La Russa Presidente con i voti dell’opposizione, ma la maggioranza scricchiola

Ce l’ha fatta alla prima votazione ma non perché forte della granitica maggioranza uscita dalle urne. Ignazio Benito La Russa è stato aiutato nell’impresa della conquista dello scranno più alto del Senato da diciassette, forse 18, amici imprevisti dell’opposizione, subito calorosamente ringraziati nel primo discorso da presidente. Un dato certo visto che, quelli che avrebbero dovuto farlo in quanto componenti della coalizione di centrodestra, gli azzurri di Berlusconi, non lo hanno votato tranne il capo del partito e la presidente uscente per rispetto dell’istituzione. Un impensabile scudo amico che ha fatto sì che il presidente del Senato più a destra della storia fosse eletto con i voti decisivi delle opposizioni.

La Russa in un fotogramma da un video Rai

La tensione tra le parti ha caratterizzato la prima uscita pubblica di Giorgia Meloni e dei suoi. E poi, anche se il risultato è stato raggiunto, il vaffa… di Berlusconi a La Russa che cercava di rabbonirlo e di fargli digerire la scarsa rappresentanza di Forza Italia nel governo che verrà, condizionerà certamente il futuro dell’esecutivo con maggioranza assoluta solo sulla carta. Così come il non voto dei berlusconiani bisognerà vedere quanto peserà nell’elezione del presidente della Camera andata a vuoto il primo giorno con il designato leghista Molinari sostituito poi in corsa dopo tre votazioni a vuoto da Lorenzo Fontana, numero due della Lega, convinto pro Putin, pro life, contrario alle unioni omosessuali, la 194 e via dicendo.

Alla quarta chiama Fontana dovrebbe farcela a diventare presidente della Camera anche se lo strappo del Senato potrebbe pesare negli adempimenti anche immediati. Certamente peserà nella costruzione e nella tenuta del governo prossimo venturo in un’epoca davvero difficile in cui una parte dell’opposizione potrebbe avere interesse in altre occasioni a fare da stampella alla maggioranza in difficoltà per poi addirittura entrare al governo. Chi? I rappresentanti dei terzisti verrebbe da ipotizzare, date recenti esternazioni, anche se Renzi si è affrettato a smentire i sospetti: “Lo rivendicherei”. Lo stesso i Cinquestelle e il Pd che ha definito “grave” quanto accaduto prendendo le distanze da qualunque ipotesi lo coinvolga.

I cimeli fascisti della seconda carica dello Stato

Di tempo da dedicare alla lettura de “La Gazzetta dello Sport” dallo scranno più alto di palazzo Madama, ora che lo ha conquistato lui in prima persona alla prima (faticosa) votazione, ne avrà davvero poco Ignazio Benito La Russa, settantacinquenne senatore della Repubblica, nato in provincia di Catania, a Paternò, ma con una carriera da politico e da avvocato tutta al nord, nel cuore di Milano.

Il ruolo di seconda carica dello Stato, facente funzioni del presidente della Repubblica nel caso di impedimento dello stesso o troppo lontano dall’Italia per un rientro in tempi brevi in caso di una presenza necessaria del Capo dello Stato, Ignazio Benito se lo è conquistato con una adesione totale alle idee della destra più tradizionale italiana culminata nel progetto di Giorgia Meloni e di Guido Crosetto che portò, nel 2012, a Fratelli d’Italia, partito che, con il sostegno alla candidatura e all’elezione nonostante le pretese della Lega smussate dalla rinuncia di Calderoli, lo ha ben ripagato della fedeltà.

Fedeltà alle idee e ai simboli. I secondi ben presenti in casa La Russa così come nello studio d’avvocato. Cimeli fascisti ovunque, statue, bassorilievi, faccioni del Duce di cui, non ha esitato di recente ad affermare il neo presidente, “siamo tutti eredi”. Cercando poi di mitigare l’impatto dell’affermazione disturbando nonni e bisnonni. Le idee sono tutte in alcune sue scelte fin qui precise come quella di non festeggiare il 25 aprile almeno finché non si deciderà che quel giorno sia dedicato al ricordo delle vittime di tutte le guerre compreso quelli per Coronavirus. Bisogna vedere come sosterrà questa posizione ora che ricopre un ruolo così istituzionale. Un bel dilemma anche perché parlando da presidente di tutti ma con lo sguardo sempre rivolto al passato, da nostalgico impenitente, nell’elenco delle celebrazioni ha aggiunto anche la data di nascita del Regno d’Italia. Per La Russa “l’Anpi è una associazione foglia di fico della sinistra che sfila con i centri sociali” e che torna utile per tenere alta la tensione antifascista anche se il pericolo del fascismo non c’è più da oltre settanta anni, liquidato com’è stato, dice lui, a Fiuggi con lo scioglimento dell’ Msi nel 1995.

Onore invece ai morti delle Foibe che vengono ricordati 10 febbraio di ogni anno nel Giorno del ricordo. Il cuore batte di dolore per i morti di Acca Larenzia, i due giovani militanti uccisi davanti alla sezione dell’ Msi del quartiere Tuscolano a Roma nel gennaio del ‘78. L’appoggio indiscusso per i fascisti del terzo millennio di Casapound, per lui “un movimento che è stato emarginato dai Soloni di questa Repubblica, ogni volta che hanno bisogno di un nemico”. Tra i cimeli anche un simbolo comunista “ma sotto i piedi degli altri” ha raccontato più volte il neo presidente con quella tipica voce tra il roco e lo stridente, facendo brillare gli occhietti lucidi per il divertimento da battuta mediocre, con l’orgoglioso pizzetto d’ordinanza. Tutti elementi che sono state fonte di ispirazione per imitatori di razza come Crozza e Fiorello.

Liliana Segre al parlamento europeoPer quegli strani intrecci della vita proclamare eletto Ignazio Benito è toccato a Liliana Segre, la senatrice a vita perché la più anziana ma anche la vittima illustre di quelle vergognose leggi razziali che fanno parte della struttura politica, del credo indiscusso, della seconda carica dello Stato.

La genia dei La Russa

Quella dei La Russa è una genia da sempre impegnata in politica e codici. Dal padre Antonino, Msi, che in Parlamento ci arrivò alla sesta legislatura nel 1952 al fratello Romano, assessore regionale in Lombardia, transitato nelle cronache recenti per il saluto romano esibito, poi negato, al funerale del cognato. E all’altro fratello Vincenzo, lui senatore Dc, “la pecora bianca della famiglia” dice Ignazio, il cui nome non comparirà sul Famedio dei milanesi illustri, in conseguenza della decisione della commissione che quest’anno avrebbe dovuto deciderne l’ammissione che l’ha definita una candidatura “divisiva e inopportuna”. Ci sono poi i tre figli che per una sensibilità particolare del papà per gli indiani d’America (“i camerati tifavano per loro perché a noi piacciono le cause perse”) portano il peso di nomi impegnativi: Geronimo, Lorenzo Cochise e Leonardo Apache. Di rispetto e solidarietà per altri deboli, per altre minoranze, per altri bisognosi di aiuto, per altri diritti non si trova traccia nelle affermazioni del presidente La Russa che pure è uno che parla molto.