L’ultra-destra incensa Meloni, inizia un nuovo assalto sovranista alla Ue?

Ci sono anche Alice Weidel e Tino Chrupalla, presidenti di Alternative für Deutschland, a fare i complimenti a Giorgia Meloni. Insieme con Marine Le Pen e colui che la insidia in patria da una destra ancora più destra, Eric Zemmour. C’è Santiago Abascal, il leader dei falangisti del XXI secolo di Vox e naturalmente Viktor Orbán, che ha affidato i suoi complimenti alla penna dell’omonimo che gli fa da “direttore politico”. E poi il capo del governo cèco Petr Fiala e, soprattutto, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, che forse (e vedremo perché) è il più gradito di tutti. Se non lo hanno già fatto, scriveranno pure i capi degli Sverigedemokraterna, l’unico eurodeputato di “Soluzione Greca” Kyriakos Velapoulos, che ha presentato un progetto per deportare i migranti su un’isola deserta come i nazisti pensarono di fare con gli ebrei nel Madagascar, e chissà quanti altri esponenti di gruppi e gruppetti che fanno capo alla frazione dei Conservatori e Riformisti nel parlamento di Strasburgo.

meloni orban
Meloni e Orbàn

Con i messaggi di congratulazioni arrivati a Giorgia Meloni per l’exploit elettorale in Italia si potrebbe disegnare una mappa aggiornata dell’estrema destra europea, con qualche estensione extracontinentale in Brasile con Jair Bolsonaro o dalle parti di Washington con Gordon Chang, il nuovo guru dei trumpiani americani che ha sostituito Steve Bannon, l’ex “grande amico” di Meloni e Salvini ormai occupato solo a evitare di trascorrere anni in carcere.

Disegno di un progetto politico

Innocue manifestazioni di simpatia ideologica? O la trama e l’ordito di un progetto politico che si va strutturando e del quale l’affermazione della destra più destra in un paese importante, tra i fondatori dell’Europa, sarebbe un passaggio decisivo?

Quando si dice che a Bruxelles c’è “preoccupazione” per quanto sta avvenendo in Italia si dà implicitamente una risposta a questa domanda. La memoria torna ai mesi della campagna per le elezioni europee del 2019, quando il fronte composito dei sovranisti preparava l’assalto all’assetto politico dell’Unione gridando che avrebbero sostituito le sante ragioni dei loro spiriti nazionali all’odioso monopolio socialpopolarliberale che governava le istituzioni di Bruxelles. La Grande Offensiva fu povera cosa: a parte un ragguardevole risultato della Lega di Salvini (altri tempi…), che venne letta però come un fatto molto italiano, i sovranisti restarono al palo quasi dappertutto. Conferma, oltre che delle debolezze politiche nelle patrie rispettive, della lapalissiana verità per cui alleanze internazionali tra le destre nazionali sono molto difficili se non impossibili proprio per via del nazionalismo di chi pretende di stringerle.

Ma se il ribaltone non ci fu, la paura però rimase. E rimane. Da anni, ormai, la Commissione di Bruxelles e il parlamento europeo combattono contro i tentativi di rimettere in discussione i princìpi di coesione e di solidarietà nell’Unione da parte dei governi nazionalisti del cosiddetto gruppo di Visegrád. Il quale non è mai stata una “alleanza” per i motivi detti su, ma ha funzionato, a lungo, come una piattaforma di comuni interessi finanziari e comuni princìpi ideologici convergenti nel rifiutare il principio della cessione di sovranità all’Unione, fino a implodere per l’insofferenza dei polacchi verso il deplorevole flirt di Orbán con Putin (che, sia detto per inciso, non pare aver disturbato l’atlantistimissima Meloni).

Chiamiamolo nazionalismo

L’atteggiamento dei dirigenti di Varsavia e di Budapest è stato chiamato sovranismo, ma forse sarebbe più utile definirlo, più tradizionalmente, nazionalismo. Esso infatti è ancorato a tutti i valori che definiscono storicamente il nazionalismo: l’egoismo economico e tendenzialmente il protezionismo, l’ostilità verso gli stranieri e i “corpi estranei” delle minoranze etniche, culturali, religiose, sessuali, il rifiuto dell’integrazione, l’idolatria della cultura, della lingua e della religione nazionali, il rifiuto di ogni discussione sui modelli familiari e sui diritti delle donne, le rivendicazioni territoriali e via elencando. L’autoritarismo con il quale questo sistema di disvalori viene cucito insieme e preservato dalle “ingerenze” dall’esterno, ha trovato una sua sistemazione teorica nelle teorie della “democrazia illiberale”: è il popolo che lo ha scelto e lo ha votato, quindi è legittimo e ingiudicabile dagli altri. Ne consegue che è inaccettabile l’idea che esista un diritto superiore a quello della nazione.

