Ma al Pd servono ancora le icone di Berlinguer e Moro?

In ogni circolo Pd che si rispetti ci sono due fotografie appese al muro: Berlinguer e Moro. Sono, o dovrebbero essere, i miti fondativi del partito “creato” da Veltroni il 14 ottobre 2007 a Torino.

Ora che la fase congressuale del Pd è entrata nel vivo con le primarie convocate il 19 febbraio e con la candidatura a segretario del presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini (e, prima di lui, della piacentina Paola De Micheli), vien da chiedersi se di Berlinguer e Moro il Pd ha la legittima titolarità o se siano icone pigramente adoperate per riempire dei vuoti ideali apparsi abbastanza evidenti.

L’esordio di Bonaccini a Campogalliano

Stefano Bonaccini (Da https://commons.wikimedia.org)

Diciamo che domenica 20 novembre l’esordio di Bonaccini nella sua Campogalliano (Modena) ha, seppur indirettamente, posto il problema dell’identità del Pd in un modo tutto emiliano. E cioè all’insegna di un riformismo pragmatico vincolato a tre punti strategici: 1) si va al governo solo se si vincono le elezioni, 2) il Pd ha bisogno di una nuova classe dirigente e 3) i problemi vanno affrontati per quello che sono trovando di volta in volta le soluzioni in una cornice politica di centrosinistra.

Bonaccini, che allo stato pare il più accreditato a raccogliere il testimone da segretario da Letta, ha certificato che il Pd continuerà ad occupare il suo spazio politico tradizionale con riferimenti nella socialismo europeo e nel cattolicesimo sociale. Che sono, esattamente, le aree di provenienza dei Ds e della Margherita che nel Pd hanno fatto una sintesi più correntizia che politica. Bonaccini il pragmatico, insomma, ha mescolato innovazione e tradizione, una formula vista e piaciuta in terra emiliana che ora dovrebbe essere esportabile nel resto d’Italia. Resta un nodo non secondario da sciogliere: le alleanze. Bonaccini in Regione governa con il campo progressista più largo possibile che va dalla sinistra al Terzo polo calendiano-renziano. È un modello esportabile? Su questo è stato generico, prima vuole definire l’identità del partito poi si vedrà.

L’avversaria principale sarà Elly Schlein

Elly Schlein

La corsa del presidente dell’Emilia-Romagna ha buone possibilità di vittoria ma troverà, probabilmente, un ostacolo in Elly Schlein, ora parlamentare ma fino due mesi fa sua vice presidente in Regione, destinata a candidarsi segretaria pur senza essere iscritta al Pd in virtù di una recente modifica statutaria. È una stranezza, sì. Ma non l’unica. Bonaccini stesso, se diventerà segretario, sommerà due ruoli difficili: quello di presidente di una importante Regione “snodo” d’Italia e quella di segretario di un partito che, se vuole continuare ad esistere, ha quanto meno bisogno di una forte cura. Funzionerà a metà tempo in un luogo e nell’altro? Nicola Zingaretti ci è già passato e non è andata molto bene. Ma tant’è.

Quella che appare la “traversata nel deserto” del Pd ha una grossa incognita: le correnti faranno lavorare il vincitore, chiunque sia? Oppure paralizzeranno il partito come è avvenuto con tutti i segretari che si sono succeduti, da Veltroni in poi? Per Bonaccini “non possiamo più permetterci di selezionare le classi dirigenti attraverso le correnti. Né di organizzare il partito stesso e il suo funzionamento attraverso le correnti. Né di fare le candidature per percentuali di correnti. Semplicemente perché il meccanismo, come abbiamo visto, non funziona: alla lunga non seleziona il merito ma la fedeltà, non produce unità e sintesi ma frammentazione, non porta consensi ma, anzi, ne fa perdere”. Elly Schlein per il momento non si è infilata in questa discussine e ha preferito stare ai temi che più la caratterizzano: dal lavoro all’emergenza climatica con la proposta di un nuovo statuto dei lavoratori e il salario minimo per combattere le diseguaglianze.

Il ruolo invasivo delle correnti

Incontro tra Berlinguer e Moro nel 1977

E a proposito di correnti, che non staranno certo alla finestra. Bonaccini ha tra i suoi “Base riformista”, ovvero gli ex renziani più una fitta rete di sindaci, amministratori locali e regionali (Giani, Gori, Sala…) oltre a Delrio e Orfini. Schlein avrà l’appoggio di Franceschini, Zingaretti, Lepore, Provenzano, Orlando (se non correrà in proprio). Voci dicono che per lei si schiererà anche Prodi. La logica suggerisce che Letta farà da arbitro.

Insomma, alla fine tutto fa pensare che sarà una battaglia congressuale “classica”. Se il partito sceglierà di allearsi con Conte o Calenda o tutti e due per ora non è all’ordine del giorno anche perché le politiche ci saranno fra cinque anni (ma prima si voterà ovunque nei Comuni e nelle Regioni). Così come resta un’incognita se il vincitore intenderà impegnarsi nella ricostruzione di un qualche pensiero ideale un po’ più solido di quello che nella pratica ha caratterizzato il Pd, adattatosi a vivacchiare di governo facendo peraltro contenti Ue e Usa.

Quanto ai ritratti di Berlinguer e Moro resteranno appesi nei circoli, qualunque significato abbiano per il sempre meno numeroso e motivato popolo del Pd.