Ma quale grande centro. Il Pd vada alla scuola del sindaco Tommasi

Che cosa ci dice il voto amministrativo di domenica? La saga delle interpretazioni – notava su Repubblica Cappellini – spinge in tutte le direzioni possibili: più centro, meno centro, più civici, meno civici. Questo campo largo sembra diventare sempre più largo fino a perdere i suoi contorni. Tutte le interpretazioni si possono sostenere intanto perché il voto – e i successi che esso contiene – ha tante facce quante sono state le città in cui si è votato. Ma il fatto che siamo davanti ad elezioni così speciali come quelle dei sindaci credo non debba farci perdere il filo di un ragionamento che in fondo è sotteso a tutte le diverse realtà.

I sindaci dell’impegno civile

Credo che i sindaci che hanno vinto, anche o forse o soprattutto dove la loro vittorie non era prevista, hanno alcune caratteristiche in comune. Una storia personale di impegno sociale e civile non necessariamente politico, il fatto di non essere espressione diretta delle strutture di partito, l’aver avuto una ampia autonomia nella costruzione insieme della candidatura, del programma e delle alleanze che viste nel dettaglio non sono tutte uguali.

In molti casi i partiti hanno rinunciato al loro simbolo per avere dei candidati in liste civiche ampie (è successo con i 5 Stelle a Verona) e persino i candidati scelti hanno storie molto lontane: che dire del fatto che a Parma il candidato di centrosinistra era stato assessore di una amministrazione di cui il Pd era all’opposizione.

La frantumazione dei partiti non crea valori condivisi

Il filo che ne traggo intreccia insieme il voto amministrativo e la fase di sfaldamento delle forze politiche che si è aperta con la disgregazione del Movimento 5 Stelle scosso dalla scissione che si accompagna alle tentazioni politicistiche di produrre dei “mostri” politici uniti da una vaghissima idea di centro, che non è un “sistema di valori condivisi” ma solo l’aggregazione di quello che non riesce più a stare insieme, e che alla fin fine è l’idea di mettere insieme una serie di generali senza eserciti, senza articolazioni sul territorio, senza una storia identitaria alle spalle.

E’ – per esser franchi – esattamente il contrario di quello che era storicamente la Dc a cui tanto ci si ispira. La Dc, nella sua complessità, aveva una identità ideale e persino ideologica, un progetto condiviso della società italiana la capacità di usare il collante dell’anticomunismo e del sostegno della chiesa cattolica per bilanciare spinte di destra e aspirazioni di sinistra sociale. Era un piccolo miracolo ma non era una sommatoria.

La Dc aveva almeno un’identità ideale

Nessuna di quelle condizioni oggi esiste più, resta una vaga idea di come Mastella immagina la Dc, ovvero come luogo di equilibrismi e compromessi mirati ad assicurarsi il potere, l’immutabilità dello status quo. Chi volesse mettersi in questa impresa (Toti, Brugnaro, centristi di Forza Italio o di Italia Viva, Gigi Di Maio?) andrebbe incontro ad una bruciante delusione nel momento del voto. Se n’è accorto anche Calenda che quel territorio lo vorrebbe occupare in chiave modernizzatrice, laica e riformista, e che si tiene lontano da questi pateracchi. Non credo sinceramente che nessuno vorrà provarci davvero.
Ma credo che il Pd, questo Pd così lontano dalle ambizioni delle origini e così balcanizzato dalle correnti malgrado la tregua ottenuta dal segretario Letta, sia lo strumento giusto con cui andare al voto del 2023. Il tempo non è molto ma se si aprisse oggi non una fase destruens ma una fase costituente per cambiare il carattere del partito (cambiare il suo nome sarebbe l’ultimo dei problemi e democratici potrebbe essere una alternativa interessante) e per costruire con tutti quelli che ci stanno una nuova moderna forza che voglia cambiare il paese nel segno di un accrescimento delle libertà e delle eguaglianze? E che per realizzare questo cambiamento ha bisogno di governare (e non il contrario).

La campagna elettorale di Tommasi

Ho assistito con curiosità e con continuità la campagna elettorale veronese di Damiano Tommasi (giallorosso ma non nell’accezione politica abituale). E quello che ho visto è stato il coagularsi attorno a lui di gruppi del territorio (tra queste c’è una lista che si chiama Traguardi che ha rappresentato l’ossatura locale della campagna) che venivano da esperienze non nate ieri e neppure identificabili col candidato e non destinate a finire domani.

