M5s, tutto cambia perché nulla cambi. I movimentisti scelgono la via della palude

Fossero andate le cose come molti temevano, a quest’ora si tratterebbe di raccontare come l’ex leader dei cinque stelle, Di Maio, attuale ministro agli Esteri sempre a nome dello stesso partito, fosse stato defenestrato per sempre dagli annuari M5s. Sarebbe stata una magnifica curva a gomito – una delle più “belle” e compiute – della storia grillina che, invece, per ora è congelata, tutto fermo, sull’orlo di non si sa che, perché di precipizi se ne son già visti molti da quelle parti e si deve essere attivata una robusta resistenza alle vertigini.

Di Maio resta congelato

Insomma, Di Maio l’eretico non è stato espulso, nonostante le premesse. In perdita nettissima di consensi, questa forza politica viene così interessata da alcuni fenomeni classici nella fisica del caso. Sottoposta a fortissima pressione che coinvolge perfino l’istinto di sopravvivenza, tende ad aprirsi in due, in una polarizzazione che comunque fa appello, mediamente, agli istinti recessivi delle parti in causa.

Si stanno confrontando, di conseguenza, due anime interne: i filogovernativi, che a partire proprio da Di Maio possono contare su parecchi anni di esperienza in materia, e gli altri. Questi ultimi non possono che provare a smentire i loro colleghi alloggiati attorno a palazzo Chigi, nella faticosa ricerca di una pista che li salvi dall’annullamento, anche in Parlamento.

Le prossime politiche sono ormai in vista. In mezzo, ecco i princìpi: armi o no all’Ucraina? Atlantismo per dna oppure chi se ne frega? Europa ad ogni costo oppure stiamo a vedere come butta? E non sono oscillazioni nuove per il M5s, da tempo queste vibrazioni interessano gruppi parlamentari e regionali.

La questione delle armi all’Ucraina

M5sE infatti, la scintilla di questi giorni parte proprio da lì, dal Parlamento dai cui banchi grillini esce l’ipotesi di un documento che ridisegna la partecipazione del Movimento all’azione corale di sostegno agli ucraini invasi dai carri di Putin. In pratica, quel gruppo di senatori vuol far sapere che non vogliono più trovarsi a votare l’invio di altre armi ai resistenti ucraini. Un colpo durissimo al M5s che da tempo pratica l’autoannullamento per scissione, ma anche al governo italiano e alla qualità della sua presenza nell’Alleanza Atlantica, nonché all’Europa. Tanto che, alla luce di quel documento, l’ambasciatore russo in Italia, Razov, si è complimentato tempestivamente per il disaccordo raggiunto nel paese a proposito dell’invio delle armi a Kiev.

Gli sconosciuti firmatari di quel “sasso” hanno agito senza che Conte ne sapesse una virgola? Perché proprio Conte da un po’ di tempo si sta impegnando a suo modo nel prendere le misure ai più delicati passi del governo di cui pure fa parte. Armi comprese. Insomma, Di Maio replica impugnando la bandiera della Nato mentre imputa ai suoi “pacifisti” l’aver posto l’Italia in grande pericolo. Nessuno mai prima dentro il Movimento aveva accusato gli altri suoi commilitoni di essere un pericolo per il paese.

Conte si risente e intanto altri bei nomi si incaricano di ridurre in polvere Di Maio, pupillo di Grillo dei tempi andati. Lo giudicano “finito”, uno che si sta aprendo la strada dell’abbandono. Non solo: sui blog, Di Maio può malinconicamente provare il sapore della gogna alla quale negli anni ruggenti sono stati sottoposti molti uomini politici e giornalisti non allineati: lì lo fanno a pezzi. E lui lamenta con molte ragioni “c’è odio contro di me”. Non c’è dubbio.

Nessuna scissione, nessun esodo

M5sTutti si aspettano che l’ex leader maximo tolga le tende e se ne vada per la sua strada, accompagnato dal gruppo dei filo-governativi. Ma non accade e nemmeno succede che il Consiglio nazionale del partito – riunito di notte – inviti il ministro degli Esteri a prendere atto che il suo rapporto con il M5s è finito. Poi aggiornano la riunione e chissà come va a finire. Ma intanto, è prevalsa una linea cauta “saggiamente” democristiana, non si muove nulla. O quasi… e quel poco comunque sembra indicare la via che si intende percorrere.

Cioè: mentre si annuncia a gran voce che Di Maio è dalle loro parti una presenza estranea, si smentisce l’autorevolezza del documento dei “pacifisti” e si promette che in pratica la risoluzione dei cinque stelle alla fine non dirà parola sull’invio di altre armi a Kiev. Ma si appellerà per un più intenso coinvolgimento del Parlamento, anche sulle eventuali armi da mandare agli ucraini. Con Conte pietra angolare della mediazione e chiave del raffreddamento delle parti. Ciò non impedirà alla Nato di apprezzare il fatto che l’Italia, come ha ghignato Razov, sia l’anello debole della catena. Certo, si può fregarsene. Ma si può non capire Di Maio quando rinfaccia ai suoi amici d’essere, in sostanza, degli incoscienti? Loro obietteranno che stanno semplicemente cercando di salvare quel che resta del Movimento, prendendo distanze da un governo che a loro non sembra aver offerto chance positive al marchio.

Di Battista dietro l’angolo

Poi, ad attenderli alla fine del travaglio c’è Joe Falchetto, Di Battista, che segue queste evoluzioni da fuori campo e da molto non vede l’ora venga il suo momento. Se c’è un anatomo-patologo pronto a dissezionare un cadavere politico in questa vicenda è lui, l’ex gemello di Di Maio. Prima alimentato con una duratura collaborazione dal Fatto Quotidiano, subito dopo affidato alle cure tenaci di Dimartedì (La7). In un clima di avvento che accompagna un investimento evidentemente giudicato in grado di rendere.

Quindi, il peggior nemico esterno del M5s oggi è un ex Cinque stelle, mentre il peggior nemico interno – detta da loro – del Movimento non è banalmente un ex amico, ma il capo dei capi quando non c’era Grillo. Si sono allevati una serpe in seno? Due serpi? Domani, Draghi – alla vigilia del Consiglio Ue – riferirà in Parlamento prima che si voti una risoluzione speriamo senza veleno.