“Mai più guerre”: l’insensatezza
dei conflitti nella poesia di Paolo Ruffilli

Mai più. // Il termine ridotto all’incredibile / con tutti i suoi sospesi, rimorsi / e sottintesi. Un punto fermo / al resto che si muove tutt’intorno, / pensato e ripetuto, pronunciato / come dato impossibile: “Mai più”. / Per ciò che forse un giorno / si poteva e che non fu.

Questa poesia di Paolo Ruffilli è inserita all’interno del libro dal titolo “Le cose del mondo” edito da Mondadori e apre la sezione “La notte bianca”. L’autore ci accompagna nella ripetizione degli eventi, eventi sbagliati, conflittuali che con l’intelletto dovremmo essere in grado di ricusare o almeno correggere. È il senso della storia che continua a farsi necessaria nelle piccole nostre vicende ma soprattutto nei conflitti epocali.

Il conflitto nella Striscia di Gaza

Letto attraverso le parole di Ruffilli l’attuale e riemerso (e forse mai sopito, se non durante l’acutizzarsi della fase pandemica) conflitto nella Striscia di Gaza assume un ulteriore significato: è la tragicità della guerra e la ripetizione degli errori a suonare come distonico quasi che non si volesse ascoltarne la ripetizione.

Perché a fare le spese di questa e di ogni guerra è e rimane la popolazione, inerme, impoverita, assediata, imbarbarita e offesa fino alle estreme conseguenze della morte. Le morti civili continuano anche in anni di presunta intelligence, di dispositivi sempre più accurati. Siamo in grado con la scienza di togliere un tumore grande quanto una moneta da un centesimo in laparoscopia senza nemmeno più degenze ma in semplice day hospital e per ogni attacco mirato vengono sventrati palazzi e quartieri, uccise intere famiglie innocenti, la cui unica colpa è quella di volere abitare una terra se non addirittura trovarsi ad abitare una guerra.

L’insensatezza complessiva dei conflitti dovrebbe, come nella poesia di Paolo Ruffilli, indurci a gridare “Mai più”, ma la riduzione e forse anche la banalizzazione degli atti ci porta a procrastinare gli errori.

L’accendersi e lo spegnersi / (per caso?) della vita, / la traccia luminosa e la scia / che lascia dietro a sé / quello che è stato / amato o non amato / comunque sconosciuto, / la gioia e il lutto: / precipitato, tutto, nell’imbuto / nel cieco vaso che posa / tra le braccia del suo buio. / L’orma appassita eppure, / nel contempo, rifiorita di ogni cosa. / L’ombra e l’odore, / nemmeno più il colore, / il pensiero pensato della rosa.

Così, continuando con la poesia di Paolo Ruffilli, si ripercorre la tragedia della morte (“la gioia e il lutto” fa riferimento a un libro dello stesso autore uscito per Marsilio nel 2001 e che racconta la morte per Aids), improvvisa, insensata come insensata è la malattia. Ma al contrario della malattia sta qui, nella totale miseria umana, nell’insensatezza delle scelte conflittuali, tutta la violenza.

Dare spazio alle diplomazie

Terminare immediatamente i conflitti significa terminare gli eccidi civili, dare spazio alle diplomazie, al dialogo internazionale significa dare velocemente un nuovo corso alla nostra storia futura. La pandemia non ci ha davvero insegnato nulla ? E’ sufficiente la fine dell’emergenza per ritornare come prima e forse davvero più di prima così spietatamente crudeli?

Forse davvero anche se leggiamo la storia non siamo in grado di comprenderla, altrimenti tutta questa miseria umana, nelle piccole e nelle grandi cose, negli eventi epocali così come negli eventi piccoli non accadrebbe, o almeno non accadrebbe con tanta inumana violenza. Forse in questo modo saremmo in grado di seguire il procedere naturale degli eventi dell’universo, quella natura che troppo spesso rifuggiamo.

L’infinito esplodere continuo / l’espansione e il giro palpitante, / la legge che presiede a scambi / di energia, un mare ribollente / di luce e di calore. Spazia nel cielo / il lampo e slitta via inghiottito / dentro l’imbuto che lo saetta in là / dall’altra parte – l’irriconoscibile / e remoto – da concavo a convesso… / ma l’universo ha solidi confini / e dall’eccesso piega in sé curvando / nel tunnel in salita circolare, / avvitando trascende e si contiene / a replica dell’elica infinita, / codice e radice, cassaforte della vita.

Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Mondadori 2020.