Ma davvero
il problema erano
cinema e teatri?

L’intervento di Oreste Pivetta su Strisciarossa (“Cinema e teatro, troppe proteste per un mese di chiusura”) è inappuntabile e condivisibile al 94%.

Ecco un 1 per cento di dissenso. Lamentare la chiusura di cinema e teatri non è uguale al dolersi per la serranda chiusa del parrucchiere (peraltro gli hair stylist rimangono aperti in base all’ultimo dpcm) o della palestra sotto casa per il semplice motivo che il tasso di contagiosità di una sala cinematografica ben regolamentata è tendente a zero, a differenza di una palestra. Di qui lo sconcerto di categorie dello spettacolo e relativi utenti. Non si tratta di cacciare la testa sotto la sabbia, di guardare le cose dall’alto di una villa in collina o di un attico ai Parioli, imbizzarrendosi perché si ritiene leso il proprio “particulare”.

Molto più normalmente: se si leggono le cifre della ricerca Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) che registra, su un pubblico di oltre trecentomila spettatori, un solo contagio Covid da maggio all’inizio di ottobre dovuto alla presenza a concerti, proiezioni in sala, recite teatrali, un po’ si resta contrariati. Ciascun individuo è portatore di esigenze anche interiori e culturali, mica dico che sono istanze superiori alla permanente o ai colpi di sole, ma un pelino di rispetto in più non guasterebbe. Poi, è chiaro, la salute e la responsabilità verso la comunità in un tempo di emergenza vengono prima di tutto e se c’è da limitare – motivatamente – al massimo affollamenti sui mezzi pubblici di trasporto (è lì, pare, il nocciolo del problema per ciò che concerne cinema e teatri) lo si faccia e stop.

Pupi Avati e l’ordine pubblico

Ora il 5% di dissenso rimanente. Tra i motivi per cui le proteste contro la chiusura di cinema e teatri gli paiono risibili, Pivetta si diffonde ampiamente sulla esiguità dei relativi pubblici. Ovvero: non vedo masse accalcarsi nelle sale e nelle platee, zitti e buoni. Il che sarebbe in effetti e per contro un argomento ottimo per non infierire ulteriormente su un settore gracile, anche se meno negletto della scuola, dell’Università e della ricerca (scuole e università migliori e più frequentate, tra l’altro, porterebbero naturalmente ad aumentare il numero dei fruitori di cinema e teatro).

Gli intellettualini cinefili e i teatrofili, i lavoratori dello spettacolo e collegati comunque non daranno ulteriore fastidio, a parte qualche appello o raccolta di firme, né susciteranno problemi per l’ordine pubblico (certo che vedere Pupi Avati, Raoul Bova e Glauco Mauri con in mano i fumogeni sarebbe straniante). Quindi meriterebbero almeno il riconoscimento del diritto a dolersi di una misura che rispetteranno senza subire ramanzine. Sospetto che il governo abbia in questi giorni problemi di piazza più seri, con manifestazioni anche dure di uomini e donne sempre più impoveriti e preoccupati, con rigurgiti violenti ben distribuiti tra antagonisti di gauche, destraccia manesca, manodopera criminale e ultras del calcio. Un magma in cui è complesso affondare le mani e su cui è meno facile emettere sentenze.

Diritto al dissenso: difendiamolo, anche dentro le nostre coscienze. E stiamo attenti, in nome dell’emergenza, a non sentire troppa insofferenza per chi alza (educate e civili) voci fuori dal coro. Credo che – professionisti dei tafferugli a parte – molti italiani si sarebbero aspettati nei giorni scorsi una comunicazione migliore, più chiara da parte del governo. Un allarme motivato lanciato con parole chiare, senza magari tenersi nel cassetto (è un’ipotesi, visto quanto è si è saputo a proposito della prima ondata Covid) proiezioni e cifre preoccupanti. Questo Conte II – per quanto molto più digeribile del Conte I – è una coalizione congenitamente debole e i risultati si vedono, anche sul piano comunicativo, si spera non sulla tenuta del sistema. Per restare nell’ambito cinema-teatro, il ministro Franceschini ha garantito aiuti, come già fatto in primavera.

Che fare degli sciatori

Intanto in Alto Adige fanno valere l’autonomia e cinema e teatri restano aperti, insieme agli impianti sciistici. E pure in altre zone alpine stanno già passando la sciolina. Nel dpcm è scritto che “gli impianti sono aperti agli sciatori amatoriali solo subordinatamente all’adozione di apposite linee guida da parte della Conferenza delle regioni e delle Province autonome”,  idonee “a prevenire o ridurre il rischio di contagio”. E vogliamo che a breve non spuntino le linee guida apposite per impianti e alberghi? Quelle non si negano a nessuno. “Ridurre il rischio di contagio”? Per una sciata in montagna – dove naturalmente non ci si incontra mai tra gruppi o persone singole ed è pieno di vigili urbani sullo snowboard – c’è un rischio accettabile. In sala al cinema o a teatro, luoghi controllatissimi, invece no. Ok, non tutto si può capire. Per l’intanto adeguiamoci: c’è un buonissimo motivo per farlo. E un mese passa in fretta, ha ragione Pivetta. Purché basti.