Mario Berlinguer e Francesco Siniscalchi: quel duello tra i principi del foro

Siamo a Sassari.1937. Due venditori ambulanti di torrone vengono a lite con due esponenti della locale milizia fascista. Il fatto diventa grave. I due venditori vengono uccisi. Le loro famiglie si rivolgono a Mario Berlinguer per assisterli come parte civile nel corso del dibattimento che si preannuncia contro i due responsabili.

Mario Berlinguer

Mario Berlinguer è uno dei più apprezzati avvocati sassaresi. Nato nel 1891, si laurea in Giurisprudenza nel 1913. Interventista, è ufficiale nella Prima guerra mondiale. Giovane repubblicano è anche collaboratore del quotidiano la Nuova Sardegna. Il suo impegno civile e antifascista lo conduce a candidarsi al parlamento nazionale nel 1924, con la lista Demoliberale. Il clima è via via più incandescente. Subisce anche un attentato con ferimento da arma da taglio. Risulta comunque l’unico eletto dalla Sardegna. Fa parte dell’opposizione aventiniana. In quello stesso anno diventa anche uno dei gestori de La Nuova Sardegna e, in collegamento con Giovanni Amendola, conduce una forte campagna antifascista. Subisce altre aggressioni che non fanno venire meno il suo impegno. Nel 1921 ha sposato Mariuccia Loriga che darà poi alla luce Enrico, il 25 maggio del 1922, e Giovanni, il 9 luglio del 1924.

I fascisti arruolano Siniscalchi

Ai due militi accusati dell’omicidio, assistiti dal loro partito, per un processo così impegnativo, viene messo a disposizione, nel collegio di difesa, anche un avvocato di grande valore fatto venire addirittura da Napoli: Francesco Saverio Siniscalchi. Siniscalchi, nato a Venosa nel 1887, si laurea brillantemente all’Università di Napoli e condivide con il padre Nicola, avvocato, una intensa amicizia con il grande meridionalista Giustino Fortunato. Era allievo dell’avvocato Carlo Fiorante onorato nei busti di “Castelcapuano” come un Maestro : analogo riconoscimento venne deliberato all’unanimità per Franceso Saverio Siniscalchi, con una cerimonia presieduta dal Presidente della Repubblica nel giugno 1979, 15 anni dalla sua morte tragica, investito sulle strisce a Via Partenope.

Interventista, partecipa da ufficiale alla Prima Guerra Mondiale dapprima nel fronte del Carso e poi nelle prima squadriglie aeree dell’epoca. Nella crisi del primo dopoguerra aderisce al movimento fascista. Sposerà il 28 ottobre del 1922 Fanny Ferrante di antica famiglia irpina. Dal matrimonio nacquero 4 figli (Maria, Nicola, Vincenzo e Gigliola, questi ultimi due nati rispettivamente il 7 agosto del 1931 e il 16 maggio del 1936. Uno dei testimoni dello sposo, Enrico De Nicola, non riesce a partecipare alla cerimonia: in quella giornata così gravida di conseguenze per la storia d’Italia è costretto a rimanere a Roma, lui, Presidente della Camera. Nel 1926 declina l’offerta di candidatura nel Listone fascista. Uomo di principi, nel 1927 è Federale del partito a Potenza, quasi un Commissario. È colpito dalle condizioni di estrema povertà e indigenza di una parte larga del popolo e su questo scrive una Relazione di denuncia anche delle beghe dei capi del partito locale. La Relazione non sortisce effetto. La invia ad Arnaldo Mussolini, Direttore del Popolo d’Italia, che non la pubblica. Ma quella relazione che parla di come veramente stanno le cose è considerata una macchia. Alla fine, si vede sospesa la tessera del partito per tre anni.

Il fascista e l’antifascista incrociano le spade

E siamo al processo. Si confrontano l’antifascista e il fascista, entrambi con un forte senso della patria, entrambi ‘reduci’ dalla Prima guerra mondiale, entrambi ufficiali. Cosa succede in quella occasione lo racconterà, in anni recenti, Giovanni Berlinguer in una bellissima intervista di Piero Sansonetti che nel 2004, nel ventennale della scomparsa di Enrico, raccoglie in un volume speciale de l’Unità, che lui dirige, una serie di interviste sulla figura e l’opera del Segretario scomparso nel 1984.