Ursula von der Leyen

Dovrebbe essere evidente che l’affermazione del primato del diritto nazionale su quello europeo è distruttiva dei fondamenti stessi dell’Unione e stupisce l’indifferenza con cui in Italia è stato accolto il fatto che proprio quella tesi sia stata sostenuta nella campagna elettorale e ancor prima da Giorgia Meloni, che a suo tempo aveva addirittura presentato una proposta di legge costituzionale per promuoverla. E stupisce, di conseguenza, anche l’ipocrita levata di scudi che si è levata, paradossalmente anche a sinistra, subito prima delle elezioni contro la presidente della Commissione Ursula von der Leyen quando, rispondendo a una domanda sulla possibilità dell’affermazione elettorale in Italia di chi sostiene quella tesi, ha affermato che la Commissione ha gli strumenti per far valere il diritto dell’Unione, come sta già facendo – ha aggiunto – con Polonia e Ungheria. Non si è trattato di un’“ingerenza nella campagna elettorale” ma di una doverosa rassicurazione sulla volontà di salvaguardare un principio fondante dell’esistenza dell’Unione europea.

L’atteggiamento “polacco”

E qui veniamo alla domanda sollevata all’inizio. Il governo italiano che si formerà in conseguenza dei rapporti di forza parlamentari determinati dal voto del 25 settembre manterrà l’atteggiamento “polacco” sulla questione del diritto nazionale? Unirà la storia e il prestigio di uno dei paesi fondatori dell’Europa al fronte di coloro che resistono in ogni modo al progresso dell’integrazione? L’ondata di “simpatia” che si è rovesciata su Giorgia Meloni dall’estrema destra è il segnale di un nuovo, possibile assalto nazionalistico alle istituzioni dell’Unione?

Il primo ministro polacco Morawiecki

La risposta implicita che, come abbiamo detto, viene da Bruxelles non è, purtroppo, chiarissima, neppure dopo la messa a punto di Ursula von der Leyen. La mancanza di chiarezza si manifesta anche nell’accettazione passiva di una voluta confusione con la quale la leader della destra italiana ha ammantato la propria posizione nei confronti delle comunità cui appartiene il paese che si appresta a governare. In tutte le dichiarazioni pubbliche e nelle innumerevoli “excusationes non petitae” nelle quali si è esercitata nelle settimane della campagna elettorale ha sempre sostenuto di essere “atlantista” ed “europeista” usando i due termini come se indicassero la stessa cosa, lo stesso atteggiamento, la stessa scelta. Ma non è così.

Si può essere “atlantisti”, cioè considerarsi fedeli alleati nella NATO, senza essere “europeisti”, cioè favorevoli al progresso dell’integrazione europea. Il governo polacco di Mateusz Morawiecki – e più ancora il partito di cui è espressione, il PiS di Jarosław Kaczyński – è schierato totalmente con l’Alleanza atlantica, fino ad assumere talvolta atteggiamenti “più realisti del re”, ma non è certo favorevole all’integrazione europea. In questo loro atteggiamento i dirigenti di Varsavia sono pienamente sostenuti dall’amministrazione americana, che non si pone certo il problema della correttezza dei rapporti tra la Polonia e l’Unione europea e anzi mostra notevole coerenza con il principio secondo il quale le adesioni alla UE dovevano andare di pari passo con quelle alla NATO che venne pressoché imposto agli europei da una precedente amministrazione, quella di Clinton.

Le colpe di Putin

Fra le tante gravi conseguenze dell’avventura militare di Vladimir Putin c’è, insieme con l’aggressione a un paese sovrano in spregio del diritto internazionale e le tremende sofferenze che ne sono derivate alle popolazioni civili, anche questa: il nazionalismo panrusso che ha anima la guerra ha provocato il risveglio di altri nazionalismi che covavano sotto la cenere e lo sdoganamento nei paesi che temono per la propria sicurezza di atteggiamenti di chiusura verso l’esterno, di ripiego nella difesa cieca delle proprie, sempre egoistiche e spesso insostenibili, piccole sovranità.

Il patriarca Kirill e Vladimir Putin

Il problema, che rischia di rendere la risposta europea debole e contraddittoria anche nei confronti dei rigurgiti nazionalistici è che la confusione tra i due piani non è solo di Giorgia Meloni, ma anche, in buona misura, dei dirigenti delle istituzioni di Bruxelles.

Prima che Putin aggredisse l’Ucraina la Commissione aveva adottato misure molto severe tanto nei confronti di Budapest che di Varsavia, fino al congelamento della corresponsione dei fondi del Next Generation EU, poiché nei due paesi non venivano rispettati i princìpi dello stato di diritto: indipendenza della magistratura, libertà di stampa, rispetto delle diversità, diritti delle donne e via elencando. Poi però i fondi polacchi sono stati sbloccati, nonostante il parere contrario del parlamento europeo. Si è giudicato che il fatto che la Polonia fosse in prima fila nelle possibili mire aggressive russe dovesse avere come conseguenza un atteggiamento più morbido di Bruxelles. Resta, è vero, il contrasto sull’assurda pretesa sostenuta dalla Corte costituzionale polacca (addomesticata dal governo) di sancire la superiorità del diritto nazionale su quello comunitario, ma a differenza che nel passato la vertenza viene affrontata più sul piano giuridico che su quello politico.

Ci sono molti motivi per ritenere che questa tendenza al compromesso in nome di un presunto superiore interesse dell’occidente sia un errore e, forse, un pericoloso precedente anche in relazione ai contrasti che potrebbero sorgere con il futuro governo italiano.