Meglio il doppio turno. Ma la riforma non risolve la crisi della politica

La discussione sulla riforma della legge elettorale parte male. Il primo motivo – a mio parere – è che se tutti riconosciamo che c’è una crisi della politica, o potremmo meglio dire una crisi delle forme della democrazia che è italiana ma non solo, partire dalla legge elettorale non credo sia il modo giusto di affrontarla. Non si rifà una casa cominciando dal tetto.

Qualche settimana fa, alla vigilia dell’elezione del presidente della Repubblica (o meglio mentre attorno a quell’elezione si stava manifestato un altro momento di crisi risolto alla fine in maniera non molto sorprendente con la rielezione di Sergio Mattarella a confermare che a un edificio che sta in piedi per miracolo non si può togliere nessuno dei suoi punti fermi) avevo scritto su Strisciarossa per dire che, nella fase che si sarebbe aperta, l’errore più grande sarebbe stato quello di accantonare il tema delle riforme istituzionali. Un parere non molto condiviso.

legge elettoraleSolo qualche giorno fa sulla rivista del Mulino un politologo come Marco Valbruzzi (qui il link)  spendeva un lungo articolo per sconsigliare fermamente dal cercare di metter mano alle riforme istituzionali. Il suo giudizio partiva dall’idea che la crisi sistemica italiana è tanto grave e il ceto politico tanto “miserabile” (parola mia, non sua) che si rischierebbe solo di peggiorare le cose. Insomma una visione ancora più pessimista di quella che avevo espresso.

La scomparsa di Dc e Psi

In quell’articolo si poneva un parallelo tra la crisi politica del 1992 (nell’incrocio tra rischio di bancarotta dei conti pubblici e Mani Pulite) e la situazione attuale. All’epoca – scrive Valbruzzi – si cercò di rispondere alla crisi con una serie di riforme che offrirono solo uno sbocco illusorio. La verità è che già nel 1992 in realtà le riforme istituzionali si limitarono ad una nuova legge elettorale (quella che porta il nome dell’attuale presidente Mattarella) che aveva le sue radici in due referendum in cui una travolgente vittoria del sì aveva scardinato le vecchie leggi elettorali proporzionali che avevano accompagnato quella che chiamammo Prima Repubblica.

La riforma e l’introduzione del Mattarellum non produssero (e non potevano farlo) la nascita della Seconda Repubblica, come pure ci siamo ostinati a dire nei decenni successivi, ma produssero una radicale ristrutturazione del sistema dei partiti registrando la scomparsa non solo nominale di Dc e il Psi (mentre il Pci era già passato per il lungo e laborioso cambio di nome e di “ragione sociale”) ma il prosciugamento dei loro bacini elettorali.

Il tramonto della centralità democristiana

Emerse su quelle rovine il fenomeno Berlusconi e la stabilizzazione della Lega come forza non antisistema, e dall’altra parte iniziò a strutturarsi un blocco di centrosinistra.
I mali strutturali della democrazia italiana non vennero affrontati, ma si sancì l’uscita dai meccanismi che per decenni, a partire dal 1948, avevano guidato il paese: il cuore di questi meccanismi era la centralità democristiana, la sostanziale non contendibilità del governo.

legge elettoraleA chiudere quella stagione, credo, non fu Mani Pulite ma la caduta dell’Urss e la fine della contrapposizione in blocchi che era stato il fondamento della Prima Repubblica. A questo fenomeno politico si era unita una drammatica crisi economica che aveva radicalmente eroso i margini di redistribuzione che comprendevano una vasta gamma di modalità, dalle tangenti che alimentavano il sistema politico a pezzi del welfare state che facevano da cuscinetto contro i rischi di impoverimento e di disgregazione sociale.

Il tentativo del compromesso storico

Tornando più strettamente alla politica, nel 1992 saltò definitivamente quell’elemento strutturale che aveva segnato la Prima Repubblica, ovvero quello che era stato definito “conventio ad excludendum” o per dirla con Ronchey “fattore K” che rendeva il governo del paese non contendibile e stringeva gli spazi del governo solo ai partiti apertamente atlantisti con l’esclusione del Pci.

In qualche modo il tentativo berlingueriano del compromesso storico era, per dirla con una sintesi brutale, insieme la presa d’atto di questi elementi e il tentativo di superarli con una integrazione collaborativa tra la Dc e il Pci (e con la rinuncia a una alternanza e ad una alternativa tra i due schieramenti). Ma anche il compromesso storico che aveva per sponda Aldo Moro, non era riuscito a spezzare il sistema.

La Repubblica delle istituzioni non è mai nata

E’ di quegli anni la riflessione di Pietro Scoppola che sosteneva la necessità di passare dalla lunga fase della Repubblica dei Partiti alla Repubblica delle Istituzioni, insomma l’idea di spostare la centralità del sistema politico dalla rappresentanza alle forme più strettamente istituzionali. Le riforme di cui si era cominciato a parlare con la commissione Bozzi e che avevano lambito l’esperienza craxiana in modi un po’ sgangherati rimasero nel mondo dei desideri e per due volte, una prima con la riforma berlusconiana e la seconda con quella tentata da Renzi, vennero bocciate da referendum popolari.

