Strage 2 agosto
tra malaffare, istituzioni
e destra eversiva

Certo che quel “Vetrinetta”, al secolo Pantaleone “Luni” Mancuso, classe ’47, aveva tutta l’aria di essere ammanicato, protetto e ben informato. A ogni retata, lui restava fuori e gli altri finivano dietro le sbarre. “Vetrinetta”, lamentano gli esponenti di un altro ramo della famiglia Mancuso, potentissimo clan del Vibonese, era ben inserito nella massoneria attraverso la Nuova Santa, una sorta di super-ndrangheta nata dopo l’ultima sanguinosa guerra di mafia per favorire i contatti con la politica, le istituzioni, i servizi segreti. Sbotta Diego Mancuso, altro mafioso di rango, inconsapevole di essere ascoltato: “Io a Vetrinetta lo devo sistemare…”.
Già, ma come fare, visto che “Luni” ha legami con magistrati e persino con i servizi? Semplice, bisogna rivolgersi a un calabrese trapiantato in Toscana: “Mi vuole bene come fossimo fratelli”, spiega Diego Mancuso, “è il maestro della loggia P2 del Vecchio Oriente, è una cosa che, vedi, può spostare le montagne” (cfr Nicotera, quei misteri dietro il proliferare delle liste locali”, Strisciarossa 13/10/2018).

Forse, scrivono i giudici, Diego Mancuso si era sbagliato. La massoneria a cui si riferiva non era quella del venerabile maestro Licio Gelli, forse quel signore militava in una confraternita irregolare o in una struttura para-massonica, magari in un ordine cavalleresco. Ma il modello era sempre quello, magari tradotto su scala minore, capace di deviare indagini, evitare processi e lunghe permanenze in carcere, garantire affari e conquistare appalti.

Quella frequentazione tra Bellini e Sisti

A 41 anni di distanza dalla strage del 2 agosto 1980 (85 morti, 200 feriti), molto è cambiato, molto è rimasto tale e quale. Le indagini avocate dalla Procura generale di Bologna oggi puntano sull’ex terrorista Paolo Bellini, inquadrato nel fotogramma di un video amatoriale girato proprio quel giorno alla stazione. L’immagine, riconosciuta da moglie e figlia dell’imputato per strage, dice molto sull’attentato e l’epoca in cui avvenne. Perché, la sera stessa dello scoppio alla stazione, il militante di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, sotto falso nome in quanto già ricercato per omicidio, era in compagnia del procuratore Ugo Sisti, capo dell’ufficio giudiziario che tra i suoi compiti aveva proprio quello di indagare sulla strage. Perché verosimilmente Bellini fu destinatario di una parte dei 15 milioni di dollari sottratti da Licio Gelli al Banco Ambrosiano e trasferiti dall’Uruguay in Svizzera proprio a ridosso della strage, mentre l’altra parte finiva, secondo l’accusa, a esponenti dei servizi segreti all’epoca controllati dalla P2.

Circa dieci anni dopo, Bellini-Da Silva, è in contatto con Antonino Gioè, mafioso della famiglia di Altofonte, coinvolto nella strage di Capaci e morto in carcere in circostanze mai del tutto chiarite. Il cugino Francesco Di Carlo racconterà di aver messo in contatto Gioè con uomini dei servizi segreti che volevano sapere come eliminare l’arcinemico di Cosa Nostra Giovanni Falcone.

Quella scattata dal processo per strage è un’istantanea che ritrae insieme malaffare e violenza terroristica, criminalità mafiosa e dei colletti bianchi, una politica quanto meno distratta o connivente, pezzi di istituzioni asserviti a poteri paralleli e sconosciuti. Reticoli di interessi inconfessabili ma estremamente solidi, un modello che negli anni sembra essersi riprodotto, con poche variazioni.

