Pd, le scelte difficili
di Bologna e Rimini:
è rischio testacoda

Passi falsi, mosse azzardate, soluzioni contraddittorie: in Emilia-Romagna le elezioni amministrative del prossimo autunno sono ad altissimo rischio. Andranno al voto per eleggere il sindaco e i Consigli comunali 47 Comuni su 328. Tra essi anche Bologna, capoluogo di regione, e Rimini e Ravenna, capoluoghi di provincia. Ci sono poi sei Comuni oltre i 10 mila abitanti: Cattolica, Cento, Cesenatico, Finale Emilia, Pavullo, San Giovanni in Persiceto.

Matteo Lepore

Le situazioni politicamente delicate sono quelle di Bologna e Rimini, dove i sindaci in carica (Virginio Merola e Andrea Gnassi) hanno esaurito i mandati e dove il Pd si gioca molta della sua credibilità. Al contrario a Ravenna l’uscente Michele De Pascale, anch’egli Pd, è il candidato naturale al secondo mandato.

Il dilemma continuità-discontinuità

Bologna e Rimini si sono venute a trovare in situazioni diverse, anche se per i dem hanno il minimo comun denominatore sul tema della “continuità” con il decennio passato. A Bologna c’è stata una spregiudicata iniziativa renziana che ha creato fin troppo disorientamento nel Pd; a Rimini la divisione è tutta interna al Pd. A Bologna la soluzione verrà presa con le primarie il 20 giugno e si contenderanno la “nomination” Matteo Lepore, assessore alla Cultura della giunta Merola e Isabella Conti, sindaco di San Lazzaro di Savena buttata nella mischia da Renzi. A Rimini la decisione invece è stata messa in capo alla Direzione Pd ed è possibile, ma non certo, che designerà Jamil Sadegholvaad, assessore alla Sicurezza della giunta Gnassi.

Isabella Conti

Entrambe le situazioni sono state seguite da vicino dal segretario regionale Pd Paolo Calvano e, soprattutto a Rimini, anche dal presidente della Regione Stefano Bonaccini. Proprio per questo la differenza negli strumenti di scelta delle candidature è eclatante. Il percorso teoricamente più lineare e aderente allo statuto del Pd è quello adottato sotto le due torri mentre nella capitale del turismo si naviga a vista con continui cambiamenti di scenario tra candidature che spariscono e riappaiono, per via di regole elastiche ed adattabili.

Primarie sì (Bologna), primarie no (Rimini)

In entrambe le città, tuttavia, di logico c’è poco. Quel che si può ipotizzare è che a Bologna il Pd scommetta sulla vittoria di Lepore nelle primarie di una coalizione che “soffre” palesemente la presenza di Italia Viva e guarda con stupore alla disinvolta incursione di una sindaca in carica (è stata eletta nel 2019) proveniente “da fuori”. Impressionante, poi, lo sgomitare di alcuni personaggi “border line” tra centrosinistra e centrodestra a sostegno della Conti i quali se vincerà Lepore prenderanno armi e bagagli e passeranno nel centrodestra.

Jamil Sadegholvaad

Gli unici numeri a cui si può realisticamente fare riferimento sono quelli delle regionali del 26 gennaio 2020 quando Bonaccini vinse con una buona percentuale.

Rischi alti come nel 2019

Perfino più caotica la situazione a Rimini, dove peraltro il futuro sindaco riceverà un’eredità amministrativa eccellente, con una città che nei dieci anni passati è cambiata profondamente in meglio. Qui i numeri di partenza sono a favore del centrodestra, e non è una novità: l’hanno certificato le regionali dell’anno scorso e un recente sondaggio che ha creato ulteriori polemiche. La prima ad autocandidarsi è stata Emma Petitti, presidente del Consiglio regionale seguita poi da Sadegholvaad, lanciato da Gnassi.

Emma Petitti

Nel tentativo di evitare una guerra fratricida, la coalizione è andata alla ricerca di un “candidato terzo” dopo avere convinto i due candidati in pista a uscire dalla gara. Solo che il terzo si è rivelato una chimera ed ha fatto sprecare tanto di quel tempo che è passato il momento buono delle primarie (incompatibili con la stagione turistica). Sul timing di tutta la trafila persistono, comunque, legittimi sospetti accresciuti anche dal fatto che Bonaccini, oltre a non volersi privare della presidente del Consiglio, si ritroverebbe in maggioranza un consigliere subentrante schierato con Calenda. Ad ogni modo il famoso sondaggio rivela che ai gazebo il favore degli elettori del centrosinistra sarebbe andato alla Petitti, notoriamente forte nella raccolta delle preferenze individuali.

Deciderà, quindi, la Direzione del Pd. Sulla carta dovrebbe scegliere tra Petitti e Sadegholvaad. Ma potrebbe succedere che l’assessore, alla fine, resti l’unico in corsa per lo sfinimento della competitrice e di tutto il partito. Comunque la Direzione è stata allargata da 52 a 74 membri, consentendo l’ingresso di cariche istituzionali “dimenticate” e c’è chi ha calcolato che ora i numeri dovrebbero essere favorevoli all’assessore. Contro l’allargamento della Direzione pende il ricorso di un ex vice sindaco, Maurizio Melucci.

In questa situazione impazzita, il Pd – che nel 2019 ha perso città importanti come Forlì e Ferrara – rischia l’osso del collo.