Il risultato è che alla vecchia Repubblica dei Partiti (che vivono una crisi radicale ormai da troppo tempo) non si è sostituita una Repubblica delle Istituzioni che sono altrettanto in crisi, ma un incerto miscuglio tra leadership insieme personalistiche e deboli e caduche, di cui si distinguono sempre meno i contorni ideali e valoriali.

Mi ha colpito che, nella discussione sul fantomatico grande centro che si è aperta proprio in coincidenza col voto sul Quirinale, i confini di questo soggetto politico vengano ogni giorno dilatati per cui nel grande centro Berlusconi vorrebbe portare la Lega di Salvini e Toti i pezzi di 5 Stelle raccolti attorno a Luigi di Maio. E chi più ne ha più ne metta.

Tra maggioritario e proporzionale

legge elettoraleFatta questa troppo lunga premessa torniamo al tema elettorale che è reso poco eludibile dalla presenza di una legge (il Rosatellum) che è uno dei sistemi più intricati che vi sia con il suo mescolamento di maggioritario e proporzionale e prevede il voto su una unica scheda all’interno della quale si scelgono contemporaneamente i candidati dei collegi uninominali e quelli dei collegi (più grandi) proporzionali, con la possibilità di voto disgiunto.

Non avete capito? È effettivamente estremamente complicato perché il sistema (inventato sotto la pressione della parziale bocciatura dell’Italicum da parte della Corte costituzionale e dal rischio di votare con sistemi eletorali lontanissimi per Camera e Senato) mescola non solo due diversi sistemi di voto ma anche alcuni “accorgimenti” legati alla lunghezza delle liste che sono comunque tutte bloccate. Insomma liste corte alla spagnola per il proporzionale, collegi relativamente piccoli per l’uninominale maggioritario nel tentativo di produrre un effetto di disproporzionalizzazione e di dare una vicinanza alla rappresentanza, evitando l’elemento distorsivo delle preferenze.

Nell’unico caso di applicazione della legge la tripolarizzazione del voto (centrodestra, centrosinistra, Movimento 5 Stelle) e la distribuzione territoriale ha prodotto come effetto quello di gonfiare il centrodestra a Nord e i pentastellati a Sud (penalizzando solo il Pd e il centrosinistra, i veri sconfitti delle elezioni 2018).

Cosa si vuol ottenere dalla legge elettorale?

Si discute oggi attorno a due opzioni: proporzionale con sbarramento più o meno alto (tra il 3 e il 5%) o maggioritario. O meglio si discute sul nulla perché nessuna legge è effettivamente in discussione e non c’è neppure un tavolo aperto sul quale confrontarsi.

Il problema è che cosa si vuole ottenere dalla legge elettorale? In un articolo su Strisciarossa Floridia (che dei sistemi elettorale è certamente esperto) sembra imputare al maggioritario l’attuale frammentazione politica (qui il link). La frammentazione è un dato incontrovertibile ma è frutto dello sfaldamento delle forze politiche attuali segnate da scissioni o da abbandoni di singoli parlamentari e confuse riaggregazioni.

Il massimo della frammentazione si ebbe nella legislatura del 2006 quando la nuova legge elettorale (il Porcellum che era una sorta di proporzionale con collegi grandi e un fortissimo premio di maggioranza) spingeva a coalizioni forzose uguali su tutto il territorio nazionale. La legge voluta da Calderoli era sostanzialmente un imbroglio costruito per limitare la sconfitta del centrodestra dopo una legislatura fallimentare. Paradossalmente quel voto favorì il centrosinistra che (proiettando quei voti sul Mattarellum operazione ovviamente arbitraria) altrimenti non avrebbe avuto la maggioranza.

Quell’esperienza finì dopo due anni e mezzo nello sfaldamento dell’alleanza troppo disomogenea e grande per stare insieme. Eppure – per rispondere a chi oggi auspica un ritorno ad un proporzionale, magari temperato dalle soglie di sbarramento, dicendo che le maggioranze si costruiscono in Parlamento discutendo sui programmi di governo – quella coalizione un programma lo aveva, fatto di centinaia di pagine discusse minuziosamente tra Bertinotti, Dini, Mastella, Fassino, Boselli, Rutelli, Bonino, Diliberto, Di Pietro e Pecoraro Scanio per stare solo ai segretari dei partiti “fondatori” che subirono ulteriori divisioni interne in corso d’opera.

La nascita del Pd e del Pdl

La reazione alla frammentazione fu, nel 2008 la nascita del Pd e la speculare nascita del Pdl. Un bipolarismo che tendeva ad assumere i contorni del bipartitismo (con Lega e Idv che correvano separati e alleati). A quella stagione appartiene l’idea che la debolezza della democrazia fosse una conseguenza della fragilità della capacità decisionale che doveva essere rafforzata con strumenti istituzionali (si parlava di premierato forte o di semipresidenzialismo ma sempre sottovoce).

