Mario Draghi, ovvero
le disavventure
della sobrietà

Forse Mario Draghi, presidente del consiglio dal 13 febbraio, quindi esattamente da due mesi, parla troppo bene l’inglese per capire l’italiano, forse si è dovuto troppo a lungo destreggiare tra conti bancari europei e rigide regole di bilancio per adeguarsi ai calcoli opportunisti ed egoistici dei suoi connazionali… Forse si è illuso che il governo con lui al timone  e la politica italiana potessero vivere un nuovo mattino, com’era capitato in un passato ormai lontano, augurandosi un cammino glorioso ma in fondo più facile perché condiviso, com’era capitato in un passato ormai lontano.

Invece, dopo il primo, ipocrita all’ennesima potenza, omaggio, ai primi contraccolpi (una caduta del consenso tra gli italiani dal 63,8 al 52,7 per cento, stimava Alessandra Ghisleri sulla Stampa), si sarà dovuto ricredere e avrà capito quanto sia difficile governare,  quanto sia stata nel tempo offesa, bestemmiata, ridotta a valigia di meschini interessi una nobile arte come la politica.

Mario Draghi è capitato in uno dei momenti più cupi per il nostro paese in una guerra che non è una guerra (sarebbe molto più semplice fronteggiare una guerra e un nemico conosciuto), ma che genera ugualmente rovine di vario genere e soprattutto morti, ai quali sembra nessuno voglia pensare (più di centomila in un anno, furono seicentomila in quattro anni sul fronte del Piave).

Messaggio semplice

Avrà immaginato Draghi di trovarsi a guidare un paese perseguitato dal virus e quindi unito in una sacrosanta battaglia per la salute, un paese prostrato dalla precedente e conseguente crisi economica e quindi pronto a rimboccarsi le maniche, volenteroso e solidale. Invece il nostro capo del governo s’è trovato a subire, dopo l’ossequio dell’avvio, il fuoco amico e quello nemico, più quello amico, perché in fondo la Meloni, nella parte della solitaria oppositrice, s’è mostrata più cauta e coerente e quindi trasparente del governativo Salvini, salvo mandare in piazza quelli di Casa Pound a sobillare il popolo dei ristoratori romani. A loro e non solo a loro, a Salvini, improbabile e quotidiano portacolori delle partite iva, di albergatori, trattori, artigiani, eccetera eccetera, di chiunque dia segni di protesta, alle mamme disperate per la presenza dei figli a casa, ai figli che sognano aule scolastiche affamati di studio e di cultura, a teatranti, musicisti, esercenti di sale cinematografiche, Draghi risponde appellandosi pragmaticamente alla legge dei numeri (come peraltro gli raccomandano ogni sera dalla tv epidemiologi, virologi, medici di varia estrazione): si riapre quando il contagio si ridurrà alle soglie di sicurezza, quando i vaccinati diventeranno un bel corpo del paese. Messaggio semplice, che pochi vogliono capire. Draghi sembra appunto che parli un’altra lingua, incomprensibile alle più diverse categorie, produttive e no, della nostra società, che pretendono certezze che il virus e le sue varianti non consentono.

Tutto questo, la protesta dopo un anno di vita sospesa, il clamore, gli striscioni che gridano “Apertura!”, le reiterate strilla di Salvini (perennemente ripreso con clamoroso rilievo da tutti i media nazionali) erano forse prevedibili, ma rispondere è una impresa. Meno prevedibile il continuo saltabeccare dei governi regionali, ormai riconducibili a una “poliarchia” (definizione di Isaia Sales su Repubblica), che fa presto a degenerare nell’anarchia e che ci espone a una domanda: “Ma che paese è questo?”. Uno stato unitario. Una federazione. Una geografia interrotta di Signorie in decadenza. Un palcoscenico variopinto calpestato dai cosiddetti “governatori”, ciascuno dei quali pronto ad alzare la voce e a inventare nuove norme pur di guadagnare visibilità e voti, pronti a invocare saracinesche alzate, a pretendere promozioni dal rosso al bianco (salvo tornare al rosso, come insegna la Sardegna), a denunciare la carenza dei vaccini (per una campagna vaccinale che non sanno gestire, come mostra la Lombardia). Ultima trovata: l’autonomia vaccinale.

