Ma la discriminazione
di classe è più grave
di quella di genere

Mi chiedo spesso in che paese vivo. Mi rispondo altrettanto spesso, in preda al profondo sconforto, che questo non è un bel paese. Un’amica mi scrive commentando il primo giorno di “liberi tutti” (così è stato inteso dai più) nella seconda fase del coronavirus con la foto di un giardino pubblico e di mascherine gettate a terra. Mi scrive anche di alcuni ragazzi che la sbeffeggiavano ostentando le loro faccette insulse prive di qualsiasi protezione e mimando il classico “sputacchio”… Credo che se ne siano viste di tutti i colori nelle ore della “libertà ritrovata” (sì, ho dovuto pure ascoltare qualcuno – e non era Salvini e non era neppure la dotatissima Meloni – parlarmi di “dittatura”).

Il degrado della società civile

donneAltri argomenti insomma per criticare la cosiddetta società civile nazionale ci sarebbero, il degrado della cultura, l’insofferenza per le regole, l’egoismo, l’individualismo, la superficialità (qui chiamerei in causa anche la cattiva informazione), eccetera eccetera. Tutto il peggio che si possa immaginare…
Però questa volta vorrei riconoscere al nostro paese un merito (altri ne ha, ovviamente), come mi ha suggerito l’incalzante dibattito scaturito dal caso HunzikerBotteri. Non ho nulla da aggiungere a quanto scritto su Striasciarossa da Marcella Ciarnelli.

Le licenze della satira

Non dirò nulla circa la qualità del lavoro della corrispondente da Pechino, non suscitano in me alcun interesse le sue maglie e la sua capigliatura, non discuto a proposito delle licenze della satira, alle volte assai squallida sotto qualsiasi cielo (penso al povero Andreotti immortalato per un pezzo della sua vita come il gobbo di Notre Dame o al povero Veltroni effigiato come un lombrico, per non citare il vecchio Berlusconi ritratto e reinterpretato in tutti gli abbruttimenti possibili). Confesso invece che a suo tempo mi aveva indispettito la convocazione al festival di Sanremo, per leggere un sermoncino femminista, di Rula Jebreal, non credo scelta per la sua dizione. Lascio stare la considerazione che a fronte di certe esibizioni che si ritengono offensive è spesso meglio tacere, abbandonandole nel grande forno dell’indifferenza. Quale servizio è stato infine reso alla Botteri? La consacrazione della sua pessima pettinatura?

Un paese a rischio razzismo

Quello che non mi convince (e mi offende) è il giudizio che si può ricavare dal fiume di interventi, mozioni, dichiarazioni sul caso, una conclusione cioè assai dura circa il maschilismo degli italiani. Ricordo un libro di parecchi anni fa (“Razzismi, un vocabolario”) di Laura Balbo, sociologa ed ex ministra delle pari opportunità, e di Luigi Manconi, in cui ci si chiedeva se l’Italia fosse un paese a rischio di razzismo. La risposta era positiva a partire proprio dalla considerazione che l’Italia era allora nella sua maggioranza (siamo nel 1983, data di pubblicazione) maschilista e ostile comunque nei confronti dei diversi, fossero gli omosessuali o i portatori d’handicap o i “matti” (pensiamo allo stigma violento che ha segregato in condizioni di assoluta minorità i malati di mente).

L’accusa di maschilismo

Era fondata quell’accusa di maschilismo formulata da Laura Balbo e da Luigi Manconi, ma sarebbe stato altrettanto fondato riconoscere che non si era immobili, che la strada della parità era stata imboccata da tempo, che la Costituzione era nata anche per sancire una giustizia irrinunciabile. Che tante donne si erano battute e si battevano per questo nella politica come nella vita quotidiana. Mi viene in mente una scena di “Riso amaro” di Giuseppe De Santis, quando la mondina Silvana Mangano (bellissima, scusate) legge Grand Hotel: era un modo per appropriarsi di un’altra mentalità, comunque lontana da quella repressiva della risaia, di aprirsi ad un’altra realtà.

La rigidità dei ruoli in frantumi

E’ un paese ancora maschilista l’Italia? Sì, forse lo è in alcune parti. In altre no di certo, in altre sempre più ampie. Mi sembrerebbe sciocco stare a elencare i ruoli importanti occupati da donne. Peraltro non siamo ancora la Germania e non siamo l’Europa e neppure la Banca centrale europea (ma non siamo neppure per fortuna la Gran Bretagna della signora Thatcher). Non mi interessa enumerare le giornaliste che lavorano in Rai o a Mediaset o nei vari giornali della penisola, brutte o belle, eleganti o meno, brave o meno brave.

Mi interessa sentire il rumore di fondo, che mi pare dica di un cambiamento sensibile, che poco alla volta la rigidità dei ruoli va in frantumi, che nuove figure femminili si affermano, che l’accesso al lavoro infrange barriere e pregiudizi. Abbiamo pochi giorni fa ricordato Nilde Iotti. Abbiamo ricordato ancora pochi giorni fa quanto fecero le donne nella Resistenza. Mi viene da citare qualcuna tra le scrittrici che hanno fatto grande la letteratura italiana del dopoguerra: Elsa Morante, Annamaria Ortese, Natalia Ginzburg. Potrei dire ancora Fabrizia Ramondino, Gina Lagorio. Mi viene da pensare a Bianca Guidetti Serra, avvocato e combattente per i diritti civili… Ho imparato qualcosa della Cina leggendo Renata Pisu ed Edoarda Masi. Quanti nomi ancora… Ministre, parlamentari, la presidente della corte costituzionale, sindache. Poi le scienziate. Un’astronauta. Dirigenti industriali e di grandi enti pubblici…

Stereotipi del passato

Si potrebbe obiettare che tanti nomi non fanno un paese. Ma tanti nomi alla fine contagiano (non si dovrebbe usare il verbo dell’epidemia in questi giorni) un paese, ne orientano le percezioni, influiscono sul modo di pensare. Fanno cultura e fanno cultura diffusa. Cioè contribuiscono ad un mutamento, favoriscono una crescita. Non solo questo. Bisognerebbe capire quanto l’imperiosa galoppata del consumismo dagli anni settanta in poi abbia condizionato il modo di pensare e di vedere in una dimensione di egualitarismo (o di sembianza di egualitarismo) fino all’apice del narcisismo, imponendo modelli di vita che coinvolgono l’identità maschile/femminile, spesso riproponendo stereotipi del passato peggiore.

La forbice si apre sempre di più

La discriminazione però sta altrove ed è ancora insormontabile discriminazione di classe. Se c’è una certezza nella nostra società (e nella società mondiale) è purtroppo nella forbice che si apre sempre più a prescindere dai generi, se è vero che il venti per cento più ricco degli italiani detiene il settanta per cento della ricchezza nazionale: la diseguaglianza che cresce e punisce allo stesso modo donne e uomini, cancellando opportunità per le une e per gli altri.