L’ultimo Martone. Quella pericolosa Nostalgia, nella realtà del rione Sanità

Leggendo il romanzo di Ermanno Rea dopo aver visto il film di Mario Martone, alcuni aspetti di “Nostalgia” vengono meglio illuminati e il film, almeno a chi scrive, sembra ancora più bello. Non parliamo del finale, che nel libro è l’incipit – e questo è uno spoiler solo per chi ha letto il libro, quindi non è uno spoiler… Parliamo del contesto. Che Rea ricostruisce con dovizia di ricerche e di erudizione, e che Martone – in un mezzo “sintetico” come il cinema, dove una storia di centinaia di pagine va raccontata in meno di due ore – deve dare, diciamo così, per acquisito.

Protagonista è la Sanità

Il contesto è la Sanità. Un quartiere di Napoli a suo modo unico. Immortalato da Eduardo e dalla casa natale di Totò, quindi dai due massimi talenti teatrali che Napoli abbia espresso nel Novecento. Per Martone Totò è il simbolo massimo della Sanità: nel suo essere al tempo stesso nobile e plebeo, ne racchiude l’essenza con tutte le sue contraddizioni.

Ma sarà bene dire subito che Martone non è della Sanità: viene da altre zone, più borghesi, della città: e del resto tutti sappiamo, anche solo dopo qualche visita superficiale, che Napoli è Sanità e Quartieri Spagnoli, è Forcella e Secondigliano e Scampia, ma è anche Chiaia, Vomero, Posillipo, Marechiaro e Mergellina. È un mondo fatto di tanti mondi che in tante vite di tanti napoletani non si incrociano mai. C’è chi a Napoli vive sul mare, nel mare e DEL mare, e c’è chi il mare non lo vede mai nemmeno da lontano.

film di MartoneRea spiega la Sanità dedicando lunghi capitoli del suo romanzo alla storia del quartiere. Fin dai tempi di Nea Polis, quindi dei greci e poi dei romani, la Sanità era luogo dedicato alla sepoltura dei morti. La sua caratteristica principale è di essere una zona in cui l’inurbamento è cresciuto sopra una sorta di città sotterranea, fatta di caverne e di catacombe. Poi, sulla collina di Capodimonte è stata costruita la reggia: e la Sanità è diventato luogo di passaggio del Re, che percorreva i suoi ripidi vicoli per trasferirsi dalla reggia sul mare a quella in collina.

Così Martone torna a girare a Napoli

Poi, ancora, Murat ha costruito il famoso ponte che bypassa la Sanità per arrivare direttamente a Capodimonte: e che secondo Rea, e Martone è d’accordo con lui, ha “ucciso” il quartiere, trasformandolo in un vallone iper-edificato sempre più povero, e sempre più preda della camorra. Da qui “Il sindaco del rione Sanità”, scritto da Eduardo, che Martone ha portato prima in teatro poi al cinema nel film che ha inaugurato una trilogia che lo stesso regista definisce “involontaria”.

Ricordiamo che Martone, dopo aver raccontato la sua città in “Morte di un matematico napoletano”, “L’amore molesto” e “Teatro di guerra”, l’aveva abbandonata per stabilirsi a Roma e girare, fra il 2004 e il 2014, “L’odore del sangue”, “Noi credevamo” e “Il giovane favoloso”, su Giacomo Leopardi. Il “ritorno a casa”, anche per tramite di Leopardi che a Napoli è morto, inizia con “Capri Revolution” (2018).

Ma la successiva “trilogia” è in buona misura dettata dalle circostanze. Il film dal “Sindaco” nasce da uno spettacolo teatrale fortemente voluto dall’attore Francesco Di Leva. Il successivo “Qui rido io” risale per li rami la genealogia di Eduardo e dalla Sanità si trasferisce al Vomero, dove la scritta cui si riferisce il titolo ancora campeggia su Villa La Santarella, la casa in cui Eduardo Scarpetta regnava incontrastato. Nel giro di pochi mesi, il romanzo di Rea gli viene proposto dai produttori Luciano Stella, Roberto Sessa, Maria Carolina Terzi e Carlo Stella, e il film viene realizzato per Medusa, dopo tante collaborazioni (di Martone) con la RAI.

