Meloni a Bruxelles con l’idea della confederazione, nuova tragedia per i profughi

Gli occhi di tutti erano fissi su Bruxelles, ma non è solo nella capitale dell’Europa istituzionale che si sono giocate, ieri, le carte del futuro del nuovo governo italiano. Facendoli precedere da una sorta di fuoco di sbarramento preventivo, con la riaffermazione del vecchio-nuovo mantra dell’Europa delle Nazioni – confederazione di stati e non federazione, com’è tornata a recitare poche ore prima di salire sull’aereo di stato – Giorgia Meloni è andata agli appuntamenti con i titolari dei massimi vertici delle istituzioni brussellesi: nell’ordine la presidente del Parlamento Roberta Metsola, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Prevedibili e ragionevoli gentilezze verso la nuova arrivata ma, per quanto si è saputo, ben poca sostanza di impegni. Non era il momento di discutere le richieste dell’Italia sul tetto al prezzo del gas in parte già messe un po’ malconce nel cassetto dall’ultimo consiglio europeo con Draghi né, tanto meno, di affrontare la questione più spinosa, l’eventuale (e comunque tutto da misurare) sforamento di bilancio.

Giorgia Meloni con Roberta Metsola

Ma mentre a Bruxelles si tenevano i convenevoli di rito, a Roma uscivano dagli uffici di palazzo Chigi le prime indiscrezioni sul Consiglio dei ministri che si terrà oggi (probabilmente a tarda ora come sempre quando c’è da discutere fino all’ultimo minuto) e che dovrebbe essere quello in cui si licenzieranno le prime misure di governo “vere”: non le bandierine identitarie sui rave, i medici no-vax e il contante alle stelle, ma la guerra alle bollette che tutti sanno essere il primo decisivo banco di prova della capacità del governo di destra di far navigare l’Italia e gli italiani dentro la tempesta del costo di gas ed elettricità e dell’inflazione.

La tempesta

Una tempesta, vera questa non metaforica, è prevista nelle prossime ore nel Mediterraneo con onde alte fino a sei metri che faranno ballare tre navi piene di profughi raccolti dalle ONG, complessivamente più di mille, dicono. La Geo Barents di Medici senza frontiere, la norvegese Ocean Viking e la tedesca Humanity One vagano da giorni tra Malta e l’Italia chiedendo inutilmente un porto sicuro dove scaricare il loro carico di umanità sofferente. È la loro posizione precaria, balìa della crudeltà della politica, il terzo polo dopo Bruxelles e Roma, del confronto del governo Meloni con le sfide che ha davanti.

Ce n’è un quarto, anche: Berlino. Mentre la sua presidente debuttava a Bruxelles, il ministro degli esteri Antonio Tajani era nella capitale tedesca per una missione piuttosto delicata: convincere i tedeschi a non mettere bastoni tra le ruote di un eventuale intesa che dia sostanza alle concessioni strappate da Draghi in fatto di price cap del gas e di sia pur parzialissima condivisione del debito e, soprattutto, a non fare ancora cavalier seul dopo lo schiaffone mollato ai partner con i 200 miliardi di sovvenzioni varate in proprio mentre tutti gli altri erano ancora a cercare una strategia comune. In questa difficoltà di rapporti non ci voleva proprio la mossa arrogante con cui il governo di Roma ha sostenuto il “dovere” della Germania e della Norvegia di occuparsi del destino dei profughi perché essi si trovano su navi battenti le loro bandiere. È una pretesa del tutto infondata e che costò già a suo tempo risposte piccate, critiche e sfottò a Giorgia Meloni quando la avanzò nei confronti dell’Olanda e che ora è costata all’Italia una reprimenda che davvero avremmo dovuto evitare. In una lettera di risposta alla presa di posizione italiana, infatti, il governo federale, “esprimendo la propria interpretazione del diritto” ha scritto che secondo Berlino “le organizzazioni civili impegnate nel salvataggio di migranti forniscono un importante contributo al salvataggio di vite umane nel Mediterraneo” e che “salvare persone in pericolo di vita è la cosa più importante”.

