Ma non siano i curdi a pagare il prezzo di Svezia e Finlandia nella Nato

C’è un prezzo da pagare per l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. E non sono solo le minacce che arrivano da Mosca. E’ la Turchia di Erdoğan che mette il suo veto sul piatto della bilancia, pronta a trasformare in un suk l’occasione creata dall’invasione russa in Ucraina e dai timori che hanno contagiato i vicini nordici, forte della logica che a tirare sul prezzo si ottiene sempre qualcosa. Per Ankara la partita ha molte sfaccettature, inclusa quella di ritrovarsi blandita da alleati Nato che l’avevano messa ai margini per le incursioni in Siria e per una politica interna a dir poco autoritaria. Il rischio è che a pagarne davvero le conseguenze non siano né Svezia, né Finlandia, né tanto meno la Nato, ma i curdi che soprattutto a Stoccolma hanno trovato supporto.

La Svezia è stata il primo Paese dopo la Turchia a riconoscere il Pkk curdo come gruppo terrorista nel 1984 (come tuttora viene considerato anche dalla Ue e dagli Usa). Stoccolma però ha sempre mantenuto i contatti con il Pyd, braccio politico della milizia curdo siriana Ypg, quella per intenderci che ha tenuto testa all’Isis a prezzo di molto sangue versato e che oltre che da Daesh è stata costretta a difendersi anche dall’aggressione della Turchia, dopo essere stata lasciata sola dagli Stati Uniti di Trump una volta ridimensionato il pericolo islamista: un tradimento vero e proprio, inutile girarci intorno.

Nel tempo Stoccolma ha accolto molti transfughi dai conflitti in Iran, Iraq, Turchia e Siria e attualmente conta una comunità curda di circa 100.000 persone, tre deputati curdi siedono al parlamento svedese. Una di questi, Amineh Kakabaveh, di origine curdo iraniana, ha sostenuto la candidatura di Magdalena Andersson a primo ministro, condizionando però il suo voto al rafforzamento della cooperazione con il Pyd.

Erdoğan invoca ragioni di sicurezza, da tempo chiede l’estradizione di 33 curdi accusati di terrorismo, oltre ai “gulenisti”, i seguaci di Fethullah Gülen accusato di essere il regista del tentato colpo di stato del 2016 – ma nei giorni scorsi l’ambasciatore turco in Svezia ha incluso nella lista anche la parlamentare Kakabaveh. Ankara considera tutte le formazione curde come terroriste e in cambio del via libera all’ingresso nella Nato si aspetta che Svezia e Finlandia facciano altrettanto. E che – soprattutto – rimuovano il bando della vendita delle armi imposto alla Turchia proprio in ragione degli attacchi nel nord della Siria e che interrompano le forniture militari al Pkk, forniture che la premier svedese ha negato di aver mai inviato.

Erdoğan tira la corda

Erdoğan tira la corda. Sa che in questo momento l’allargamento della Nato a nord è sostenuto dal resto dell’Alleanza Atlantica che contava in una procedura rapida. Diversi analisti considerano il suo no come una tattica squisitamente negoziale, un modo per alzare il prezzo e ottenere una contropartita. Il punto è definire quella contropartita.

Il leader turco è appena rientrato dagli Stati Uniti dove ha posto la questione delle armi. Washington ha sospeso la Turchia dal programma degli F-35 dopo che questa aveva acquistato dalla Russia sistemi anti-aereo s-400. L’obiettivo di Ankara è di rientrare in partita, per ora ha ottenuto il sì Usa all’acquisto di F-16 (occasione questa di uno scontro tra Erdoğan e il governo greco che ha suggerito a Biden di lasciar perdere per non destabilizzare ulteriormente la regione).

Non sembra che la Turchia si accontenterà facilmente, già si parla di trattative di settimane se non di più per rimuovere il suo veto contro Svezia e Finlandia. Il 2023 è un anno elettorale e la questione curda torna buona per rinvigorire il fronte nazionalista, più si alza la voce e meglio sarà. Erdoğan intanto approfitta della posizione di forza, annunciando una nuova operazione militare turca nella regione, con l’obiettivo di saldare due zone già occupate e creare così una “fascia di sicurezza” di 30 km per allontanare il Kurdistan siriano dai propri confini. L’ennesimo atto di guerra, tanto per chiarire la sua distanza siderale da Stoccolma.

La resistenza di Stoccolma

Anche la Svezia non sembra disponibile a ripensamenti, a settembre si vota anche qui e una decisione in contro tendenza con la storia svedese non sarebbe un buon viatico per Magdalena Andersson. Ma il punto vero è che non si tratta di una questione bilaterale, niente a che vedere con le relazioni tra i due Paesi. Se davvero il conflitto in Ucraina è uno scontro anche ideologico, tra sistemi e culture diverse, la conseguenza non può essere la rinuncia alla difesa dei diritti umani del popolo curdo in nome di un bene superiore. E questo l’Europa, ma anche gli Usa – che hanno dimenticato l’Afghanistan con troppa facilità e che hanno un debito con il popolo del Rojava – e la stessa Nato non possono accettarlo. Sarebbe come vendere l’anima al diavolo, chiudere gli occhi davanti all’aggressione turca non lontana per motivazioni e propaganda dagli argomenti usati da Putin contro Kiev, mentre si condanna Mosca e si sostiene la resistenza ucraina.

E quello che non deve accadere è un nuovo cedimento ad Erdoğan, che ha già giocato la partita dei profughi ospitati in condizioni disumane dietro lauto e ipocrita compenso Ue – aprire le frontiere e scatenare il caos non assomiglia in fondo a chiudere i porti e bloccare il grano? – per tacitare critiche e richiami ad un alleato Nato spesso tentato di tenere il piede in troppe staffe. E di agire in nome di un sogno di grandeur ottomana, che mal si adatta alla necessità di sicurezza del Mediterraneo.