Ucraina, le strategie divergenti tra Europa e Usa

S’è detto e ripetuto che, per una straordinaria eterogenesi dei fini, l’avventura militare di Putin, vòlta ad incassare in termini di rapporti di forza in Europa le divisioni nel campo avverso, ha invece ricompattato l’occidente. Che la NATO e l’Unione europea hanno risposto con inaspettata unità di intenti alla gigantesca provocazione: dure sanzioni comminate all’aggressore, appoggio incondizionato, politico e militare fino al limite invalicabile dell’intervento diretto, all’aggredito e, dietro e a supporto di tanta fermezza, un’analisi comune del complesso di circostanze che hanno portato alla crisi.

La filosofia dell’amministrazione Biden

Al compiersi del quarantesimo giorno di guerra dobbiamo chiederci: è davvero così? La percezione che abbiamo del dibattito politico che si va sviluppando su tutte e due le sponde dell’Atlantico ci dice che delle divisioni ci sono e tendono ad approfondirsi. Mettiamo insieme alcuni fatti. Il più evidente è la “gaffe” di Joe Biden sulla cacciata del presidente russo. Che non è stata affatto una “gaffe” perché il presidente americano rivendica quel che ha detto e perché la sua amministrazione non smentisce la sostanza dell’affermazione ma l’opportunità di declamarla, secondo la saggezza dell’antica massima per cui “si fa ma non si dice”. Può darsi che ci siano differenze di opinioni nell’establishment di Washington intorno al fatto che il principio del regime changing, e solo quello, debba ispirare la condotta americana (e della NATO) verso l’uomo del Cremlino e la sua guerra, ma la filosofia che ispira l’amministrazione è sostanzialmente quella: l’obiettivo non è la de-escalation propugnata da Macron, Scholz le istituzioni di Bruxelles e, a fasi alterne e senza troppo entusiasmo, da Draghi, alquanto propenso all’ascolto acritico delle ragioni americane, ma, se non proprio una “vittoria” degli ucraini sul campo, almeno una loro tenuta fino a un logoramento della macchina militare russa tale da provocare la caduta di Putin. Nella speranza, sulla cui fondatezza sono leciti molti dubbi, che il suo successore sia più ragionevole.

Questa strategia ha un suo fondamento politico-culturale nella visione per cui il conflitto in Ucraina sarebbe una guerra scatenata dall’autocrate russo non solo e non tanto per modificare gli equilibri in Europa e perseguire il suo sogno imperiale di riunire tutti russi (ucraini compresi) nella grande madre patria. Il suo vero e fondamentale obiettivo sarebbe quello di sconfiggere la democrazia in quanto sistema. Ragion per cui gli ucraini starebbero, sulle barricate, a combattere anche per noi.

Attenzione a liquidare questa visione delle cose come una pericolosa ingenuità ideologica, quella di chi vede il mondo diviso tra buoni governanti democratici e cattivi despoti e che ha ispirato le disastrose guerre guidate negli ultimi anni dagli americani per “esportare la democrazia”. In realtà l’ingenua dicotomia trova una forte sponda nell’atteggiamento dell’attuale capo del Cremlino che pare proprio essersi attribuito la missione di combattere la “decadenza” delle società democratiche dell’occidente in nome del principio d’ordine della cosiddetta “democrazia illiberale” non aliena, nella versione russa, da certe venature religiose di cui è espressione il rapporto di mutuo sostegno con il “Patriarca di Mosca e di tutte le Russie” Cirillo su cui forse sarebbe buona cosa indagare a fondo. Colpisce, a questo proposito, il rimprovero di aver tolto dalla Costituzione europea il riferimento alle “radici cristiane” che il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov ha rivolto in un recente discorso ai governi e alle istituzioni comunitarie. D’altronde, se ci fosse qualche dubbio sull’atteggiamento dell’attuale regime moscovita nei confronti dell’Unione europea basterebbe considerare la virulenza della guerra ibrida, a colpi di cyberattacchi, spioni alla vecchia maniera e finanziamenti a tutti i partiti e movimenti antieuropei nei diversi paesi (a cominciare da quello che promosse la Brexit) che Putin conduce da anni contro Bruxelles. E poiché sappiamo che proprio l’ostilità di Mosca all’apertura di Kiev all’Unione europea fece precipitare drammaticamente la crisi del 2014, andrebbe attentamente verificato se la cauta correzione di rotta registrata qualche giorno fa sulla possibilità di una (molto) futura adesione dell’Ucraina alla UE sia stata davvero appoggiata dal vertice russo o sia stata frutto dell’iniziativa dei negoziatori o di una parte della diplomazia. Perché segnali di divisioni nell’establishment moscovita appaiono ormai evidenti e forse meriterebbero più attenzione in occidente.

