Ma la retorica
non ci aiuterà

Gli artigiani della qualità fino a pochi giorni fa parlavano con Dio segnalando anche a Lui che la superofferta con lo sconto sullo sconto già scontato dura fino a domenica (dopo la messa). Ora sono a casa, ma si alzano dal letto pensando sempre al nostro benessere e progettano i divani che proporranno a noi e a Nostro Signore quando si tornerà tutti a vendere e comprare. Il consorzio dei produttori di parmigiano rivendica la propria quota di eroismo perché sì, certo “i veri eroi sono quelli che stanno negli ospedali” però anche noi, scusate, siamo per tutti voi una certezza. Dovrete pur mangiare, no?  A proposito: la più nota azienda produttrice di pasta alimentare fa sventolare il tricolore sul proprio logo. D’altronde, che c’è di più italiano degli spaghetti? Il più importante fornitore di energia elettrica ci ricorda che loro sono sempre stati “dalla parte degli italiani” (anche quando ci mandavano la bolletta) e che ora ci sono ancora più vicini (ce ne manderanno due?). I produttori d’un’auto giapponese ammettono che non è il momento di fare pubblicità alle macchine, perché ci sono cose molto più serie. Intanto, però, ce la fanno vedere. Pensateci, ora che non avete troppo da fare…

La pubblicità, si sa, vive del tempo che viviamo. Tant’è che ci coglie un senso di fastidioso straniamento quando sugli schermi compaiono gli spot confezionati “prima”: famigliole che stendono allegramente sui prati la tovaglia del picnic, fidanzatini che si sbaciucchiano, amici che si abbracciano prima dell’aperitivo, crociere nei Caraibi, corse in macchina e via volando sui registri della nostalgia per il tempo che fu (e tornerà?). Non tutti hanno fatto in tempo a modificare gli standard. Pazienza. Nessuno si aspetta che la pubblicità sia congrua alla vita che facciamo. E non lo era certo neppure “prima”.

Il problema è che non c’è solo la pubblicità. Il virus cattivo si incista non solo nei polmoni degli sfortunati e degli imprudenti, ma anche nei meccanismi più o meno espliciti della comunicazione pubblica. Vanno bene, benissimo, gli ammonimenti sparati a ripetizione a restare a casa, a lavarsi le mani e a mantenere le distanze, gli IBAN per mandare soldi alla protezione civile o alle ONG. Le immagini riprese negli ospedali, gli infermieri stremati, i medici con tute da extraterrestri e piazza San Pietro senza un’anima. Benedetto è il consiglio di leggere più libri, guardare un bel film o visitare virtualmente musei e mostre. Che il gran fiume delle immagini, delle notizie e delle suggestioni si incanali e poi scorra nel letto obbligato dall’emergenza che ci circonda è nello stesso tempo inevitabile e giusto.

Non siamo speciali

C’è chi esagera, però. Chi non si attiene al principio per cui nella comunicazione come nella vita i buoni sentimenti vanno praticati e non sbandierati. È bello sentirsi italiani, ma l’essere italiani non è quello che ci ha protetto e che ci proteggerà dal virus assassino. Non c’entra con l’essere coraggiosi o disperati. Ugualmente coraggiosi ed egualmente disperati sono gli svedesi o gli uruguayani. Non siamo speciali, non c’è motivo di scomodare il passato più antico e quello più recente, il Rinascimento, le nostre belle piazze, il coraggio dei nostri antenati e il fatto che siamo stati d’esempio, che abbiamo capito prima e meglio degli altri che cosa si doveva fare contro il virus assassino. Una specie di campionato mondiale nel quale siamo arrivati primi. Ma davvero abbiamo capito tutto presto e bene? Non sarà che anche qui da noi, come è capitato a tutti, abbiamo sbagliato qualcosa? Ritagliare ai nostri compatrioti un ruolo speciale e diverso dagli altri in questa tragedia è un non senso, un riflesso, coniugato apparentemente in positivo, della scempiaggine che circolò con lo slogan “prima gli italiani”. Primi, anche nella tragedia?

Attenzione alla retorica. Negli spot pubblicitari è molto fastidiosa, invasiva oltre il limite e ingannevole oltre il buon senso: nella comunicazione è pericolosa. Gioca con suggestioni rischiose, nei significati e nelle forme. Nel caotico mondo della Rete viaggia senza freni possibili, ma in televisione, alla radio, sui giornali dovrebbe essere tenuta a bada. Orpelli e stereotipi possono nascondere la verità quanto le bugie. Non è premettendo un “purtroppo” alla contabilità dei morti si rende più accettabile la morte. Come quando parte l’applauso a un funerale o i passeggeri festeggiano battendo le mani l’atterraggio dell’aereo. Perché si ritiene, evidentemente, che il pilota abbia fatto più di quanto gli toccava fare. Più sobrietà aiuterebbe tutti.