Provate voi a governare

Provate voi a governare. Non è un caso che Draghi, mandando al diavolo la politica, si sia affidato ad un generale degli alpini e si sa che gli alpini, come i carabinieri, sono fedeli nei secoli. Però anche sul generale Figliuolo volano se non cannonate certo i sassi: non trova i vaccini, mancano i tamponi, aveva promesso entro il 20 aprile mezzo milione di vaccinazioni al giorno e invece adesso ha fatto marcia indietro: ne promette 315 mila. Una bella differenza, senza alcuna considerazione però del “quadro” europeo e mondiale. Ma di chi sarebbe la responsabilità del ritardo: a turno di Draghi, del generale, del ministro Speranza. Contro il quale ministro da tempo si esercita l’ostilità feroce della destra e non solo, dei quotidiani, anche quelli non schierati (l’altro ieri il Messaggero, ieri il Corriere), che ne additano l’incompatibilità con il capo del governo, quarantotto ore prima fermo nella sua fiducia: “Speranza l’ho scelto io”. Testuale o quasi.

Mi hanno colpito ieri due titoli del Fatto: “Dove hanno sbagliato / Figliuolo e le Regioni” e “Gli scivoloni di Draghi”. Taccio sul primo: siamo tutti maestri e, però, pessimi insegnanti. Leggo sotto il secondo, ponderata riflessione, aspettandomi chissà quali disastri. Alla fine mi imbatto nel “caso psicologi” (non apriamo il dibattito, che sarebbe assai complesso), poco prima nel “caso Erdoğan” e qui di sicuro lo “scivolone” ci sta: viva la sincerità, ma se si definisce un capo di stato straniero “dittatore” si allerta la flotta, non ci si prepara a combinare affari (giustamente il Fatto si ricorda di un altro scivolone: Berlusconi che si prestò come testimone alle nozze del figlio del dittatore). Per il resto, per tre quarti almeno, dall’inizio a Erdoğan, l’articolo si esercita a contestare l’ars oratoria del presidente. Cito: “Le conferenze stampa di Draghi non sono soddisfacenti”. E si spiega: “Intanto, l’occhio vuole la sua parte: a confronto con le aule parlamentari o con le fin troppo scenografiche ambientazioni di Conte-Casalino la sede ora scelta in nome di una lodatissima sobrietà, a ben vedere , più che sobria è povera”.  Questa bocciatura forse Draghi non se lo sarebbe mai aspettata, mentre giurava davanti al presidente Mattarella: “… l’azzurro della parete di fondo. Beh, non è brutto, ma è normale”, sentenzia il Fatto, che giunge a giustificare però Draghi: si occuperà di economia, di Recovery Plan, tutto il resto non gli interessa, neppure la tinteggiatura gli interessa.

Imbalsamato

Solo nel campo suo di problemi ne avrebbe comunque  assai il nostro Draghi: i soldi dell’Europa, come mettere assieme un piano che accontenti tutti (senza metter mano alla questione fiscale, troppo divisiva: neppure se ne parla, come ha riconosciuto uno dei consulenti del ministro Franco), Alitalia, Ilva, eccetera eccetera. “Ministro patriottico” lo ha definito il Foglio: beh, non sarebbe male.

Francamente il “Draghi in conferenza stampa” pare irrigidito, un poco imbalsamato, gli manca sempre qualche parola (se si rifugia nel suo inglese, la pronuncia è perfetta). Conte era un fiume in piena, un re dell’inciso, della subordinata, dell’anacoluto (di cui era maestro, peraltro, anche Alessandro Manzoni), passionale, persino asmatico. Ma anche Conte conferenziere fu a suo tempo bersagliato da giudzi demolitori.

Draghi non può risolversi alla maniera di Stephen King, di Thomas Pinchon o del celeberrimo, mitico,  J.D. Salinger, che si sono mostrati pochissimo o per nulla, per lo più chiusi alle interviste, e si sono costruiti una fama anche in virtù della loro scarsa visibilità e dei loro silenzi oltre che della loro scrittura. Draghi non ha romanzi alle spalle o davanti a sé.  Parlare deve parlare e qualche parola in più forse gli servirebbe a convincere gli italiani e prima ancora i suoi sostenitori parlamentari. Anche questa è politica, con qualche concessione alla retorica, come insegnavano Platone, Aristotele, Catone, Cicerone…