L’uso delle parole è una scelta politica. Meloni sceglie il maschile e perde un’occasione

La conquista di Palazzo Chigi da parte di una donna ha consentito di trovare almeno un segno di unità nelle reazioni al nuovo governo.  Paradossalmente su questo aspetto più positive da sinistra o nell’universo femminista che dallo schieramento che ha prodotto involontariamente la novità più clamorosa dall’inizio della repubblica.

dal sito www.governo.it

Ci ha pensato la premier a smorzare gli entusiasmi e a rinfocolare le polemiche chiedendo in forma ufficiale di non usare per lei e i suoi atti la forma al femminile. Una richiesta che va a cozzare con l’evoluzione del linguaggio di questi anni. E che non è una questione solo di a/o, di la e il, ma di visione politica vecchia e subalterna che, nonostante i tacchi dodici siano finalmente riusciti a calpestare la guida rossa di Palazzo Chigi ai piedi di una giovane donna, conferma ancora una volta che un incarico declinato al maschile dimostra più autorevolezza, più vigore. Suona abbastanza strano, ed è il caso di rifletterci, che operaia lo si usi tranquillamente e ministra viene contestato.  E in nome della neutralità della funzione non si possono cancellare secoli di battaglie in difesa del diritto a concorrere e a dover rinunciare alla conquista di ogni traguardo.

La scelta di Meloni

La scelta di Meloni (per favore dato che non si dice il Draghi o il Mattarella meglio abituarsi a togliere l’articolo anche per la premier e per tutte le altre) ha aperto un dibattito che sembrava dovesse essere cancellato proprio dall’arrivo di una donna a guidare un governo. Un esecutivo per lo più fatto di vecchie figure della politica e di paladine del tornare precipitosamente indietro in tema di diritti acquisiti e ancora da conquistare. Nonostante lotte faticose e speranze disattese in anni in cui comunque il centrosinistra ha governato, ma con poco coraggio e molti rinvii.

Sull’argomento ha preso posizione netta l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, l’azienda in  cui il rimescolamento delle carte e delle nomine è imminente alla luce della nuova maggioranza. Per una sedia o poltrona altro che il o la, tanto più che è  vacante  la direzione del Tg2 lasciata da Gennaro Sangiuliano, nuovo ministro della Cultura e fedele da sempre e senza ripensamenti agli ideali della destra più tradizionale. E con effetto domino tante altre posizioni.

L’uso delle parole è politico

Il primo consiglio dei ministri. Dal sito www.governo.it

“La scelta del linguaggio e l’uso delle parole -scrivono in un comunicato congiunto l’Usigrai e Giulia, l’associazione di Giornaliste Unite Libere Autonome-sono indubbiamente e strettamente legati alla visione della politica, riguardano per lo più i grandi temi di intervento culturale, e la sensibilità giornalistica obbligatoriamente li riproduce. È proprio di fronte a questa constatazione di carattere generale, che ha attraversato le culture politiche e governative che si sono succedute storicamente nel nostro Paese, che le giornaliste invitano tutte le colleghe e i colleghi a non considerare anche il linguaggio sessuato come elemento di distinguo politico nella lingua italiana”.

“Dire e scrivere ministra o premier non è di destra o di sinistra. È la grammatica da molto prima di noi, ribadito nei testi grammaticali di riferimento. È il riconoscimento dei ruoli e il rispetto, sempre dovuto, a lettori e telespettatori. Ci sono le direttrici e le avvocate, e non è – per chi lavora nei media – una libera scelta modificarne la natura sessuale. Si dice presidente, non presidentessa. E soprattutto non si chiede come una autorità politica o sociale voglia essere chiamata sui media: per quello c’è la grammatica”. Per questo viene giudicato “grave e pericoloso che un cambiamento nella sfera politica induca invece i media a riadattare il linguaggio nel racconto degli uomini e delle donne, svilendo una presenza nuova e rinnovata e negando che questi possano essere “orpelli”. I simboli hanno forza dirompente, e in questi giorni di battaglie sul velo delle donne iraniane lo dovrebbero ricordare in modo ancora più forte”.

“Nessuno sia obbligato a usare il maschile”

Quindi, ha precisato il sindacato “nessun collega può essere obbligato ad usare il maschile, anzi i giornalisti Rai sono tenuti a declinare al femminile i nomi. Anche nel rispetto del Manifesto di Venezia che fa preciso riferimento al linguaggio di genere e che la policy di genere aziendale, indica di usare il femminile lì dove esiste”.

Se l’Accademia della Crusca, massima autorità in materia, conferma che “è giusto dire la  presidente, la premier, la prima ministra” ma non è un obbligo anche se “chi usa questi femminili accetta un processo storico ben avviato” a dirla col presidente Claudio Marazzini. Non un errore grammaticale da matita blu la scelta di Meloni ma la preoccupante conferma da parte della premier, di avere il convincimento che il maschile sia superiore al femminile. E che la parità è ancora un obbiettivo lontano se a negarlo, con la negazione di una desinenza, è proprio una donna arrivata ad un traguardo così importante.