Racconta Giovanni. “ Iniziò subito la polemica tra difesa e parte civile. A un certo punto Siniscalchi gridò contro mio padre: “Voi state facendo speculazione politica sopra due cadaveri!”. Mio padre si alzò dal suo banco, attraversò l’aula, si avvicinò al banco di Siniscalchi, in silenzio, e gli assestò due schiaffoni in faccia. Successe il finimondo…”. Udienza sospesa. Legittima suspicione e processo spostato a Viterbo, dove poi i due imputati saranno assolti.

Ma la storia tra i due avvocati non finisce qui. Il punto d’onore per i due ex ufficiali è troppo forte per passarci sopra. Ed è così che, come ci racconta Vincenzo nel suo studio di Via Santa Lucia, quasi un tempio alla cultura giuridica napoletana, arriva un po’ di tempo dopo a Francesco Saverio il cartello di sfida da parte di Mario, per un duello in piena regola. E duello sarà in quel di Sassari. Con tanto di giudice, padrini e spadaccini.
Racconta Giovanni che il padre, senza mai dire niente a casa, però prese a frequentare un maestro di scherma. Al duello è Mario a ferire di spada al braccio Francesco Saverio. Il giudice, al primo sangue, chiede a Mario se si ritiene soddisfatto. Alla sua conferma, il duello si interrompe.

Ma la storia ancora non finisce qui. I due si incroceranno ancora, seppur indirettamente in questo caso. Ritroviamo Mario nel 1942, ancora impegnato nell’antifascismo con il Partito Sardo d’Azione e il Partito d’Azione a livello nazionale di cui diventa esponente importante. Dopo il ’43 è nel Governo Badoglio e in quello Bonomi Alto Commissario per la punizione dei crimini fascisti, è destinatario di dossier e riservate nei confronti di esponenti già fascisti. Uno di questi dossier si riferisce proprio all’avvocato napoletano. Forse tentativo di vendetta di gerarchi lucani magari pronti alla repentina conversione… Mario Berlinguer, convinto dell’integrità morale del suo ‘avversario’, non darà giustamente alcun seguito al fatto.

Berlinguer nel 1948, con il Fronte Popolare è eletto al Senato mentre fino al 1968 sarà deputato socialista.

Ed è Roma, dove ormai opera anche professionalmente con importanti incarichi, e dove converge spesso anche Siniscalchi, che è destinata a diventare il teatro dell’incontro che invece, dopo diversi anni ancora – complice anche un altro avvocato napoletano e comunista, Mario Palermo, che insieme al suo collega Vincenzo La Rocca era stato già protagonista della difesa davanti al tribunale fascista di tanti antifascisti napoletani – suggellerà quella che era diventata stima e amicizia reciproca.

Dirà sempre Giovanni. “…Mio padre ci parlò sempre bene di Siniscalchi, che incontrò più volte in Cassazione. Disse che era una brava persona”. È proprio Mario Berlinguer a dare conto nel modo migliore di questo rapporto. Lo fa proprio nella occasione della fine tragica di Siniscalchi, investito sulle strisce pedonali a Via Partenope nel 1966, con una lettera indirizzata alla famiglia che Vincenzo ci ha gentilmente messo a disposizione e che si seguito pubblichiamo integralmente.

Arnaldo Mussolini

La lettera di Berlinguer ai Siniscalchi

Roma 28 marzo 1966
Soltanto oggi ho appreso la notizia della scomparsa del loro Caro e sinceramente ne sono addoloratissimo. Forse loro conoscono le nostre vicende di anni lontani; ma io desidero rievocarle in questi giorni che per loro sono certamente di immensa angoscia: rievocarle poiché anche tali vicende illustrano aspetti degni dello scomparso.

Lo conobbi a Sassari dove era venuto con altri avvocati per un processo complesso, denso di riflessi politici e in un ambiente infuocato. Eppure tutti noi… dell’altra sponda, pur nei pochi contatti da colleghi, avvertimmo subito in Siniscalchi, oltre al suo alto livello professionale, un carattere sereno, gioviale e simpatico.