Esperienze di impegno sociale: la candidata della lista di sostegno a Tommasi che ha preso più voti – per fare un esempio – è figlia di togolesi con due lauree e animatrice di gruppi di immigrati di seconda generazione. Metterla capolista nella città che passa per razzista è molto più di sinistra di ogni altra possibile scelta, anche il tono basso con cui è stato affrontata la “scomunica” antigender del vescovo Zenti è il segnale di uno stile anti-polemico.

Non è stata detta una parola “contro” Sboarina o Tosi, neppure quando sarebbe stato non solo legittimo ma anche doveroso (le nomine negli enti fatte dal sindaco una settimana prima dello scioglimento del consiglio comunale). Cosa ha fatto Tommasi? E’ andato in giro, ha parlato con tutti, ha speso la stima di cui è circondato per ascoltare.

Niente insulti agli avversari, ma ascolto

Quando si trattava di indicare scelte come la realizzazione di un tunnel di cui si parla da vent’anni ha risposto con una frase che nessun politico dovrebbe mai pronunciare: “Non lo so, voglio capire meglio e decidere solo avendo tutti gli elementi in mano”. Avete presente “la bestia” di Salvini con mille post al giorno dalla nutella agli insulti agli avversari? Ecco, Tommasi ha fatto il contrario, pochi social, molto lavoro per strada, senza suonare i campanelli delle persone.

Avete presente Beppe Grillo, con i vaffa e le istrioniche tirate contro gli avversari messi alla berlina con soprannomi ridicoli? Ecco Tommasi ha fatto il contrario e se n’è accorto anche Antonello Caporale sul Fatto, eppure le persone si sono sentite ascoltate e rappresentate, una sorta di “populismo gentile” in cui la politica lasci perdere l’arroganza, ma chiede anche a chi protesta di ragionare e non urlare.

La questione dell’astensione

Si è molto discusso in queste settimane della scarsa affluenza alle urne. Al di là dei dati particolari del voto amministrativo rispetto a quello politico, il trend di partecipazione al voto nella seconda repubblica (usiamo una categoria contestata ma comprensibile o meglio databile) per le politiche ha visto un trend di discesa definito strutturale dal Censis: nel 2013 ha votato il 75% degli aventi diritto, nel 2018 circa il 72%, tra il 1992 e il 2008 si era passati dall’87,3 all’80,5. Complessivamente l’astensione è cresciuta nel trentennio del 15%.
L’astensione è un fenomeno davvero complesso, al suo interno si mescolano la sfiducia nella capacità della politica di risolvere i problemi, la perdita di un senso di appartenenza identitaria legata alla scelta elettorale, l’idea che l’espressione anonima delle proprie opinioni valga meno della possibilità di dire quel che si vuole sui social vissuti come una arena più importante dell’urna.
Una parte di questo allontanamento dalla politica nella sua forma istituzionale è probabilmente incomprimibile (malgrado tutto l’Italia è uno dei paesi a maggiore partecipazione in Europa). Ma una quota dell’astensione va aggredita e ascoltata se non vogliamo che la stagione dei populismi-sovranismi torni ad affacciarsi magari con soggetti politici nuovi. La crisi di un partito popolar-populista come i 5 Stelle, il ridimensionarsi della Lega e del suo sovranismo da maschio-alfa non esclude che il fenomeno si ripresenti magari sotto le spoglie di una forza come Fratelli d’Italia (nella sua versione alla Vox) o di chissà quali “gilet gialli”. Con una deriva ancor più estremista.

Il futuro del Pd

Ma torniamo al Pd e al suo futuro. Passare il prossimo anno seduto al tavolo di alleati incostanti e che si fanno concorrenza, essere sottoposto ai veti al tutti contro tutti che caratterizza i rapporti politici: ce li vedete allo stesso tavolo Conte e Di Maio, Bersani e Calenda, per non dire Renzi e Letta, la Bonino e la Raggi? E soprattutto: mettere insieme tutti vorrebbe dire parlare ad un numero maggiore (e magari maggioritario) di cittadini? E infine: la logica della costruzione di alleanze tra partiti che tanto ha appassionato il Pd dopo la stagione veltroniana, supponeva l’esistenza di partiti diversi nell’identità ideale, nella rappresentanza sociale, che non fossero comprimibili dentro quella che si chiamava vocazione maggioritaria.

Esistono ancora? O la sfida alla formazione di un soggetto politico più largo, che coinvolga il mare delle associazioni e permetta anche a partiti sulla via del declino di partecipare a questa rifondazione non sarebbe la strada per guardare avanti?
Come si sarà capito propendo per questa seconda strada, anche perché i Tommasi, i Guerra e i tanti sindaci che hanno costruito una rete reale col territorio o li coinvolgi in questa sfida o restano chiusi nelle loro città. E sarebbe un peccato.