Macron è chiaro: serve più Europa per arrivare alla pace

L’Europa deve avere un ruolo molto più importante, molto più attivo, molto più indipendente per far finire la guerra in Ucraina. Ma perché ciò avvenga deve guadare la palude delle proprie incertezze, deve riformarsi, a cominciare dalla propria grammatica istituzionale, dai Trattati. Ed è un dovere verso se stessa che va ben al di là della tragica contingenza che il continente sta vivendo dal 24 febbraio scorso.

Un po’ di retorica e molta “visione” nel discorso con cui Emmanuel Macron ha concluso, ieri a Strasburgo, i lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa. Il discorso era molto atteso. Veniva visto, alla vigilia, come una “risposta” a quello che avrebbe detto Vladimir Putin dal palco della grande celebrazione moscovita, perché questo è ciò che la Storia ha scritto sul calendario per il 9 maggio: giornata della vittoria della Grande Guerra Patriottica dell’Urss sui nazisti, ma anche festa dell’Europa, anniversario della celebre dichiarazione con cui Robert Schuman propose la grande intesa tra i popoli europei perché non ci fosse mai più una guerra. Quella da cui nacque l’accordo sull’uso comune del carbone e dell’acciaio (la CECA) e poi il Mercato Comune e poi la Comunità, e poi l’Unione europea…e poi?

Bisogna aiutare Kiev

Poi si vedrà. Ma prima di costruire il futuro bisogna, intanto, sopravvivere alla tragedia che sta devastando il presente. La guerra, innanzitutto. Dobbiamo aiutare Kiev, ha detto Macron, perché Putin non vinca, ma il nostro obiettivo immediato è quello di far finire le azioni militari. Dobbiamo lavorare per un cessate il fuoco e non per “umiliare” Mosca, giacché non siamo in guerra contro la Russia. Non può essere il tempo dei revanscismi, la pace andrà costruita mettendo la Federazione russa e l’Ucraina attorno a un tavolo e non sarà l’occidente a fissare le condizioni: starà all’Ucraina definire i termini dei negoziati con la Russia.

Il messaggio è molto chiaro, e il destinatario pure. Forse i destinatari, al plurale, giacché quelle parole arrivano alla vigilia dell’incontro tra Joe Biden e Mario Draghi, che le circostanze, ma anche le sue scelte, propongono da qualche tempo come il più allineato a Washington tra i capi di governo della NATO.

Una riforma in 49 capitoli

I tratti dell’autonomia che l’Unione europea deve cercare nell’atteggiamento verso la guerra non sono mai stati disegnati in modo più chiaro e Macron, forte della riconferma alla guida della Francia sembra molto a suo agio nel ruolo di promoteur delle riforme che sono uscite in 49 grandi capitoli, discussi e elaborati dal basso in una inedita esperienza di democrazia diretta colpevolmente ignorata dai media, dalla Conferenza che gli è toccato di concludere nella sua veste di presidente di turno del Consiglio UE.

L’indicazione uscita dai lavori a Strasburgo è univoca: i Trattati istitutivi dell’Unione hanno fatto il loro tempo e vanno riscritti. Soprattutto nei capitoli che indicano l’obbligo del voto all’unanimità. Ormai le prove che tale obbligo, lungi dall’essere uno strumento di garanzia per i paesi meno “importanti” è un freno che finisce per bloccare i meccanismi decisionali fino alla paralisi sono infinite ed evidentissime e l’ultima è proprio di questi giorni: il no minacciato dall’Ungheria di Viktor Orbán all’adozione dell’embargo sui rifornimenti energetici dalla Russia potrebbe bloccare l’adozione di un nuovo pacchetto, forse il più importante, di sanzioni al regime di Putin.

L’introduzione del voto a maggioranza

L’introduzione del voto a maggioranza, almeno su una serie di materie, non sarà un passaggio facile nella riforma dei Trattati: 13 paesi (Bulgaria, Cechia, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Svezia e Slovenia) in una inedita alleanza tra paesi piccoli e governi sovranisti sicuramente si opporranno. E però la logica con cui procedere non può essere diversa e nei discorsi di ieri ha detto di condividerla anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. L’obbligo di decidere tutto all’unanimità – ha detto – ha rallentato il nostro impegno fino al rischio della paralisi. L’Europa a più velocità esiste già: per esempio i paesi che fanno parte dell’eurozona sono più integrati degli altri. Non dobbiamo escludere alcun paese, ma non possiamo accettare ancora che pochi abbiano il diritto di bloccare tutti. La proposta di una revisione dei Trattati in questa materia – ha anticipato il presidente francese – potrebbe essere messa all’ordine del giorno già nel prossimo Consiglio europeo di giugno.

Si sta correndo troppo? Forse no: nella visione di Macron l’idea di una comunità a più velocità, o per meglio dire a diversi livelli di integrazione, fa anche un ulteriore passo avanti. Richiamando una proposta che era stata già abbozzata giorni fa da Enrico Letta il presidente francese delinea la creazione di un “ambito più largo”, di una “comunità politica europea più ampia” che abbracci, con i 27 paesi dell’Unione, anche quelli che non ne fanno parte o non ne fanno parte ancora. Questo “ambito largo” costituirebbe, senza precludere a future adesioni all’Unione “un’architettura europea nuova che consentirebbe alle nazioni democratiche europee che aderiscono ai nostri valori di trovare un nuovo spazio di cooperazione politica e di sicurezza in materia di energia, trasporti, investimenti, infrastrutture, libera circolazione e giovani”.

Non si tratterebbe soltanto di un escamotage per accogliere l’aspirazione dell’Ucraina, così forte e così motivata di fronte all’invasione russa, a “entrare in Europa” prima del compimento dell’iter per l’adesione all’Unione che – ha ricordato Macron – richiederà comunque “molti anni”. La “nuova architettura” potrebbe essere l’ambito di quel dialogo continuo anche sulle ragioni della sicurezza collettiva che da qualche tempo viene proposto come modello in quello che è stato definito il nuovo “spirito di Helsinki”. Una creatura europea, con una logica europea, per risolvere i problemi dell’Europa.