Ma dopo qualche udienza esplose nell’aula un incidente seguito da una rissa generale: il presidente rinviò la causa a nuovo ruolo per pericolo all’ordine pubblico. Siniscalchi ed io eravamo ufficiali e dovemmo batterci in un duello che si concluse con lievi ferite.

Da allora non ci vedemmo per lunghi anni, quindici o più, in cui sentivo sempre la simpatia che avevo subito avuto per Siniscalchi. E un giorno mi trovai al Tribunale di Roma con numerosi avvocati romani e napoletani per un semplice rinvio di un processo. Non ci eravamo riconosciuti; ma io, incerto, chiesi ad un amico il nome del collega di Napoli che si era allontanato ed appena sentito quello di Siniscalchi lo inseguii in un corridoio: ci abbracciammo e ci dicemmo che da lungo tempo ci aspettavamo.

Amici politici di Napoli di mia parte mi parlarono tutti di Siniscalchi con particolare stima ed io ebbi così una conferma della mia attrazione verso di lui.

Questo è tutto, cari amici, se posso chiamarvi così. Con una gentile signora parente di Siniscalchi mi incontrai più tardi a Roma, le espressi la simpatia verso di lui e seppi che anch’egli aveva un buon ricordo di me. Questo solo voglio dirvi. Faccio bene? Faccio male? Dovevo tacere? Non importa: voglio però e non per lui, non per Voi, ma per me stesso aggiungere al dolore ed al rimpianto di tanti altri che lo conobbero più di me, unire una voce diversa, ma sincera e veramente commossa. Non dimenticherò mai Siniscalchi che per tanti anni restò per me come un amico appena avvicinato, ma sempre ricordato con viva simpatia e che oggi resta più vivamente nel mio spirito dopo la sua scomparsa. Forse il mio cordoglio non vi sarà sgradito. E vi prego di accogliere i miei saluti.

Mario Berlinguer»

Il carteggio che ne seguì

Ed ecco anche la risposta di Mario Berlinguer alla lettera di ringraziamento che Vincenzo Siniscalchi gli aveva inviato a nome della famiglia:

Roma 2 aprile 1966

Caro, carissimo amico la sua lettera mi ha proprio commosso ma le dirò che non ricordo neppure l’episodio di…Commissario, tanto devo avere agito come di cosa di evidenza semplicissima. Invece, mi rammarico proprio vivamente di non aver potuto avvicinare il suo caro scomparso. Sono certo che il nostro incontro sarebbe stato pieno di simpatia. E invece proprio oggi ho voluto parlare con due amici napoletani: Mario Palermo e l’on. Galdo. Non le dico cosa ci siamo detti; lei lo sa perché so che tutta Napoli ha pianto per Lui ed io ancora non so darmi pace per la tragica vicenda. So anche che lei è degno di suo padre. Non poteva che essere così. Mi permette di sentirmi vicino a Loro e voglia accogliere un abbraccio di
Mario Berlinguer»

Storie d’altri tempi. Di un’altra Italia. E però di uno spirito che avvertiamo non smarrito. Non del tutto. Per fortuna.

Vincenzo Siniscalchi racconta commosso per il ricordo del padre ed anche per questo stile di rapporti tra uomini così diversi eppure così capaci di costruire un dialogo positivo testimoniato da questo scambio di lettere così intense in occasione della tragica morte di Francesco Saverio nel 1966.

Sicuramente anche la storia di Vincenzo sarebbe stata diversa, forse le sue passioni per il cinema, la sceneggiatura, la scrittura sarebbero diventate assorbenti, chissà. Certo, posto di fronte alla in questo caso drammatica accelerazione della vita, Vincenzo saprà reagire diventando uno degli avvocati più importanti e autorevoli della scena napoletana.

E poi, chissà cosa avrebbero detto proprio Mario e Francesco Saverio di Vincenzo eletto per ben tre legislature Deputato della Repubblica per iniziativa di quello stesso partito erede proprio di quello di cui Enrico, il figlio di Mario, era stato Segretario così a lungo e così lungamente amato. Intrecci fecondi di vita e di storia.

*Per gentile concessione di Infiniti Mondi (https://www.infinitimondi.eu/)