Luglio 1982, l’Italia è Mundial: era solo calcio, ma ci ha fatto sognare

Se il 4-3 dell’Azteca a Mexico ’70 è pura epica, estremo sudore che pare sangue nel clangore di corazze – Gigi Riva è e sempre sarà Aiace Telamonio -, il trionfo tricolore del Mondiale ’82 consacra calcisticamente, sotto il segno del Ct Bearzot, un vero Risorgimento, la dorata mietitura dopo le belle prove azzurre di quattro anni prima in Argentina, con un ottimo quarto posto e un gioco scintillante. Quarant’anni sono passati, spuntano i ricordi, con un pensiero a Paolo Rossi, l’hombre del Mundial, che se n’è andato un anno e mezzo fa. Dicendo di football e non solo, che Italia era? Cresciuta per tattica e personalità. Pronta a sfiduciarsi, ma altrettanto capace, sull’orlo del burrone, di riscatto. Nevrile, segnata dal populismo, che, date retta, è nato novant’anni fa, con la Nazionale bi-campione “usata” dal duce e si massifica nel dopoguerra col contributo dei quotidiani sportivi. Come sempre emotivamente labile alle prime difficoltà e ingrata: al ritorno da Mexico ’70, Valcareggi, il Ct della Nazionale travolta all’ultimo atto da un Brasile inavvicinabile, non era stato forse accolto da un lancio di pomodori? E ancora, diffidente per intrinseca jacquerie verso ogni autorità, voltagabbana, orgogliosa, sagace. Peccatrice, vedi il calcioscomesse dell’80. Unica, sotto il segno di prodigi fertilizzati dal lavoro duro e silente. E sì, l’Italia nel ritiro a Pontevedra, a una trentina di chilometri da Vigo in Galizia, ospitata dentro un castello che si chiamava la Casa del Baròn, sommersa da illazioni malevole d’ogni genere e da feroci critiche per le balbettanti amichevoli pre-Mondiali, a un certo punto tira su il ponte levatoio: dal ritiro non esce un giocatore e manco una parola, per un silenzio stampa benedetto che durerà sino alla finale dell’11 luglio al Santiago Bernabéu.

Inizia il “Mundial” tra mille polemiche

bearzotIl commissario tecnico Bearzot, detto il Vecio, in sella dal ’75, è un uomo d’apparato federale, tatticamente colto, moderno. E friuliano schienadritta. Ci mette la faccia ad Argentina ’78, rinnovando le fila azzurre con Paolo Rossi, Tardelli, Gentile, Cabrini, dopo il fiasco del ’74 tedesco, mette basi solidissime, ha un progetto tattico e umano. Ci crede, sceglie. A Paolo Rossi, nonostante la lunga squalifica per il calcioscommesse, dice sì e il futuro Pablito, peraltro incolpevole e punito ingiustamente, avrà ben modo di riscattarsi agli occhi dell’afición. Invece, al capocannoniere della Roma Roberto Pruzzo il Vecio dice no e le contestazioni fioccano, l’aria, alla vigilia della partenza per la Spagna, si fa elettrica. Bearzot viene preso a male parole davanti a palazzo Chigi e si toglie stizzito la giacca, ovvero: venite voi a timonare la Nazionale. Lo strapaese italiano ha i suoi idoli e guai a toccarli, come il finissimo dicitore dell’Inter Evaristo Beccalossi, costantemente trascurato da Bearzot, che a poche ore dal decollo per la Galizia viene assediato da un gruppetto di tifosi nerazzurri all’uscita dell’albergo romano dove gli azzurri si sono radunati. Spicca tra gli esagitati la giovane Anna Ceci, in stato di erezione denigratoria: “Perché non c’è Beccalossi? Perché non l’hai convocato? Scemo, bastardo, scimmione“. Non è uno sfogo via social, bensì dal vivo, Bearzot la raggiunge e parte il ceffone. Mai passare dagli insulti alle percosse, però quanti di noi ancora applaudono il Ct per quella lezione? La ragazza piange, vuol chiedere scusa, tutto si appiana. Ma che clima.

E siamo a Pontevedra. Lo scetticismo attorno all’Azzurra monta, Paolo Rossi, ritenuto il cocco del Ct, sfoggia un pallore inquietante, l’amichevole dell’8 giugno contro i portoghesi dello Sporting Braga è un pianto e il presidente di Lega Antonio Matarrese sente di dover dire la sua: “Se la squadra è questa siamo freschi”. Più ruvidamente (e ne pagherà il fio) il tecnico Eugenio Fascetti aveva già versato benzina sulle roventi polemiche: “Mi vergogno di essere italiano, se l’Italia l’allena Bearzot”. Mica finisce qui. A far da preludio al silenzio stampa tombale c’è, dopo il match coi portoghesi, la dichiarazione del ventunenne Daniele Massaro, mediano della Fiorentina: “Bearzot non parla con noi giovani e per me è stato ancora più difficile perché gli juventini non mi passavano la palla”. Parole che lo saldano alla panchina, mentre i… raccomandati e non solo loro ‒ gli interisti Oriali, Bergomi, Altobelli, il romanista Conti, i “fiorentini” Antognoni e Graziani tanto per fare qualche esempio ‒ alzeranno al cielo i 6 chili e 175 grammi d’oro della Coppa più desiderata.