Nostalgia, il dolore del ritorno

film di MartoneE così, “Nostalgia” diventa la vera full immersion di Martone nella Sanità, un quartiere al quale confessa tranquillamente di sentirsi “estraneo”. Ed è proprio questa estraneità che il film racconta, appoggiandosi a un romanzo che racconta il medesimo territorio fisico ed emotivo attraverso il tema del “nostos”. Il “nostos”, il ritorno, è alla base della letteratura fin dai tempi di Omero: e da lì viene la radice del termine “nostalgia”, dalla fusione di “nostos” e “algos”, che significa “dolore”.

Il dolore di tornare: Felice Lasco (che bel cognome!) torna a Napoli dopo quarant’anni vissuti all’estero, prima a Beirut poi in Egitto. Ha lasciato Napoli a 15-16 anni dopo un fatto traumatico, e ritorna inizialmente per un altro trauma: la vecchia madre sta morendo e lui, dopo quattro decenni di assenza, si sente in dovere di assisterla.

I primi 20-30 minuti di film, per chi non ha letto Rea (come chi scrive, al momento della visione), sembrano raccontare la storia di un figlio che ritrova la madre. Ed è, forse, la parte più bella: anche grazie a un’attrice, Aurora Quattrocchi, bravissima e semplicemente eroica nel prestarsi a una delicatissima scena di nudo in cui Pierfrancesco Favino la prende in braccio e la depone in una tinozza per lavarla.

Il rapporto forte con il don anticamorra

A costo di ripeterci: non sapendo NULLA del romanzo, e non avendo letto trame o anticipazioni, eravamo pronti a un film tutto sul rapporto madre-figlio. Invece, ben presto, la signora muore. La missione di Felice a Napoli sembra finita, ma l’uomo rimane lì, nella Sanità. Ha un’altra missione. Ritrovare Oreste, l’amico di infanzia e di adolescenza che nel frattempo è diventato il boss (il sindaco?…) del quartiere. E lì diventa cruciale, come nel libro, il rapporto con Don Luigi, il combattivo parroco che salva i ragazzi dalla strada ma è anche l’unico capace di trattare alla pari con i malviventi. Lo interpreta Francesco Di Leva, che nel precedente film era appunto il “sindaco”, e ora salta la barricata e si fa prete.

A questo punto, Felice Lasco e Mario Martone sembrano sovrapporsi. Il film diventa un viaggio a ritroso nel tempo (vediamo anche Oreste e Felice da ragazzi, in sequenze girate con un formato diverso, stile anni ’70-’80) e un viaggio periglioso dentro la Sanità, che Felice osserva con sguardo da straniero. Don Luigi è il Virgilio che l’accompagna. Sono sequenze fantastiche, in cui il quartiere sembra animarsi: da ogni finestra, da ogni vicolo occhi invisibili e onnipresenti osservano il prete e il suo nuovo amico che risalgono le vie verso il rifugio di Oreste.

Viaggio iniziatico alla ricerca dell’amico perduto

A noi, vecchi ossessionati dai western, questa parte del film ha ricordato due classici di John Ford, “I cavalieri del Nord-Ovest” e “Il massacro di Fort Apache”: in entrambi questi film, John Wayne compie una sorta di viaggio iniziatico verso le terre indiane, sempre osservato da vedette che si stagliano contro il cielo e le rocce della Monument Valley. Ma ha ragione anche chi ha pensato ad “Apocalypse Now”, al viaggio di Willard verso il regno fantomatico di Kurtz.

Ciò che conta, però, è che Oreste – uno splendido Tommaso Ragno – non ha nulla dei boss alla “Gomorra”. “Nostalgia” è tante cose: una tragedia greca, un western, un road-movie, forse persino una love story fra due ex amici che non si vedono da una vita. Ma la cosa importante è ciò che NON È. Non è una puntata apocrifa di “Gomorra”. Non è un’indagine sulla camorra di oggi o di ieri. Non è un instant movie legato alla cronaca, anche se Rea si ispira a una storia vera.

È, semmai, un cripto-documentario sulla Sanità, in ossequio a una vecchia idea di Martone secondo la quale in ogni film di finzione si nasconde un documentario (e viceversa). Ma non sulla Sanità della cronaca e della sociologia, bensì sui misteri che questo quartiere nasconde e che sono legati a quelle caverne pieni di teschi, alla città dei morti sulla quale sorge la città dei vivi.