Luigi Longo, un leader dimenticato
che allontanò il Pci dal “mito sovietico”

Luigi Longo aveva 17 anni quando la Rivoluzione d’Ottobre conquistò il potere. La sua vita parte da lì, da un evento che lo segnò per sempre. Credo siano intuibili le emozioni che provocò la nascita del primo stato socialista su un giovane che ancora doveva finire gli studi, a guerra in corso, e che doveva fare ancora il servizio militare. Un impatto sconvolgente assistere, alla sua età, alla realizzazione dei propri ideali: ed è a tale impatto che dovremo rifarci quando lo si criticherà, anni dopo, per avere alleggerito troppo lentamente il vincolo con chi gestiva il potere dopo quella rivoluzione. Dentro aveva un vecchio mito e lui, a differenza delle nuove generazioni, era chiamato a faticare di più per riviverlo, e rivederlo con altri occhi, quel vecchio mito. Eppure, a ben approfondire le sue decisioni, si vedrà quanto in realtà fu capace di rendersi autonomo.

 

Longo e Togliatti

Queste note non vogliono essere una sua biografia, neppure sintetica, come nel caso degli altri dirigenti. Intendono, tuttavia, fargli giustizia sul terreno della propria autonomia e mostrare il coraggio che ebbe nel portare il Pci al taglio non già con quella Rivoluzione d’Ottobre alla quale aveva dedicato la propria vita, bensì con gli uomini del potere sovietico che l’avevano tradita. E lo fece passo dopo passo, senza retrocedere dall’obiettivo che si era prefisso: non una rottura bensì una riaffermazione della autonomia del Pci. Come un vero comandante che sa valutare obiettivi, costi e risultati (…).

Mi sono chiesto più volte quale potesse essere il vulcano delle sue emozioni a 17 anni. Nel 1956, quando scoppiò la rivolta d’Ungheria, io avevo 17 anni. Ne sentii gli echi e vidi le pietre, i lapilli e il fuoco anche lontano da Budapest. Non si poteva stare a guardare, e da lontano per di più. Il mio primo impulso fu quello di correre a Budapest e di unirmi agli insorti. La storia che imparavamo a scuola era piena di esempi di italiani che, nell’ottocento, correvano in aiuto di altri popoli. Lontano dalla famiglia, decisi di chiedere un consiglio a un prete che conoscevo. Mi riportò con i piedi per terra. Né più né meno quello che mi avrebbe consigliato, con altre motivazioni, un qualsiasi dirigente comunista dell’epoca.

 

Il commissario politico Luigi Longo “Gallo”, e il comandante del 5° Reggimento Vittorio Vidali

La Rivoluzione d’Ottobre accompagnò Luigi Longo e lo seguì in tutte le turbinose vicende del primo Novecento. Non gli dette tregua. Si avvicinò al Partito Socialista Italiano, dove non rimase a lungo. Ebbe, dal suo punto di vista, il privilegio di entrare immediatamente in contatto a Torino con uomini della statura politica di Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci. Li seguì nel 1921, a Livorno, nella scissione e fondazione del Pci. Fondatore, a vent’anni, del Partito. Non si fermò più. Andò in delegazione a Mosca, dove conobbe Lenin, e al ritorno venne arrestato in Italia e chiuso in carcere per un anno; emigrato poi in Francia, divenne un quadro del Comintern e responsabile del Centro estero della Federazione Giovanile Comunista Internazionale (FGCI); tornò a Mosca ed entrò nell’Esecutivo della Federazione. Un dirigente di peso internazionale a poco più di venticinque anni. Nel 1936 partecipò alla Guerra Civile Spagnola nelle Brigate Internazionali, a fianco di Randolfo Pacciardi nella difesa di Madrid. Divenne Commissario politico della XII Brigata, poi Commissario ispettore generale delle brigate internazionali. Rimase a combattere fino al 1939, assistendo conseguentemente alla vittoria di Francisco Franco e all’avvento del fascismo anche in Spagna. A quel punto emigrò in Francia, venne arrestato e internato in un campo di concentramento; consegnato al governo fascista italiano venne internato a Ventotene. Liberato alla caduta del fascismo, andò a far parte del Comando generale delle Brigate Garibaldi, divenendo vicecomandante del CLN, collaboratore di Ferruccio Parri. Proclamò e sostenne l’insurrezione del 25 aprile a Milano, decidendo assieme ai dirigenti del CLN il destino di Benito Mussolini. Sfilò in prima fila, per le vie di una Milano liberata, in una foto ove la storia e la cronaca tra loro fuse continueranno a parlare di libertà a tutte le generazioni a venire: accanto a Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani, Rodolfo Morandi e molti altri (…).