Vero, Bearzot ha puntato nelle convocazioni, fin dai tempi del Mondiale ’78, sul blocco bianconero, fornendo alle più svariate tifoserie d’Italia lo spunto per sospetti e vittimismi, e mettiamoci come buon peso una fase iniziale dei Mondiali moscia e preoccupante, con tre stenti pareggi (Polonia, Perù, Camerun), un secondo posto dietro i polacchi e qualificazione al turno successivo grazie alla differenza reti migliore (per un solo gol…) rispetto agli africani. Quanti sono gli uomini-tifosi di poca fede? Più o meno gli stessi che poi saliranno sul carro dei trionfatori. Le grandi firme sportive piangono a lutto, solo il direttore del Guerin Sportivo Italo Cucci si gioca un all in sul Ct. Eppure la squadra avrebbe solidi interpreti, oltre al revenant Paolo Rossi, emaciato e oscenamente bersagliato dalla stampa, è impostata su un portiere-garanzia come Dino Zoff, a sinistra difende e offende Cabrini, a destra, più avanti, giostra l’immenso Bruno Conti, il nostro brasiliano di Nettuno, tecnica marziana, principe degli assist, spesso incontenibile nell’uno contro uno. Difensori puri sono Fulvio Collovati, “Gheddafi” Gentile e il subentrante Beppe Bergomi, diciottenne ma già “Zio” a tutti gli effetti, Gaetano Scirea è il libero: tempi d’intervento sublimi, impostatore da retro, una bussola. In mezzo Lele Oriali, un mediano di qualità e quantità, così razzente e imperioso che in diverse occasioni gli avversari (soprattutto i tedeschi, in finale) gli si accaniscono contro, mentre l’omologo suo di Argentina ’78, Romeo Benetti, non era solito offrire l’altra guancia, preferendo di gran lunga puntare direttamente alle tibie nemiche. Sempre a centrocampo sfoderiamo il moto perpetuo di Marco Tardelli, unito alla classe e all’esprit de géométrie di Giancarlo Antognoni. In avanti, con Rossi, Ciccio Graziani, tattico e generoso, e il subentrante spillo Altobelli.

La svolta di “Pablito”

In silenzio si cementa l’azzurro e arriva infine il giorno della vera verità. Il 29 giugno ce la dobbiamo vedere con l’Argentina di Maradona, Passarella Ardiles, Bertoni Kempes, primo appuntamento di un girone all’italiana arossi_paolo_mondiale_82 tre e il terzo è il Brasile di Junior, Cerezo, Sòcrates, Falcão, Zico. La sensazione? Inutile promettere costosi ex voto, organizzare processioni, digiuni, rosari, ci faranno a pezzettini, sarà “Azzurro tenebra”, come da titolo della cronaca-romanzo dedicata da Giovanni Arpino al naufragio tedesco del ’74. E no, la posta è nostra con pieno merito, 2-1, gol di Tardelli e Cabrini, marcatura nel finale di Passarella. Due indispensabili note a margine, la prima dedicata alla celeberrima marcatura “più che a uomo” di Gentile sul divino Diez: dura, assillante, mai inutilmente cattiva e giocata quando possibile sull’anticipo (grazie ancora, comunque, all’arbitro rumeno Rainea). La seconda: in occasione del secondo gol-fiondata di Cabrini su giudizioso retropassaggio di Conti dopo veronica a un difensore mandato con le terga a terra, va notata la preponderanza di maglie azzurre su quelle dell’Albiceleste, indice di ripartenza rapinosa, di killer instinct. Gli “abatini” hanno messo le unghie, hanno consapevolezza, le critiche li hanno sferzati, vogliono far vedere in mondovisione di che stoffa son fatti.

