Mattarella e lo “spirito di Helsinki”: quella Carta dimenticata può aprire scenari nuovi per la pace

Certi silenzi parlano più delle parole. Non vorremmo sbagliare, ma ci è parso che sui grandi giornali italiani, o almeno sulle loro versioni on line, sia stato colpevolmente sottovalutato, se non ignorato del tutto, il discorso che Sergio Mattarella ha pronunciato davanti all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Eppure quel discorso (https://www.strisciarossa.it/dialogo-e-volonta-di-pace-contro-il-mostro-della-guerra/) conteneva un passaggio che avrebbe dovuto accendere quanto meno la curiosità dei commentatori, in genere tanto attenti alle implicazioni politiche, interne e internazionali, delle esternazioni del presidente della Repubblica. Lo riproponiamo qui per offrirlo alla riflessione di chi onestamente si ponga l’obiettivo di capire se c’è una strada verso la soluzione della gravissima crisi aperta dalla invasione russa dell’Ucraina e dalla feroce determinazione con cui le truppe di Putin stanno conducendo la guerra.

“Proclamare lo spirito di Helsinki”

“Si tratta – ha detto il presidente – di affermare con forza il rifiuto di una politica basata su sfere di influenza, su diritti affievoliti per alcuni popoli e Paesi e, invece, proclamare, nello spirito di Helsinki, la parità di diritti, la uguaglianza per i popoli e per le persone. Secondo una nuova architettura delle relazioni internazionali, in Europa e nel mondo, condivisa, coinvolgente, senza posizioni pregiudizialmente privilegiate. La sicurezza, la pace – è la grande lezione emersa dal secondo dopoguerra – non può essere affidata a rapporti bilaterali – Mosca versus Kijv -. Tanto più se questo avviene tra diseguali, tra Stati grandi e Stati più piccoli. Garantire la sicurezza e la pace – ha concluso Mattarella – è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Questa, tutta intera, può e deve essere la garante di una nuova pace”.

I lettori non più giovani e quelli che pensano sia giusto conoscere la storia per raccapezzarsi anche con le tragedie del presente avranno còlto nel riferimento allo “spirito di Helsinki” il richiamo al processo che portò all’Atto Finale firmato nel 1975 nella capitale finlandese da quasi tutti i paesi europei esistenti allora (mancava l’Albania che si unì agli altri negli anni ’90), gli Stati Uniti e il Canada. Sarebbe un buon esercizio rileggere oggi quel documento (un estratto in https://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20050116072723): vi si trovano princìpi attualissimi alla luce di quello che sta succedendo dal 24 febbraio scorso nell’est del nostro continente. In primo luogo l’inviolabilità delle frontiere e la condanna dei tentativi di risolvere le controversie modificando i confini degli stati con la violenza, poi l’obbligo agli stati stessi di rispettare i diritti umani fondamentali dei propri cittadini, anche quelli delle minoranze, linguistiche, culturali, religiose, infine l’indicazione degli strumenti di mediazione per la composizione pacifica delle controversie.

I limiti che paralizzano l’Onu

Ci si può chiedere se abbia un senso, passati quasi cinquant’anni, invocare oggi lo spirito di Helsinki. Esso fu il frutto di una certa congerie politico-culturale, la Ostpolitik della socialdemocrazia europea occidentale promossa da personalità come Willy Brandt, Olof Palme, Bruno Kreisky e i primi accordi sul disarmo con cui gli occidentali e l’Unione Sovietica cominciavano a mettere in soffitta la deterrenza fondata sulla mutual assured destruction (MAD) nucleare. Questa atmosfera propizia, cui concorsero efficacemente pure quello che venne chiamato “eurocomunimo” e l’iniziativa del Pci di Berlinguer, negli anni successivi si sarebbe dissolta. E anche gli strumenti che l’Atto Finale aveva messo in campo, la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) e poi l’Osce avrebbero avuto una vita stentata fino ai giorni nostri, pure se è abbastanza ingiusto il giudizio, spesso sprezzante, sulla loro inefficacia, giacché in molte circostanze invece funzionarono eccome, disinnescando alcuni potenziali conflitti, temperando gli effetti di quelli che non si riusciva a impedire e vigilando sulla correttezza democratica nei passaggi delicati della vita politica in diversi paesi. Questi strumenti europei hanno sofferto e soffrono ancora i limiti che paralizzano l’ONU e che, generalizzando al massimo, risiedono tutti nell’incapacità delle élites politiche dominanti a superare i pregiudizi sulla sovranità e certe volte appare difficile capire perché la necessaria riforma delle Nazioni Unite, con l’eliminazione dei diritti di veto, non sia all’ordine del giorno di forze e partiti che pure sono schierati dalla parte della pace e del dialogo internazionale.

L’aiuto che diede la carta alla dissidenza nei paesi dell’Est

Il giudizio, però, deve tener conto di aspetti che in questa nostra parte d’Europa si tende a non considerare. La Carta di Helsinki fu uno strumento preziosissimo nelle mani della dissidenza nei paesi dell’Est per creare spazi di libertà intellettuale e cercare un rapporto con le istanze di libertà che venivano dalla società civile. Chi ha avuto modo di frequentare Praga, Budapest o Berlino est negli anni ’70 sa l’importanza che ebbero i centri di informazione che i governi comunisti furono costretti ad aprire nelle capitali proprio in base agli accordi di Helsinki e quanto contarono gli echi della dissidenza che nella relativa apertura sui mezzi di comunicazione arrivavano all’ovest e le campagne internazionali per ottenere che le autorità aderissero alle dichiarazioni sul rispetto delle libertà di opinione che avevano sottoscritto nella capitale finlandese.

Veniamo al punto, allora. È realistico immaginare, nella situazione attuale, una “nuova architettura”, qualche forma di resurrezione di strumenti istituzionalizzati di sicurezza collettiva e di cooperazione in Europa? Certo, basta accendere le televisioni che ci rimandano in ogni momento immagini di guerra, di sopraffazione e di morte per avere un’immediata percezione di quanto sia disperata l’impresa. Di fronte alle crude brutalità del momento, lo “spirito di Helsinki” sembra un’utopia per anime belle. Invocarlo, però, come ha fatto il nostro presidente Mattarella segnala una volontà politica, quella di non arrendersi alla pura logica della guerra. Nella concreta situazione in cui la comunità occidentale si trova in questo momento, divisa tra chi pensa che la soluzione del problema possa arrivare solo da una vittoria militare sul campo e da un prolungamento con un progressivo riarmo della guerra a Putin fino alla sua scomparsa dalla scena, e chi punta invece a una de-escalation che riduca gli effetti della guerra nella gravità e nella durata, invocare lo “spirito di Helsinki” esprime una chiara volontà di tornare alla politica. Ricominciare a parlare, come si riusciva a parlare cinquant’anni fa.