Gli applausi a Mattarella, dietro all’entusiasmo che c’è?

Il Corriere della sera, ai piedi di un entusiastico articolo degno dell’entusiasmo manifestato in aula a Montecitorio dai parlamentari italiani, ha pubblicato la classifica degli applausi, classifica che il presidente Mattarella capeggia alla grande. Un primato assoluto, probabilmente inattaccabile: cinquantacinque applausi l’altro ieri, quaranta  nel 2015, a distanza Napolitano (ventinove nel 2008, trentadue al bis nel 2013), in calando gli altri, Ciampi, Scalfaro, Cossiga. Colpisce l’ultimo posto di Sandro Pertini: solo sette applausi per il presidente “più amato dagli italiani”. Il quotidiano di via Solferino riferiva anche il minutaggio: per Mattarella trentotto minuti più quattro alla conclusione (“ovazione finale”, definisce il Corriere).

Bello, bellissimo. Dopo le sciagurate giornate delle votazioni inconcludenti, delle liti, dei candidati al telefono, dei candidati sepolti nel giro di un’ora, la riconciliazione nazionale, il riscatto nel più fragoroso e prolungato degli omaggi, in quasi totale fratellanza, senza condizioni, come poteva accadere un tempo alla discesa in pista dopo un volo traballante, tra nubi, venti, oscillazioni, vuoti d’aria all’indirizzo del capitano: finalmente le gomme a terra, finalmente salvi, dimenticando le paure, le angosce, di qualche minuto prima… L’avranno pensato anche molti dei nostri rappresentanti in aula, finalmente salvi pure loro, discesa in pista a scadenza regolare. Si possono immaginare il rinnovato sollievo, la ritrovata tranquillità: rilassati all’ascolto del Presidente, all’ascolto delle sue sagge parole, a proposito di diseguaglianza sociale, di forbice che si apre sempre più, di giovani senza lavoro e senza studio, di precarietà, di tutela dell’ambiente, dell’insorgere di razzismo e di antisemitismo, di parità di genere, della strage che ogni giorno si ripete nei luoghi di lavoro, ricordando per tutti Lorenzo Parelli, il diciottenne morto nelle ultime ore del suo stage in una fabbrica di Udine. La descrizione di un cielo profondamente nero.

Discorso “ecumenico”

Qualcuno ha definito il discorso di Mattarella “ecumenico”. Un discorso che sarà sicuramente piaciuto agli italiani che si commuovono sempre all’ascolto di un ponderato per quanto duro bilancio dei loro disastri, sperando di potersela comunque cavare in qualche modo, orgogliosamente felici di sentirsi caricati di fardelli, convinti che prima o poi qualcun altro ci penserà. Il Giornale ha etichettato infatti: “Intervento in stile Dc che accontenta tutti”. Con un titolo, allarmante però per alcuni, in prima pagina che recitava: “Mattarella fa giustizia”. In linea, ancora in merito di giustizia, il Fatto s’è rivolto direttamente ai molti plaudenti: “Ovazioni alla legge che bloccano loro” spiegando: “Riforma del Csm. Sergio mette fretta, ma la Bonafede c’è dal ’20 e la Cartabia (che la peggiora) è ferma da nove mesi”. Lasciamo stare la banale, ammiccante confidenzialità di quel “Sergio”, buttato lì come si usa con il compagno di calcetto. Ma una contraddizione il Fatto la coglieva: leggi giacenti, leggi languenti, leggi dimenticate, leggi approvate in una sede e poi oscurate (si potrebbe far riferimento allo sbalorditivo percorso del disegno di legge Zan) . Quante altre contraddizioni si potrebbero cogliere, quante altre sulla via impervia, accidentata di un “progetto riformatore” che riguarderebbe tantissimi temi. Lo citiamo nel suo valore ideale, culturale, storico, politico (non tentiamo neppure l’elenco lunghissimo dei titoli che lo potrebbero comporre), un “progetto riformatore” da sempre evocato, ma la cui memoria si perde nella notte dei tempi, dopo i  combattuti, aspri, dolorosi anni settanta delle riforme (e, purtroppo, del terrorismo), rispolverato oggi, incrociando le dita, in ragione dei fondi europei del Pnrr. Nelle mani di Draghi.

Mi verrebbe da chiedere quanti dei felici nostri rappresentanti abbiano ben compreso le raccomandazioni del presidente, quanti abbiano colto il peso della responsabilità che ne deriva, quanti e soprattutto quanti dei loro capi abbiano finalmente per coerenza, raccogliendo l’appello, rinunciato ad una probabile guerriglia preelettorale alla conquista di qualche postazione favorevole: spararla grossa per guadagnare qualche ascolto e qualche voto. Salvini è maestro. Si vede già l’agitarsi del capo leghista, della Meloni, di Conte e Di Maio e di altri comprimari.

Conflitti d’interesse e politica fiscale

I conflitti di interesse di ogni genere, di potere e di quattrini, esistevano prima di Berlusconi e continuano a prosperare. Il bene comune è una chimera o una banderuola da sventolare per propaganda. Una politica fiscale, ad esempio, dovrebbe nascere dalla volontà di salvare i conti dell’Italia, non di favorire questa o quella categoria. Sarebbe possibile una visione comune? La cronaca dice di no. Troppe volte capita di dover intuire al fondo di una posizione egoismi e favoritismi, corruzione e distorsione. Il senso della comunità si è smarrito e gli scanni di Montecitorio ne riflettono la perdita.

La Stampa pubblicava in prima pagina una grande fotografia di Sergio Mattarella e, incisa, la scritta: “La dignità di un Paese”. All’interno replicava: “L’agenda del Presidente/ All’Italia serve dignità”. Anche la nostra Marcella Ciarnelli insisteva su “dignità”. Qualcuno ha fatto il conto, scoprendo che la parola più ripetuta nel discorso di investitura è stata, appunto, “dignità”. Molti in questo Paese, ma non tutti, sanno vivere d’onestà, di lavoro, di rispetto per gli altri, molti pagano le tasse, studiano, sentono di dover contribuire alla crescita della società, danno valore alla giustizia (non solo quella dei tribunali). Molti sanno quindi esprimere “dignità” perché sanno essere “virtuosi”. Scusate il ricorso ad espressioni, “virtuosi”, “virtù”, fuori ormai dai vocabolari correnti e che potrebbero rimandarci a Leopardi quando constatava “l’universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si possano fondare i principi morali e di tutte quelle opinioni fuor dalle quali è impossibile che il giusto e l’onesto paia ragionevole…”. Lo scriveva due secoli fa, a proposito di cittadini, che regolano i loro comportamenti sulla ricerca di ciò che è utile, per raggiungere obiettivi economici, propri,  in primo luogo, cancellando la strada di un’etica pubblica condivisa.

Dovremmo ancora chiederci se a meglio riflettere il Paese e la sua politica e la sua morale sia stata l’assemblea che l’altro ieri ha applaudito cinquantacinque volte Mattarella o quella che, solo pochi giorni prima, saltabeccante e inconcludente, incompetente e irrispettosa, non sapeva a che santo voltarsi, all’inseguimento di un “colpo di mano” vincente o semplicemente di una “proroga”, in nome della sopravvivenza. Ovviamente tendo al secondo corno dell’alternativa.