 

Pietro Ingrao e Giorgio Amendola

Ha avuto capacità organizzative e di leader militare uniche. Un piccolo aneddoto, poco noto, ne mostra la grande concretezza. Quando nel 1967 vi furono nel nostro Paese preoccupazioni per un possibile colpo di stato, mi raccontò Luciano Barca che, mentre diversi dirigenti avevano pensato – c’era dietro la mano di Ugo Pecchioli, responsabile della sicurezza – che fosse necessario dormire fuori casa, Luigi Longo ragionò nell’interesse collettivo: la prima cosa cui pensò fu quella di assicurarsi di avere dei soldi in Svizzera sui quali contare per finanziare eventualmente la clandestinità. Un grande buon senso, a favore di tutti.

Subentrato come Segretario a Palmiro Togliatti nel 1964, naturalmente e all’unanimità, fu lui a decidere, senza alcuna perdita di tempo – Il momento è subito, tagliò corto alle discussioni -, la pubblicazione del cosiddetto Memoriale di Yalta: note riservate scritte da Togliatti in preparazione dei colloqui con Krusciov e con i dirigenti sovietici; note che chiarivano, nelle conclusioni, la necessità di procedere verso l’autonomia del Pci. In pratica una forma – si dirà nel dibattito pubblico – di dichiarazione di indipendenza nei confronti dell’URSS. Ci vollero coraggio e chiarezza di idee e a Luigi Longo non mancarono fin dall’inizio della sua segreteria. Che non fu, ha scritto e ben chiarito il suo biografo, Alexander Hobel, una segreteria di mera transizione.

Fu, quella decisione immediata, un gesto, commenterà Aldo Tortorella, che innova profondamente rispetto al passato, ove la diversità di metodo diveniva diversità di merito. Era in effetti un documento riservato! Questo il commento di Luciano Barca nei suoi diari: Il Pci ha di nuovo un capo e un capo molto deciso.
L’intero suo metodo di lavoro fu una novità: molti dirigenti glielo riconosceranno come tale. Nelle discussioni interne, in Direzione e in Segreteria, ha detto Emanuele Macaluso, manifestò capacità di direzione, attraverso una più ricca e larga vita democratica del gruppo dirigente: ascoltava e lasciava parlare tutti. Insisteva sulla ‘collegialità’ e sulla ‘corresponsabilità di tutti i dirigenti’. Un lavoro collettivo, senza mettersi in mostra. Mise i verbali delle riunioni a disposizione di tutti i membri.
Ci fu, successivamente, anche un suo ulteriore chiaro segnale in questa direzione: nel Congresso del 1966, ricorda Emanuele Macaluso, pose la questione della democrazia interna: con la accettazione di maggioranze e minoranze. Se fosse passata, tutta la vicenda del Manifesto probabilmente avrebbe avuto un altro esito. Occorre anche rimarcare i coerenti coraggiosi atti di politica estera che renderanno possibile a Enrico Berlinguer, in continuità, di rendere il Pci completamente autonomo dall’URSS.

 

Praga, 21 agosto 1968

Il 21 agosto 1968, all’epoca dell’invasione della Cecoslovacchia, Luigi Longo si trovava in vacanza in URSS, ma approvò interamente il duro comunicato predisposto dai dirigenti presenti in Direzione che gli fu letto per telefono. Il 23 agosto, la Direzione al completo, presente anche Longo, confermò la condanna dell’URSS e chiese l’immediato ritiro delle truppe. Il 27 agosto, al Comitato Centrale, Longo insisté sul principio irrinunciabile di autonomia di ogni Partito e Stato comunista e sottolineò che la competizione tra socialismo e capitalismo non può essere concepita in termini meramente economici, ma essenzialmente in termini di libertà e di soluzione dei problemi che limitano la libertà della persona umana.

Il nostro dissenso e la nostra riprovazione, chiarisce in una intervista all’Astrolabio di Ferruccio Parri, sono determinati da ragioni politiche e di principio. Noi non riconosciamo nessuno Stato e nessun Partito guida. Sono affermazioni forti.