La linea di faglia

Quale che sia il peso unificante di questo aspetto ideologico nel giudizio degli alleati occidentali sull’operato della dirigenza russa, pare comunque abbastanza evidente che siamo di fronte a due strategie diverse: puntare alla sconfitta militare di Putin, o quanto meno a un impantanamento che gli costi un insostenibile prezzo politico in patria (come fu la guerra in Afghanistan per l’Unione Sovietica o il Vietnam per gli Stati Uniti), oppure costringerlo a un tavolo delle trattative sul quale si possano vedere le carte con cui vuole giocare. Una, innanzitutto: la neutralità e almeno un certo grado di disarmo dell’Ucraina. Quanto al futuro assetto territoriale, tutto dipenderà da quel che succederà sul campo.

Due strategie diverse, dunque, Ma la linea di faglia non passa in mezzo all’Atlantico, bensì nel cuore dell’Europa. L’incontro che si è tenuto all’inizio della settimana a Varsavia tra i ministri degli Esteri polacco, britannico e ucraino, con i discorsi e i toni che lo hanno caratterizzato, mostra chiaramente che c’è un esplicito proposito di forzare l’atteggiamento del campo europeo in direzione della strategia dell’amministrazione Biden. Per quanto riguarda l’Ucraina e la Polonia non è una novità e può in un certo senso essere anche comprensibile. Ma che del gruppo di pressione faccia parte la Gran Bretagna, che non solo ha un grande peso politico nella NATO ma anche un arsenale nucleare proprio, dovrebbe indurre a qualche attenta considerazione delle possibili conseguenze.

D’altronde, a un’anteprima della linea dura dell’incontro di Varsavia si era assistito già a metà marzo con la visita a Kiev di tre leader del gruppo di Visegrád (il polacco Morawiecki, il ceco Fiala e lo sloveno Janša), accompagnati da Jarosław Kazcyński, l’ispiratore del più estremistico sovranismo polacco, animato tra l’altro da un fatto molto personale: la convinzione che l’incidente aereo in cui a Smolensk nel 2010 morì il suo fratello gemello Lech, allora presidente della Repubblica, sia stato in realtà un attentato dei russi.

La mancanza all’appuntamento dell’altro capopopolo del sovranismo, il primo ministro ungherese Viktor Orbán, impegnato in quei giorni in una campagna elettorale tutta giocata sulla presa di distanza dalla linea comune dell’Unione nei confronti della Russia e dell’”amico Putin”, non consola. Essa, infatti, ha sancìto la rottura dell’unità d’azione tra i componenti del gruppo che negli ultimi anni ha fatto blocco contro Bruxelles, ma nello stesso tempo ha evocato l’esistenza di altre pericolose linee di frattura nei rapporti tra gli stati e le nazionalità in quella complicata area d’Europa esposta a tante tensioni già prima della guerra in Ucraina.

Kaczyński aveva in tasca il progetto di una task force che, sotto la bandiera della NATO avrebbe dovuto (dovrebbe?) entrare in Ucraina per una missione di peace enforcement. Un piano decisamente avventuristico che, almeno ufficialmente, non è neppure comparso sul tavolo del Consiglio atlantico nella “giornata dei tre vertici” (NATO, G7 e UE) il 24 marzo scorso, ma che probabilmente non è affatto morto e sepolto e potrebbe essere stato oggetto dei colloqui tripartiti di Varsavia. Esiste, anche nella pubblicistica specializzata in fatto di sicurezza e difesa, una corrente di pensiero secondo la quale andare ad un confronto diretto tra forze russe e forze NATO non necessariamente porterebbe alla guerra nucleare “totale”, in quanto ci sarebbe un margine “praticabile” rappresentato dalle armi nucleari tattiche (di cui però la Russia dispone in quantità, mentre la NATO coerentemente con la sua dottrina strategica attuale quasi non ne ha). Il “piano Kaczyński” sarebbe la prova del fatto che questa corrente di pensiero forse è più di una mera speculazione teorica ed è presumibilmente presente nei paesi della NATO che si sentono più fortemente esposti al pericolo russo, con ottime ragioni, peraltro, per sentircisi: la Romania, la Polonia appunto e le tre repubbliche baltiche, nonché, fuori dalla NATO, la Moldova. Non a caso si tratta delle aree verso le quali è stato indirizzato il rafforzamento della presenza militare dell’alleanza nell’ultimo vertice.