Il 5 luglio l’Italia torna al Sarrià di Barcellona, l’impianto nel quartiere ormonimo che ospita i match casalinghi della seconda squadra della città, l’Espanyol. Non cercatelo, l’hanno demolito nel ’97, ora si chiama Power8 Stadium e si trova tra i comuni di Cornellà ed El Prat. Quel giorno, alle cinque de la tarde, incrociamo il Brasile, che potrebbe accontentarsi di un pareggio, ma al richiamo del fútbol bailado non si comanda o almeno non del tutto. La squadra di Telê Santana dietro appare allegrotta e un passaggio criminogeno in orizzontale di Toninho Cerezo regalerà pure al falcheggiante Paolo Rossi la palla del secondo gol ‒ e del nuovo vantaggio dopo il pareggio di Sòcrates ‒ con tiro dalla media distanza, una semi-rarità per lui, che infatti ha già colpito sotto misura di testa (esterno destro felpato di Conti verso il fronte mancino, contro-cross di Cabrini e Pablito, dimenticato dal marcatore, a segno) e calerà il tris correggendo nel sacco un tiro di Tardelli. Ci voleva, perché il Brasile aveva intanto pareggiato con Falcão, tirazzo da fuori area corretto da Bergomi (entrato poco prima dell’intervallo per sostituire Collovati, con una caviglia in disordine) quel tanto che bastava per tradire Zoff. Novanta minuti di pathos? Aggiungiamoci emozioni, paura, con Dino polipesco e in via di beatificazione, indomito sino alla fine. Andate a rivedervi la parata all’89’ su colpo di testa ravvicinatissimo di Oscar: Zoff piove sulla palla in un attimo, la blocca sulla linea fatale e fa segno col dito: no, non è entrata. Ma rispolverate anche il quarto gol azzurro, di Antognoni, annullato dall’arbitro israeliano Klein per un fuorigioco inesistente. Poi, come in ogni partita cardiopalmica, tra il fischio d’inizio e quello finale tutto può accadere, c’è il fuorigioco che ti penalizza e il fuorigioco che ti salva, vedi il rigore per fallo di Gentile su Zico non concesso da Klein per un precedente off side che non c’era. Ricordiamoci sempre l’ammaestramento sacchiano: nel calcio servono occhio, pazienza e bus de cul. Per noi è semifinale, per loro è la Tragedia del Sarriá.

La vittoria finale

esultanza italiaCi tocca la Polonia, l’8 luglio al Camp Nou. Pratica risolta da una doppietta dell’esplosivo, rinato Pablito, prima velenoso su cross di Antognoni, quindi in ginocchio ad accompagnare la sfera in rete su parabola angelica di Conti. Sotto porta, roba sua, con tempismo, arte della smarcatura, morso rapido. Da segnalare la scarponeria di Matysik, che costa la finale ad Antognoni. Eccoci, in tribuna al Santiago Bernabéu, accanto al re di Spagna siede Sandro Pertini, è l’11 luglio 1982 e i ragazzi in azzurro hanno un certo appetito. Stielike, Schumacher, Biegel, Breitner, Rummenigge. E allora? I nostri hanno visto quasi tutti i gironi dell’inferno, di cosa possono aver paura? Di un rigore concesso per fallo di Briegel su Conti e sbagliato (da Cabrini) e dell’annessa cabala “gol sbagliato-gol subìto”? Il Destino ha detto Italia e così sarà, un 3-1 bello tondo. Anche se per il secondo gol della Nazionale parlare di superiorità tecnica, di convinzione, di fato, non basta. Tanto che (attenzione, si va ironicamente sul mistico) non pochi devoti hanno evocato addirittura una intercessione mariana, per il forte profumo di rose avvertito fino in cima agli spalti al 23’ della seconda frazione. Parlino i nudi fatti. Pablito ha già bollato alla Pablito su cross di Gentile, tonificando i cuori. Succede questo: rimessa laterale di Rummenigge sulla sinistra del fronte offensivo alemanno, Bernd Förster di nuovo a Kalle che lancia in profondità per Breitner, già da quattro secondi nel radar di Rossi che s’avventa e gli leva palla. La sfera a Scirea in avanzata, tocco a Conti. Siamo di là, sempre più vicini a Schumacher, Conti torea Briegel in souplesse e dà a Rossi che smista lesto a Scirea, libero paradossalmente libero da marcature, ora nel cuore dell’area tedesca a destra per chi attacca. Di tacco Scirea serve l’accorrente Bergomi, che pronto restituisce.

La difesa avversaria si schiera in linea, attonita. Siamo in soprannumero, Scirea si prende il tempo di consultare le ipotesi quindi, caracollando come in allenamento e in semplicità francescana, chiama al dovere Tardelli con un retropassaggio di sinistro a incrociare che sfiora Bergomi. E Tardelli tocca di destro a seguire, un passo, due a sinistra e scocca in diagonale sul terzo passo col mancino. Rete, urlo proverbiale, corsa matta a pugni chiusi. Ricapitolando: abbiamo un difensore centrale e un terzino nella trincea avversaria, palleggiano davanti a tedeschi annichiliti (e un po’ lessi dopo la semifinale stramazzante con la Francia); Tardelli vede, accoglie la diagonale destra-sinistra e riverbera una diagonale sinistra-destra che ingessa Schumacher. Soffiava, sull’enorme catino madrileno, il vento della Necessità. Seguiranno Altobelli-gol (con Pertini che a gesti dice: non ci prendono più), chiuderà Breitner in vista del traguardo. Che dolce spunta, col brasiliano Coelho a fischiare un “basta così” epocale, levando in alto il pallone della nostra gioia. Certo, è solo calcio. Però quel tempo, in questi giri di giostra così dolenti sotto mille profili, ce lo teniamo stretto e ogni tanto gli diamo una carezza.