Non se ne fece nulla e da allora la crisi democratica si è andata accentuando. La risolviamo lasciando tutto com’è? Se la risposta è di limitarci alla riforma elettorale faremo pochi passi in avanti.

Chi guarda al proporzionale immagina un futuro in cui i partiti vadano alla competizione elettorale ognuno per sé rafforzando gli elementi distintivi e valoriali cercando per questa strada di rivitalizzare la partecipazione (lo spettro dell’astensionismo viene agitato legandolo al fatto che non si vota più perché non si riconosce quello che si sta scegliendo). Ma questo solo in campagna elettorale, perché poi davanti al risultato elettorale si dovrà ricercare una alleanza con altre forze. Quante? Un numero non piccolo perché se le elezioni fotografassero la realtà di oggi probabilmente bisognerebbe coinvolgere anche Forza Italia per creare una maggioranza, o il centrodestra dovrebbe cooptare le forze centriste (da Toti a Calenda) sempre che queste portino a casa un risultato di un qualche spessore oggi non rilevato dai sondaggi.

Insomma in nome dell’identità probabilmente saremmo costretti a richiamare al lavoro Mario Draghi come garante di una coalizione sconclusionata. E questo dovrebbe aumentare la credibilità della politica?

Le nostre due leggi elettorali maggioritarie

riforme istituzionaliChi si oppone all’idea di una legge maggioritaria obietta che questa sarebbe una forzatura, una sorta di ingessatura troppo stretta in una fase di accentuato multipolarismo e rischierebbe di allontanare ulteriormente i cittadini dal voto. Chi la vede come una coazione a ripetere una fase ormai scomparsa ne evidenzia i difetti. Il problema – ripeto – è che i meccanismi maggioritari da soli non risolvono la questione.

Eppure se guardiamo solo all’Italia vi sono due leggi elettorali maggioritarie che funzionano, quella delle Regioni e quella dei Comuni. La prima (che porta la firma di Tatarella e che ha subito modifiche e aggiustamenti da parte delle Regioni) ha richiesto per stabilizzarsi la modifica costituzionale sull’elezione diretta dei presidenti delle giunte a cui è legato il “listino” la cui attribuzione garantisce una solida maggioranza al vincitore. Quella dei Comuni è comunque basata sull’elezione diretta del sindaco che avviane non a maggioranza semplice ma a maggioranza assoluta (da raggiungere al primo o al secondo turno).

Quello che le rende funzionanti (le crisi nelle Regioni e nei Comuni non sono il pane quotidiano) e che ha dato stabilità a queste istituzioni è proprio il nesso tra il voto e l’elezione delle figure di governo.
Come evidenzia anche Floridia questa idea del sindaco d’Italia (espressione bruttissima perché banalizzante) non esiste in questo assetto costituzionale in cui non è il voto dei cittadini ma quello dei parlamentari a eleggere e a legittimare il capo del governo.

Doppio turno di collegio alla francese

E torniamo al cuore del problema: rebus sic stantibus nessuna legge elettorale affronta e risolve la crisi della politica e la fragilità della democrazia. La legge elettorale, comunque, alla fine sarà cambiata e dovendo fare una scelta credo che quella che ci farebbe fare un passo avanti sia il doppio turno di collegio.

La legge “francesce” infatti permette di esprimere due voti in due momenti diversi. Il primo esprime certamente appartenenza e adesione al singolo partito, il secondo manda in parlamento chi si avvicina di più ai propri desideri o che magari contrasta meglio chi non si vuole far vincere.

In quella legge, poi, non c’è un ballottaggio a due ma si confrontano i candidati che hanno superato una soglia (che è alto ma non impossibile visto che è fissato al 12,5% degli aventi diritto). Questo apre anche uno spazio per scegliere dove ritirare i candidati e magari costruire un possibile accordo di governo: funzionava così ai tempi dell’elezione di Mitterrand l’accordo tra socialisti e Pcf.

Bisognerebbe varare una nuova riforma istituzionale

So benissimo che il punto di equilibrio del sistema francese è la compressa relazione tra presidente, capo del governo e parlamento (chi critica il sistema cita spesso i casi di coabitazione, ma vorrei ricordare che questi risalgono a un’epoca in cui l’elezione del presidente e quella del parlamento erano sfalsati nel tempo mentre oggi sono allineati per durata e scadenza). Quindi per rendere pienamente efficace l’obiettivo di rendere efficaci i diversi poteri occorrerebbe – mi ripeto – una più complessiva riforma istituzionale, ma comunque il quadro di rappresentanza parlamentare garantito dal collegio uninominale e dal doppio turno permetterebbe di avere una investitura più solida ai parlamentari, rappresentanti scelti direttamente e più legati al territorio, elettori che sanno chi stanno eleggendo e all’interno di quale cornice politica.