Rinascita, nel contempo, per non lasciare dubbi, pubblica ancora il Memoriale di Yalta: una scelta politica che ribadisce l’autonomia del Pci e di ogni Paese socialista. Perfino Armando Cossutta, il più vicino all’URSS, ammetterà che lo scontro con i sovietici in quei giorni arrivò sul punto della rottura irreversibile.
Per capire meglio che quel documento, fermo e forte nella condanna dell’invasione, non era un ‘fungo estivo’, ma si collegava in modo coerente al dibattito interno al Pci di Luigi Longo, vale la pena ricordarne l’antecedente. Quando esplose la cosiddetta Primavera di Praga, Luigi Longo, assumendosi un rischio personale, seppure concordato in Direzione, ad aprile (quattro mesi prima dell’intervento dei carri armati) decise di recarsi direttamente a Praga per incontrare Alexander Dubcek. Non inviò alcuna delegazione, andò lo stesso Segretario!
Vi furono pressioni prima della sua partenza, ma Longo la confermò ugualmente: è nel suo carattere dell’uomo non farsi condizionare, sa ascoltare gli altri, ma capisce quando deve decidere da sé, quando sono in gioco principi e valori di fondo. Andò a Praga e manifestò a Dubcek la sua simpatia politica e il proprio sostegno, a nome del Pci (…).

Dopo questo gesto, commentò, nulla sarà come prima per il Pci. Il nuovo corso a Praga – lo capì immediatamente – era in sintonia con le posizioni dei comunisti italiani. Da anni sosteniamo le stesse cose (…).

 

Manifestazione studentesca, 1968

Il ’68 fu anche l’anno del movimento studentesco e Luigi Longo mostrò una sensibilità politica straordinaria, ben al di sopra di quella più critica di Giorgio Amendola: cercò di aprire il dialogo tra gli studenti e il Partito.
Prima delle elezioni incontrò diversi leader del movimento. Ammise un distacco tra il Partito e la realtà che si è venuta creando nel campo studentesco. Una ammissione autocritica di ritardo. Continuò a manifestare il proprio pensiero con un articolo su Rinascita, ribadendo l’urgenza di stabilire un dialogo. Riconobbe che il movimento studentesco puntava a creare un collegamento con il movimento operaio e che andavano riconosciuti agli studenti i momenti di lotta contro l’autoritarismo scolastico e capitalistico (…).

Ricordo di averlo incontrato nella sua stanza, dopo la successione di Enrico Berlinguer. Voleva delle informazioni sulle banche. Aveva voglia di scherzare, nonostante il suo impedimento fisico: Mi dicevano da giovane che non sapevo parlare, che ero di poche parole, erano preoccupati, ma guarda i fatti della mia vita! Parlano loro.

Luigi Longo sapeva guardare oltre se stesso: gli va dato totale merito di avere creato le condizioni per facilitare la sua successione. Aveva dichiarato, nel momento stesso della sua scelta a capo del Partito, che non voleva morire Segretario. E lo fece. Riuscirà, con un vero capolavoro diplomatico, a portare anche Giorgio Amendola nella maggioranza. Scelse Enrico Berlinguer, l’uomo nuovo, al posto di Giorgio Napolitano. È necessario, affermò, un taglio e un salto di generazione, anche per chiudere con le contrapposizioni che sono andate maturando. Con Amendola, Ingrao e Pajetta, scrive Luciano Barca, che ritenevano di avere un titolo per succedergli o per designare il successore.

A conclusione del XII Congresso, nel febbraio 1969, lo fa eleggere vicesegretario. Anzi fa di più: gli fa concludere politicamente il Congresso. E Berlinguer ne ribadisce il pensiero: noi non consideriamo l’invasione della Cecoslovacchia come un incidente o un errore, ma come il prodotto di un profondo travaglio che ha le sue origini in profonde contraddizioni e difficoltà oggettive del mondo socialista.

Berlinguer guiderà poco dopo una delegazione a Mosca alla Conferenza dei Partiti comunisti e, in totale linea con il pensiero di Luigi Longo, il vero regista di quell’operazione, affermerà che noi respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista, unico e valido per tutte le situazioni. E la delegazione rifiuterà la firma sul documento finale della Conferenza (…).

 

Questo testo è tratto dal libro

Gianni Manghetti

I capi del Pci

Storia di un gruppo dirigente visto da vicino

Primamedia editorre

 

Gianni Manghetti, esperto di politica bancaria, è stato responsabile del settore finanziario del Pci durante i governi di solidarietà nazionale e uno stretto collaboratore di Luciano Barca a Botteghe Oscure.