Ma il potere del popolo ha bisogno dei partiti

L’articolo di Nadia Urbinati pubblicato da strisciarossa (qui il testo) è stimolante e dunque seducente in questo periodo di vetro soffiato dove il nulla prende spazio e acquista un valore ingombrante anche se vuoto. Stimolante e seducente, ma non convincente. Giusta l’idea, indiscutibile, di una parte che sa e comanda. E poco importa, aggiungiamo, che si tratti di minoranza o maggioranza: perché quando una parte decide per tutti c’è sempre qualcosa che non va.

A ben vedere è proprio questo il difetto genetico della democrazia dove il principio sacrosanto del potere del popolo, al popolo e per il popolo si infrange contro uno scoglio tutt’altro che trascurabile: chi lo gestisce nei fatti, prima che nelle forme, quel benedetto potere? Perché un conto è partecipare alla vita pubblica con un voto, altro è farlo attraverso i voti ricevuti. Ed è qui che, forse, si nasconde il punto meno convincente dell’articolo, stimolante e seducente, di Nadia Urbinati.

Perché se è vero che il Movimento Cinque Stelle alle ultime elezioni è stato in grado di intercettare, in parte, gli insoddisfatti e i non rappresentati, questo non significa che sia quella la risposta adeguata alla insoddisfazione e alla non rappresentanza. E mettere sui due piatti della bilancia, da una parte il potere autoritario di chi sa e comanda (Draghi adesso, Monti prima) e dall’altra quelli che non sanno e che quel potere subiscono, rischia di semplificare la descrizione e comprensione del problema e, di conseguenza, allontanare ogni possibile soluzione.

L’idea che la democrazia sia, letteralmente, il potere del popolo è tanto affascinate quanto fuorviante. Perché quel potere si realizzi, nei fatti e nelle forme, è indispensabile l’ingresso nell’agone politico di giocatori attrezzati e preparati, quelli che un tempo si chiamavano corpi intermedi come partiti e sindacati e che da almeno tre decenni hanno iniziato una pericolosa involuzione. La fascinazione per Draghi non nasce (solo) dalle sapienti manovre di chi sa e comanda ma anche (soprattutto) dalla crescente assenza di corpi intermedi selezionati e adeguati. Certo, la democrazia, almeno quella rappresentativa, non può essere affidata nelle mani di un superuomo e nemmeno di un supermario, ma nello stesso modo è illusorio pensare che il popolo possa trovare da solo e in poco tempo le figure e le risorse per affrontare i superuomini e i supermarii che le alte sfere di chi sa e comanda riescono a piazzare al momento giusto nel posto giusto.

La crisi politica che stiamo vivendo non può essere ridotta a un duello tra potenti e plebei. A differenza di Ben Hur e Spartacus il film che stiamo vedendo racconta la crisi profonda dei meccanismi politici di rappresentanza incapaci di comprendere i mutamenti e di camminare con il passo nuovo dei tempi: le nuove minacce e le nuove paure, i nuovi lavori e le nuove povertà, i nuovi diritti (sempre negati) e le nuove regole (sempre subite). E che dire della crisi dei giornali e il dilagare dell’informazione via internet dove le notizie non le seleziona e scrive un professionista preparato (di fatto, un altro corpo intermedio) ma un algoritmo che ti offre solo quello che già sai e ti piace e non quello che ti sorprende e dunque ti informa?

È vero, “il caso Draghi va ben al di là del governo Draghi”, come scrive Urbinati, ma non “perché sono in ballo le sorti della democrazia su base egualitaria che dal Settecento orgogliosamente afferma il principio una testa/un voto”, quanto per il potere che quella testa e quel voto possono concretamente ottenere. E in fondo è qui, non altrove – come d’altro canto riconosce la stessa Urbinati – che si nasconde e cresce il tarlo instancabile dell’astensione. Ma se vogliamo fermarlo, quel maledetto tarlo, la strada è una sola: rimettere in moto il motore imballato della democrazia, reinventando, riscoprendo, adeguando il ruolo dei partiti, dell’informazione, della partecipazione.

Vaste programme, come diceva De Gaulle, ma l’alternativa è beccarsi il duello tra supertecnici e superpopulisti. E nel mezzo persino la Meloni. Davvero non vogliamo provarci?