se l’è cavata un poco meglio. Mentre la capa del Rassemblement National ha fatto la bella statuina caricata a carillon di elogi per il suo anfitrione (quando c’era Lui sì che le cose funzionavano e i clandestini non arrivavano), von der Leyen in fin dei conti qualcosa per giustificare la sua presenza lì ed allora l’ha detto. In un disastrato “punto stampa” senza traduzione simultanea, ennesima prova provata di quanto la presidenza del Consiglio ritenga le normali conferenze stampa insopportabili fastidi, ha snocciolato i dieci punti di un Piano che dovrebbe affrontare proprio i problemi drammatici che sull’isola aveva potuto appena vedere.

I dieci punti di Ursula

I dieci punti peccano gravemente di vaghezza, prevedono meccanismi automatici di redistribuzione dei profughi che sono stati boicottati fino a renderli inservibili e ai quali non crede per prima la capa del governo italiano, compiti in materia di controlli e disbrigo delle pratiche di asilo da affidare in buona parte a Frontex, agenzia che tra inefficienze e scandali vari non ha dato in passato grandi prove di sé e alla quale verrebbero delegate anche responsabilità sui rimpatri (con quali garanzie di rispetto dei diritti degli espulsi si può immaginare). Il decalogo ha di buono che prevede, almeno come intenzione, la creazione di corridoi umanitari e di altre vie di emigrazione legale nonché la collaborazione con le agenzie dell’ONU Unhcr e Oim, ma proprio nell’ultimo punto ribadisce l’intenzione di perseguire quel memorandum d’intesa con la Tunisia, firmato a luglio dalla stessa presidente della Commissione con il dittatore Kaïs Saïed “per la definizione di nuovi progetti per la lotta ai traffici illegali di migranti e arrivare così allo sblocco dei fondi messi a disposizione dall’Ue“: 255 milioni di euro che tutta la maggioranza che sostiene il governo italiano sollecita a gran voce.

Il problema è che la firma del Memorandum è stata un disastro dal punto di vista pratico perché gli arrivi dalle coste tunisine a Lampedusa dopo la sua firma si sono ancor più intensificati, ma soprattutto sotto il profilo politico e morale. In sostanza la Commissione Ue ha dato mano libera al dittatore tunisino per violare i più elementari diritti dei profughi, fino alla loro eliminazione fisica ricacciandoli senza cibo né acqua nel deserto da cui erano arrivati. Cosa che non ha impedito al governo italiano e alla presidente della Commissione di sostenere, ancora ieri a Lampedusa, che con Tunisi si è sperimentato un “modello” che potrebbe essere applicato a tutti gli stati del Nordafrica. Né di evocare, in uno dei punti del Piano, la possibile ripresa dei meccanismi dell‘operazione Sophia che nel 2015 sostituì Mare Nostrum e che prevedeva come primo passo la fornitura di motovedette e l’addestramento della guardia costiera libica. Ora toccherebbe ai tunisini.

Sophia fu interrotta dopo qualche mese giacché – questo si sostenne all’epoca – la sua prima fase con la presenza di navi occidentali nelle acque libiche costituiva un pool factor per chi voleva partire (com’è noto si tratta di una vera e propria fissazione della destra nostrana che dura fin dai tempi dei “taxi del mare” evocati da Luigi Di Maio). Nei propositi di Meloni, si dovrebbe riprenderla e passare alle due fasi successive, che prevedevano l‘intercettazione delle imbarcazioni dei profughi in alto mare, la loro distruzione e la consegna degli occupanti alle autorità degli stati in cui si erano imbarcati. Dovrebbe essere questa, o qualcosa di simile, la proposta che verrebbe discussa oggi, lunedì 18, al Consiglio dei Ministri convocato sull’emergenza Lampedusa. Una sorta di “versione europea” del blocco navale che riempiva i comizi al tempo dell’opposizione.

Questo per quanto riguarda il governo di Roma. Per quanto riguarda Bruxelles, o almeno la Commissione, che faranno? Continueranno a tenere gli occhi chiusi sulle infamie prodotte dagli accordi con le autorità libiche che hanno messo migliaia e migliaia di profughi nelle mani dei carcerieri e offerto il destro alla guardia costiera di Tripoli di collaborare con i mercanti di uomini riportando loro la “merce” intercettata in mare e su quel che sta succedendo dalla fine luglio in poi in Tunisia?

