Ma è davvero
colpa dell’Europa
se mancano i vaccini?

È colpa dell’Europa se gli italiani non vengono vaccinati. L’Europa ha sbagliato tutto, si è arrogata il potere di trattare con le multinazionali a nome di tutti i paesi e ha trattato male. Si è fatta fregare. Meglio sarebbe stato se ci fossimo mossi da soli, noi, più furbi, più spregiudicati, meno burocratici, meno “giuridici” e più “pragmatici”, come avremmo dovuto essere secondo un noto editorialista tuttologo del Corriere della Sera. Infatti i “pragmatici”, israeliani in testa e americani e britannici a seguire, in fatto di vaccinazioni stanno molto meglio di noi.

Cerchiamo di analizzarlo un po’ meglio questo “fallimento” dell’Europa sui vaccini che ha conquistato rapidamente il primato nella classifica dei luoghi comuni italiani. E cominciamo dall’inizio.

Primo punto: si dice che è stato un errore, frutto di prepotenza di Ursula von der Leyen, dei tedeschi suoi compatrioti e dei “burocrati di Bruxelles”, il fatto che la Commissione europea si sia assunta l’onere di trattare per tutti con le aziende produttrici.

Ma davvero? Proviamo a figurarci che cosa sarebbe accaduto se non lo avessero fatto. Ognuno dei 27 paesi dell’Unione avrebbe trattato per conto proprio. Volete provare ad immaginare quale forza negoziale su un mercato mondiale drammaticamente competitivo avrebbero avuto i singoli negoziatori? Non diciamo solo Malta, Cipro, o magari la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo, ma anche i grandi paesi: l’Italia, la Francia, la Spagna o la stessa Germania. Il fatto che l’acquisizione dei vaccini sia stata “europeizzata” ha garantito non solo che tutti i paesi, anche i più deboli, ricevano le loro quote, ma anche che non ci siano sperequazioni.

Secondo i calcoli di Bruxelles, oggi le differenze di disponibilità di vaccini tra i diversi paesi sono contenute entro un punto e mezzo di percentuale. È un fattore di equilibrio importantissimo: se esistessero differenze molto grosse sarebbe il caos. Non solo ci sarebbero gli effetti di una competizione spietata tra gli stati, con le tensioni politiche che ne deriverebbero, ma si determinerebbero movimenti di mercati incontrollabili, flussi di compratori verso i paesi dove ci sono maggiori disponibilità, aumenti di prezzi, disuguaglianze ed esclusioni. Già adesso, in una situazione di rigoroso (almeno in teoria) monopolio pubblico, non mancano “mediatori” e personaggi loschi che propongono fantomatiche partite di vaccini e qualcuno si può illudere di essere più furbo degli altri e rifornirsi in proprio, come stava per accadere, in Italia, con il presidente del Veneto. Si può immaginare che situazione verrebbe a crearsi se si dovesse fare i conti con 27 mercati nazionali indipendenti.

Errori e ritardi

Secondo punto: l’Europa ha trattato male e lo ha fatto in ritardo. Cominciamo dai ritardi, che ci sono sicuramente stati. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno firmato i contratti con Astra Zeneca nel maggio dell’anno scorso, tutti e due con Pfizer in luglio e gli Usa da soli con Moderna in agosto. La Commissione ha aspettato il 27 agosto per chiudere l’accordo con Astra Zeneca ed è arrivata a firmare con Moderna a fine novembre. Anche per le autorizzazioni all’impiego, l’Unione europea è arrivata con ritardo, sia pure meno grave che per la firma degli accordi: questione di settimane, non di mesi.

Ma perché è successo questo? Per quanto riguarda i negoziati commerciali, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano, o hanno creato, strutture unitarie controllate dalle amministrazioni statali. L’Europa no. La Commissione di Bruxelles non aveva, e non ha, la competenza e il mandato per trattare. Si è dovuta mettere in piedi una struttura ad hoc, inevitabilmente farraginosa, nella quale bisognava garantire la presenza di rappresentanti di tutti gli stati dell’Unione. Una procedura che certamente non favoriva la celerità delle decisioni.

Per quanto riguarda invece le autorizzazioni, americani e britannici hanno agenzie statali dotate di tutti i poteri, la Food and Drug Administration (FDA) e la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA), che hanno, fra l’altro, la competenza di adottare misure di emergenza per la concessione delle autorizzazioni. L’EMA, l’agenzia del farmaco europea, non ha questo potere. E non lo ha per un motivo preciso: quando fu creata, gli stati membri non vollero che lo avesse. Il risultato è che l’EMA anche in circostanze di particolare urgenza è costretta a seguire tutte le prassi di controllo non solo sulla qualità del farmaco, ma anche sui procedimenti di produzione. Questi obblighi non solo hanno rallentato le autorizzazioni per i vaccini sul mercato (solo in queste ore si arriva al nulla-osta per il vaccino della Johnson & Johnson), ma, considerata l’ostinazione con cui i russi negano le ispezioni nei loro stabilimenti, blocca di fatto la possibilità legale di importare lo Sputnik V.

Mancata cessione di sovranità

Siamo insomma di fronte al solito problema: la mancata cessione di sovranità da parte degli stati membri alle istituzioni comunitarie. Quel meccanismo perverso per il quale alle istituzioni i governi nazionali negano i poteri per poi lamentarsi e accusare “l’Europa” ogni qual volta la mancanza di poteri determina problemi e ritardi. Lo abbiamo visto con il problema dell’immigrazione, della regolamentazione dei mercati finanziari, della sicurezza alimentare e via elencando.

Detto questo, va aggiunto anche però che qualcosa è andato storto nelle negoziazioni dei mesi scorsi anche a prescindere dalla debolezza intrinseca della posizione della Commissione. In particolare, ha avuto un effetto disastroso sulle forniture il fatto che non siano state previste sanzioni in caso di mancanze o ritardi da parte delle aziende con scadenze ragionevoli, settimanali o almeno mensili.

A molti è parso di cogliere in questa defaillance quasi un segnale di subalternità della Commissione alla logica dell’interesse e del mercato. Sensazione spiacevolmente rafforzata dall’alone di riservatezza e quasi di mistero che si è voluto costruire intorno ai contratti stipulati con le aziende che in certi passaggi sono un cimitero di cancellature in nero. Questo sospetto di subalternità è un pessimo segnale per il confronto che si sta aprendo e diventerà sempre più serrato sul superamento della “privatezza” dei brevetti dei farmaci salva-vita.

Intanto, le conseguenze di questa debolezza sono sotto gli occhi di tutti e contribuiscono sicuramente ad alimentare la teoria del “fallimento” europeo. Si può ragionevolmente sperare che questo peccato d’origine smetterà di produrre guai già nelle prossime settimane se e quando le aziende colmeranno i loro ritardi. Allora si vedrà che il problema vero non è tanto la mancanza di vaccini quanto piuttosto la difficoltà, comune a tutti i paesi, di organizzare in modo soddisfacente la logistica delle vaccinazioni. E stavolta, se le cose non funzioneranno bene, non si potrà dire che è “colpa dell’Europa”.