Obbligo morale e legale

Sempre ieri anche la Commissione, proprio mentre la presidente von der Leyen si preparava a ricevere Meloni, ha richiamato l’Italia al rispetto del diritto e della civiltà sottolineando che “è un obbligo morale e legale” per gli stati membri soccorrere le persone in difficoltà in mare. La portavoce della Commissione Anitta Hipper ha poi ricordato che esistono precisi protocolli che prevedono la redistribuzione dei profughi tra i vari paesi.

La nave Ocean Viking, da Rainews

Se il governo italiano dovesse tornare alle antiche pratiche con cui Salvini cercò a suo tempo in tutti i modi di impedire i soccorsi ai naufraghi, insomma, ci troveremmo di fronte non solo a una aberrazione morale e giuridica, ma anche a un contenzioso con altri stati e con le istituzioni dell’Unione. Né parrebbe più percorribile, moralmente e giuridicamente, l’alternativa alla chiusura dei porti avanzata dalla presidente del Consiglio con la riedizione soft (per così dire) del suo cavallo di battaglia del “blocco navale”. Il riferimento che fa a una riedizione della terza fase della operazione Sofia, varata a suo tempo con il consenso di Bruxelles, è confuso e fuorviante: lo scopo di quell’operazione era combattere gli scafisti, non lasciare le persone a morire in mare.

Il modo in cui una questione tipicamente identitaria come quella della lotta alla inesistente ”invasione dei clandestini” interferisce con l’atteggiamento (Meloni direbbe la “postura”) del governo di destra italiano verso l’Europa e le sue politiche ha un significato generale e profondo. Molti erano – e forse sono ancora – convinti che la forza dei fatti, la necessità di concordare le misure economiche e finanziarie con le autorità brussellesi e con i partner maggiori, indotta dalla particolare debolezza strutturale dei nostri conti pubblici avrebbe costretto – costringerebbe – il governo a un atteggiamento “ragionevole” e in relativa continuità con le scelte di Mario Draghi, liberando semmai gli “spiriti animali” identitari della destra destra su altri fronti. Non è detto che le cose andranno proprio così. Sul piano interno forse ne avremo la prova già oggi con gli aggiustamenti che verranno presentati dal governo al DEF e con gli orientamenti di spesa e di spostamenti di risorse (per esempio dal reddito di cittadinanza alla flat tax o alle fissazioni salviniane sulle pensioni) che verranno indicati. Sul piano europeo è presto per dirlo: gli incontri di ieri sono stati poco più che una presentazione formale. È possibile, se non probabile, che soprassalti di sovranismo si verificheranno a Roma quando a Bruxelles arriveranno al momento delle decisioni dossier in cui si potrà voler tradurre in fatti la convinzione, più volte affermata e riaffermata e messa pure nero su bianco in una proposta di legge di riforma costituzionale, che il diritto nazionale sia preminente su quello comunitario.

Un progetto preciso

Staremo a vedere. Intanto gli aspetti politici dell’idea “confederale” dell’Europa che la destra, non solo quella italiana, sta cercando di affermare sembrano già delineare un preciso progetto, che più di un esponente di Fratelli d’Italia e di altri partiti con lo stesso orientamento, in primo luogo i polacchi del PiS, comincia ad enunciare apertamente: il combinato disposto tra la crisi evidente del partito popolare e l’ascesa elettorale delle destre estreme in tanti paesi del continente, dovrebbe portare a un ribaltamento dei rapporti di forza nelle istituzioni di Bruxelles già con le elezioni previste nella primavera del 2024. Rotta l’alleanza con i socialisti e i liberal-democratici, il PPE diventerebbe il junior party di uno schieramento di destra-centro pronto a imporre l’idea confederale contro l’Europa come si è cercato di costruirla fino ad oggi. Addio Unione europea.