Togliersi lo sfizio

Prendiamo il caso dei Mancuso, da cui siamo partiti. In un’intercettazione si sente un importante funzionario della polizia di Vibo Valentia confessare a un avvocato della famiglia di volersi “togliere lo sfizio” di leggere i fascicoli sul clan: “Perché alla fine io sento parlare di personaggi come Luigi Mancuso… Diego Mancuso… cazzo Mancuso… Mi voglio togliere lo sfizio di leggere la storia di questa gente su

cui non ho potuto indagare”. Menomazione investigativa, spiega sempre il funzionario (assolto in primo grado), dovuta al fatto che non ha potuto sottrarsi “a un patto di fedeltà gerarchicamente impostogli”. In altre parole, ha ubbidito a ordini superiori.

Particolare non secondario è il coinvolgimento della ‘ndrangheta, attraverso il clan Mancuso, nella campagna stragista lanciata da Cosa Nostra agli inizi degli anni Novanta. L’incontro tra le due organizzazioni avviene su iniziativa della famiglia catanese dei Santapaola. Alla fine le ‘ndrine, stando alla ricostruzione fatta dai giudici di Reggio Calabria (processo “‘ndrangheta stragista”), dicono no alle bombe e ripiegano su attacchi, anche mortali, a pattuglie dei carabinieri. Ancora una volta eversione, malaffare e deviazioni istituzionali si mescolano. Il modello P2, venuto alla luce il 17 marzo 1981, dopo la perquisizione di Castiglion Fibocchi, sembra capace di riprodursi a distanza di anni, ovviamente sulla base di progetti che cambiano a seconda delle circostanze.

Massoneria, ‘ndrangheta, destra eversiva

Licio GelliDel resto proprio in Calabria, segnatamente sullo Stretto, questo tipo di collaborazioni aveva visto la luce. Lo segnala il magistrato palermitano Roberto Scarpinato chiedendo l’archiviazione del processo “Sistemi criminali”, in cui compare tra gli altri il nome di Licio Gelli. Una delle figure centrali è quella dell’avvocato Paolo Romeo, legato al clan reggino dei De Stefano, condannato a cinque anni per aver favorito la fuga del neofascista Franco Freda, in quel momento sotto processo a Catanzaro per la strage di Piazza Fontana. Dopo quarant’anni di silenzio, lo stesso Romeo ha ammesso di aver aiutato Freda, mai condannato, ma ritenuto nelle sentenze effettivamente responsabile della strage del 12 dicembre 1969. Significative le parole pronunciate dal pentito Filippo Barreca: “Ho partecipato ad alcuni degli incontri avvenuti a casa mia tra Freda, Romeo e Giorgio De Stefano. Riguardavano la costituzione di una loggia supersegreta nella quale dovevano confluire personaggi della ‘ndrangheta e della destra eversiva”.
Nel 1970, Romeo, militante di Avanguardia Nazionale, l’organizzazione eversiva che fa capo a Stefano Delle Chiaie, mette in contatto Junio Valerio Borghese, leader golpista, e il gruppo dei De Stefano. Sempre secondo Barreca, Romeo è massone e appartenente alla struttura Gladio. Un rapporto della Dia afferma che l’avvocato è ben inserito nel progetto eversivo e secessionista delle Leghe Sud.

Dunque cambiano i tempi, cambiano i protagonisti, rimane un modello di comportamento che affonda il suo potere nelle istituzioni, come un coltello affonda nel burro. Perché è una politica debole e ricattabile ad accogliere il malaffare o, nel migliore dei casi, a scendere a patti con i suoi esponenti. Favori in cambio di voti, appalti in cambio di consenso: e poi processi aggiustati, criminali protetti e silenzio, tanto silenzio. La P2 ha prosperato concedendosi frequentazioni ad alto livello, penetrando ambienti esclusivi, come quello di Andreotti e Cossiga. Oggi altre logge, più o meno segrete e regolari, fanno altrettanto con nuovi interlocutori. Questo insegna il processo per strage. Questo insegnano i processi per mafia.