Macron a testa bassa contro Le Pen ma ancora non convince

Purtroppo è difficile non esprimere un senso di amarezza di fronte allo svolgimento di questi primi 4 giorni di campagna elettorale per il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Certo, era difficile attendersi un cambiamento radicale in così poco tempo, il dispiegarsi improvviso di un confronto politico duro ma capace di affrontare i problemi di fondo, un conflitto politico sano che permettesse di mobilitare le energie migliori del paese, rimaste da lungo tempo sopite.

Verso il ballottaggio demonizzando l’avversario

Sino ad oggi, però, quello che si può amaramente constatare è unicamente il tentativo di “demonizzare l’avversario”, per riprendere l’espressione utilizzata da “Le Monde” nell’edizione del 15 aprile. Emanuel Macron e Marine Le Pen si descrivono reciprocamente come un pericolo per il futuro della Francia. Da un lato, quello del presidente uscente, l’allarme contro la candidata dell’”estrema destra” e il suo programma teso a disunire l’Unione Europea, a colpire lo Stato di diritto e fondato su un progetto economico e finanziario insostenibile. Dall’altro lato, quello della leader del Rassemblement national, la raffigurazione di Macron come il responsabile di un quinquennio di “desolazione sociale e di distruzione dell’unità nazionale” di cui bisogna a tutti i costi evitare la replica.

Certo, il sistema elettorale a due turni è sempre stato fondato sul voto di convinzione al primo e alla scelta del candidato più vicino al secondo, per sconfiggere colui o colei che si consideravano avversari politici a cui impedire l’accesso al potere. Questo meccanismo, però, ha funzionato sino a quando il sistema politico francese si è retto su due forze alternative e largamente maggioritarie nel paese, i socialisti da un lato e i conservatori d’ispirazione gollista dall’altro.
Di fronte a un panorama tripolare, come quello che è uscito dalle urne la sera dell’11 aprile scorso, la realtà cambia: verso Macron, Le Pen e Jean-Luc Mélenchon vi è stata una larga convergenza del voto cosiddetto utile, a discapito di tutti gli altri candidati: un voto utile, però, che ha finito col riproporre lo stesso tipo di ballottaggio del 2017, ovvero lo scenario, a credere ai sondaggi, meno gradito alla maggioranza dei francesi.

Era, dunque, difficile in queste condizioni che potesse svolgersi una campagna elettorale in grado di “suscitare almeno un apparente entusiasmo” come avrebbe sperato “le Monde”. In realtà, in questi giorni, i comizi dei due candidati sono stati spesso interrotti da manifestazioni di protesta, come a Strasburgo il 12 aprile durante un discorso di Macron, o come in occasione d’iniziative di Marine Le Pen, accolta al grido “Le Pen Putin!” Alcune centinaia di studenti hanno, al contempo, impedito l’accesso all’Università Sorbonne di Parigi, organizzando assemblee nel nome di un “no a Macron e a Le Pen” e invitando a una mobilitazione in altre Università e licei.
In questo contesto, Macron è finalmente entrato decisamente in campagna elettorale al ritmo di un comizio al giorno per contestare il programma della sua avversaria non solo in nome “della visione di una Francia diversa”, ma anche denunciando la non sostenibilità delle sue proposte economiche. Per conquistare voti a sinistra ha anche annunciato di volere rivedere la sua proposta di un innalzamento dell’età per andare in pensione e ha dedicato un discorso ai temi dell’ambiente.

La grande paura dalla destra

Il 14 aprile sono apparsi i primi studi, dell’istituto IPSOS, sulle intenzioni degli elettori che l’11 aprile hanno scelto altri candidati. Per quanto riguarda coloro che hanno votato per Mélenchon: il 33% voterebbe per Macron, il 18% per Le Pen e il 49% non si pronuncia. La sera del primo turno i dati erano più favorevoli a Macron con il 37% a suo favore .
Per quanto riguarda il risultato finale, il sondaggio del 14 aprile, sempre di Ipsos, indica Macron in testa con il 55% e Le Pen al 45%. Al momento, quindi, la tendenza favorevole per Macron sembra dipendere più dal rifiuto dell’estrema destra che da una reale capacità di allargare in modo convincente il suo consenso.

Una cosa però è chiara: la necessità di riformare il sistema rappresentativo francese. In questa legislatura il movimento di Mélenchon poteva contare su 17 eletti, il partito di Le Pen soltanto su 8, un numero non sufficiente per formare un proprio gruppo parlamentare. Oggi le due forze rappresentano il 45% dei voti espressi l’11 aprile. Questa realtà è dovuta all’attuale legge elettorale maggioritaria con cui si eleggono nei collegi i deputati: lo sbarramento previsto per potere qualificarsi al secondo turno è molto alto, il 12,5% dei voti degli iscritti, equivalenti, ad esempio, al 25% dei voti espressi nel caso di un’astensione del 50%. Macron, per esempio, ha disposto di una larga maggioranza in Parlamento ma il suo movimento non si è mai veramente strutturato sul territorio e l’anno scorso alle amministrative non è arrivato al secondo turno in nessuna regione della Francia.

Questa situazione ha progressivamente creato un senso di frustrazione, d’inutilità e quindi di collera in una vasta fascia dell’elettorato francese, che sente di non potere essere rappresentato. L’estrema destra è arrivata per la terza volta in 20 anni al secondo turno delle elezioni presidenziali senza avere una forza parlamentare che corrisponda al suo consenso, certo inquietante, nella società. Escluderla dall’Assemblea Nazionale grazie alla legge elettorale non ha avuto alcun effetto sulla sua crescita, anzi in qualche modo ha radicalizzato e esteso il voto se si pensa che con i consensi a Eric Zemmour è arrivata a oltre il 30%.
Una correzione proporzionale, ma anche una riforma che consenta una partecipazione più diretta dei cittadini al dibattito e alle decisioni, è oggi quindi una vera urgenza per la democrazia francese.