Malumori a Bruxelles

A questo proposito ci sono da registrare interessanti testimonianze di uno scontro interno che si starebbe manifestando al vertice delle istituzioni di Bruxelles. In una lettera inviata a Ursula von der Leyen e ad alcuni commissari e resa pubblica ieri da un giornale italiano, il responsabile della politica estera della Commissione Josep Borrell, ha riferito di pesanti critiche che alla capa dell’esecutivo sono state rivolte dal Consiglio e da alcuni governi per aver travalicato le sue prerogative aderendo alle pressioni di Meloni perché firmasse l’intesa con Saïed senza chiedere il parere di nessuno, neppure di quelli che erano istituzionalmente tenuti a darlo. Strisciarossa aveva riferito dell’esistenza di queste rimostranze già l’8 agosto scorso (leggi qui ) e da alcune considerazioni fatte pubblicamente giorni fa è parso che anche Meloni ne fosse in qualche modo consapevole.

Questa circostanza sarebbe il segnale di un certo malumore che andrebbe accompagnando, anche dentro la stessa Commissione, le iniziative di von der Leyen, accusata di fare un po’ troppo cavalier seul, in particolare nei rapporti con la leader del governo italiano, per motivi di tattica elettorale. La prospettiva del Grande Ribaltone perseguita da Meloni fino a qualche tempo fa è tramontata miseramente anche proprio a causa della evidente intenzione di Ursula von der Leyen di ricandidarsi alla guida della Commissione con la stessa maggioranza (ppe, socialisti, liberaldemocratici più i cinquestelle italiani) che la sostenne quattro anni fa. Ma certo la presidente non dimentica che allora ebbe una maggioranza molto risicata – solo nove voti – a causa di molte defezioni nello schieramento che sulla carta la sosteneva. Quando si arriverà al nuovo voto nel parlamento europeo è possibile che i mal di pancia si ripropongano e che la maggioranza sia ancor meno compatta che nel 2019. Ecco la necessità di avere un’eventuale stampella nel gruppo meloniano dei “conservatori” che, svanito il sogno della grande alleanza a destra, potrebbero essere tentati da un rientro nel gioco politico importante da ottenere con l’offerta alla vecchio-nuova presidente di un bel pacchetto di voti determinanti.

E qui torniamo alla dicotomia a destra un po’ schizofrenica segnalata dalla giornata di ieri. Mentre a Lampedusa la presidente del Consiglio italiana e la massima autorità esecutiva dell’Unione europea mostravano intesa e supporto reciproco, a Pontida la nemica per antonomasia del potere brussellese faceva l’ospite d’onore alla festa del numero due del governo di Roma. Il tutto accompagnato da agenzie di stampa nelle quali Salvini declamava che “Meloni sta facendo miracoli sull’immigrazione”, ma sarebbe “un delitto” se non si convincesse della necessità di allearsi a “tutta la destra”.

L’impressione è che ci sia una logica sotto a questa grandissima confusione. A differenza dell’opinione comune a buona parte dei commentatori della politica italiana, Salvini ritiene evidentemente che Meloni possa essere ancora convinta a mollare le illusioni di entrare nel salotto buono del moderatismo europeo per aderire a una destra dura e pura che faccia una forte opposizione ai “burocrati di Bruxelles” con l’obiettivo di sfasciare l’Europa così com’è. L’appoggio incondizionato ai franchisti della spagnola Vox, i giri di valzer con Orbán, le intese con i polacchi sul tema decisivo dei rapporti tra il diritto nazionale e quello comunitario, la contingenza stessa di non aver detto personalmente una parola sull’opportunità dell’invito a Marine Le Pen (una “camerata che sbaglia”?) da parte del suo vice nel momento in cui il governo sostiene di essere determinato a cercare una soluzione europea sul problema delle migrazioni, sembrerebbero indicare che le sue orecchie non siano proprio del tutto chiuse al canto di quella sirena.