È l’esistenza di questa possibile sponda che può spiegare, fra l’altro, l’apparentemente incongrua caparbietà con cui Zelenski ha continuato ad insistere sulla richiesta di una no-fly zone che i vertici dell’alleanza e i governanti dei diversi paesi – tranne in qualche modo i polacchi che hanno parecchio pasticciato con l’idea di far utilizzare i loro Mig dalla difesa ucraina, e i baltici che non si sono pronunciati – dicevano chiaramente di non voler neppure discutere.

Willy Brandt

Ci servirebbe un nuovo Willy Brandt

l problema, ora, è come verrà gestita politicamente questa frattura in seno agli occidentali. La soluzione apparentemente più semplice, il confronto politico negli organismi della NATO, è, in realtà, la meno praticabile. Nell’alleanza atlantica esiste, e non certo da oggi, un problema di rapporti tra l’America e gli europei che la tragedia in atto appena dietro al nostro uscio di casa e a seimila chilometri da Washington è destinato inevitabilmente a far crescere. Forse un giorno potrà essere affrontata con serenità l’incongruenza storica per la quale dopo la caduta del Muro di Berlino si decise che l’alleanza militare che doveva difendere l’occidente continuasse ad esistere pure se quella da cui ci si doveva difendere s’era sciolta e l’impero sovietico stava andando visibilmente a picco. Non sono certo questi il luogo e il momento per farlo. Ma che l’asimmetria da sempre esistente degli interessi tenda ora, di fronte alla guerra e ai pericoli tremendi cui essa espone gli europei, ad accentuarsi è un fatto che non può essere negato. Ed è un problema che la NATO non può risolvere essendo pesantemente parte in causa.

Eppure di questa impossibilità pare non esserci alcuna consapevolezza in larga parte delle classi dirigenti dei paesi europei. Le flebili voci che, con fastidiosissima ipocrisia, cercano in questi giorni di far ingoiare all’opinione pubblica gli aumenti della spesa militare nel seno di un’alleanza il cui comandante supremo è un generale americano con l’argomento che si tratterebbe di un primo passo verso la creazione di un…esercito europeo, sono davvero penose.

Se si pensa che tocchi all’Europa occuparsi della propria sicurezza si agisca conseguentemente. Si ponga la questione a Bruxelles, si butti dalla finestra l’obbligo dei voti all’unanimità, si chieda la creazione di strumenti istituzionali precisi e non le vaghezze del tipo “bussola strategica”, si chieda che l’Unione si batta per una riforma del Consiglio di Sicurezza in modo che l’ONU sia messa in grado di funzionare. Anche mandando i Caschi Blu in una crisi come quella che stiamo vivendo.

C’è stato un tempo in cui, nella prima metà degli anni ’70, l’Europa seppe cercare la propria strada pure se il mondo sembrava paralizzato dalla prospettiva della mutua distruzione assicurata dagli arsenali atomici delle due superpotenze. Fu la stagione della distensione e della Ostpolitik di statisti lungimiranti come Willy Brandt, Olaf Palme, Bruno Kreisky che portò nel 1975 all’Atto finale di Helsinki e a un periodo di relativa sicurezza per tutti. Eppure Breznev (che fra l’altro era ucraino) non era certo più malleabile di Putin e nei paesi dell’impero sovietico c’erano feroci dittature. Le quali non potettero impedire, però, che i popoli cominciassero a parlare, a rivendicare spazi di libertà richiamandosi proprio alla Carta di Helsinki, che i giornalisti potessero viaggiare, vedere e raccontare, che i media limitati di allora potessero varcare le frontiere. Molto più di quanto succeda oggi, pure nel dilagante impero dei social, in Russia e, purtroppo, anche in Ucraina.  E dopo una quindicina di anni l’Impero si dissolse quasi dappertutto in pace ed allegria.

Non si tratta di rivendicare un passato lontano e rimpiangere strumenti che sarebbe forse difficile rimettere in condizioni di lavorare, come l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che non è stata affatto un “ente inutile” come gli americani (che pure ne fanno parte) e molti campioni dell’hard power sono andati dicendo per anni. Ma la direzione nella quale le diplomazie europee si dovrebbero muovere è quella: dell’Europa si occupano gli europei.