L’Unità, le sue passioni e quella stagione che non temeva il conflitto. Un libro di Fabio Luppino

Fabio Luppino, giornalista e fino a un po’ di anni fa giornalista dell’Unità, dopo aver scritto un romanzo che definirei “lieve”, “Con gli occhi di un terzino sinistro”, testimonianza di una “infanzia”, reale e metaforica, felice e soprattutto ancora aperta al mondo, che guarda il mondo, cioè Roma, con meraviglia, ci conduce, attraverso quest’altra “opera”, “Quei giorni torneranno” (Santelli editore, pagine 150, euro 12,99), nella sua (e nella nostra) età adulta, età di qualche sogno, di molte illusioni, di frequenti tradimenti, vissuti in neppure lenta progressione, prima e dopo la barriera dell’Ottantanove.

Là era il campo di calcio, a Spinaceto, periferia romana a sud del grande raccordo anulare, quartiere nato negli anni sessanta, a dettare le speranze. Qui il campo di calcio è un giornale e sono le strade di una città tumultuosa, dentro la quale le vite, in questo caso le vite di sei donne, si consumano di velleità e di inganni, ma anche di passioni, passioni che dicono di amore, impegno, solidarietà, generosità, altruismo, di memoria e di consapevolezza, di coraggio e di frustrazione…

Il titolo prende probabilmente le mosse proprio da quel “vento di passioni”, private e collettive, che sospinse molti giovani verso altri giovani, verso la politica, fino alla caduta, nell’idea con rabbia che un’esistenza non si potesse chiudere nell’isola dell’egoismo, dell’individualismo.
Il giornale lo si riconosce facilmente: l’Unità. Qualche nome compare: Furio Colombo, Travaglio, Concita De Gregorio… Luppino, generosamente, ne ha scordati molti altri… Solo un riferimento indiretto all’autore del memorabile “Scusaci principessa” di prima pagina, all’indomani della morte per incidente stradale di Lady Diana.

E’ il ritratto di una fase, di anni, tra “alti” incerti e “bassi” profondi, per riassumere l’avventura finale di un grande quotidiano, voluto da Antonio Gramsci (nel 2024 sarà un secolo dalla fondazione), un’avventura lungo la quale si sono consumati attese, rivolgimenti, sciatterie, persino eroismi, anche per ultimo il disegno esplicito di chiudere con una tradizione antica, considerata ingombrante dagli innovatori. Con un sottofondo costante: l’aggrovigliarsi in discussioni eterne, spesso, inconcludenti, guerre tra partitelli e correnti sul piccolo titanic, accapigliandosi per scegliere quale “linea politica” coltivare, con chi e contro di chi, soprattutto su quale scialuppa di salvataggio saltare, mentre incombevano i debiti e la sfiducia e le medicine erano peggio della malattia .
Le storie si intrecciano, le donne appunto, cioè l’umanità che si misura con le ambizioni, le gioie, le pene quotidiane, e il giornale, secondo un punto di vista che non fa la storia, ma che diventa particella insostituibile di una storia, che volesse essere vera e che per essere vera dovrebbe essere capace di comprendere tutto, anche le miserie, povertà economica e povertà ideale e politica, smarrimento e persino rinuncia al “mestiere” del giornalismo, alle sue regole, che potevano rappresentare un ancoraggio.
Il libro, se si cerca una definizione, è difficile fissarlo in un genere: non è “romanzo”, per quanto Giovanna, Ginevra, Alice, Francesca, Giulia, Caterina, le sei donne, siano protagoniste di vicende che si presentano con il tono narrativo, fitte di sentimenti e di intimità; non è “saggio”, perché la ricostruzione lascia moltissimo spazio alla percezione e alle ragioni personali (non a caso la “testata” non compare mai). Mi sono preso una licenza e mi è venuto da pensare che lo si potesse immaginare come una “no fiction novel”, categoria letteraria inventata quando si trattò di giudicare un capolavoro come “A sangue freddo” di Truman Capote. Si raccontava di feroci delitti in una casa di campagna dell’Arkansas.

Anche nelle pagine di “Quei giorni torneranno” si legge di alcuni delitti, senza spargimento di sangue, ma delitti comunque: nei confronti delle illusioni di un generazione, in modo molto diretto pure di un giornale, che aveva per decenni, in clandestinità o in libertà, raccontato i fatti del mondo e soprattutto le aspirazioni di milioni di lavoratori, un crimine per errori, disattenzioni, negligenza e pure per volontà manifesta: quanti, nel partito cui l’Unità faceva riferimento, pensarono che fosse giunto il momento di chiudere con quella esperienza, cercando altrove una voce amica (mi pare mai trovata).
Si dovrebbe dire di altri delitti, che mi pare abbiano gran peso nella sensibilità di Fabio Luppino: il giornalismo, ad esempio (e in questo caso si torna all’Unità e alla sua morte), e poi la scuola.
A proposito di giornalismo si legge: “La scomparsa dei fatti, il parametrare l’esistente alla propria condizione… l’autoreferenzialità del giornalismo negli ultimi venti anni è la causa principale della crisi di credibilità. Parlarsi addosso, non scavare più anche se ci sarebbe moltissimo da cercare. I fenomeni implodono e poi esplodono quasi sempre nella meraviglia di chi doveva capirli prima…”. Se diventa inaffidabile, l’informazione segna la sua fine.
Le disgrazie della scuola rivivono nei pensieri di Caterina, con la lucidità dell’analisi e l’emozione della denuncia. Una lunga teoria di disastri e di responsabilità, ai quali Luppino risponde proponendo gli articoli della Costituzione, a cominciare dall’articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi…”.

Un “testo rivoluzionario”, da leggere, raccomanda Luppino, al termine di quella che si può avvertire come una invettiva contro coloro che, al governo o fuori (anche tra gli insegnanti e tra le famiglie, per inerzia, per superficialità), hanno pensato alla scuola male o non hanno pensato affatto, assecondando quei processi di disgregazione che stanno nella società, reprimendo invece le voci di ogni protesta (citazione per il movimento della Pantera, che alla conclusione degli anni ottanta contestò la riforma universitaria proposta dal ministro Ruberti, socialista in un esecutivo guidato da Giulio Andreotti, riforma pensata nel segno della privatizzazione dell’università pubblica).
In copertina, sotto il titolo, compare la foto di due ragazzi, seduti a terra, che si abbracciano, lui con l’atteggiamento di chi vuol proteggere, perché davanti s’impongono, in un taglio diagonale della immagine, un braccio e un manganello. La foto, racconta Luppino in un capitoletto finale, è di Alberto Pais, professionista romano, che la scattò nel 1993 ad una manifestazione sindacale, durante la quale la polizia non rinunciò a far uso di lacrimogeni. La foto è il riepilogo di una stagione, che chi scrive sente migliore del presente, una stagione che non temeva il conflitto, prima che altri tempi lasciassero via via ai margini la forza di tanti, fino al punto di dimenticarsene, come gli stessi interpreti hanno dimenticato, come la “gente” del populismo nostrano, rassegnata o inconsapevole, ha dimenticato.